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الأدب الفلسطيني في إيطاليا: اهتمام في حدود الاختصاص

Il mio ultimo articolo su Al-arabi al-jadid:

 

 

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/9/5/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AF%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D9%81%D9%84%D8%B3%D8%B7%D9%8A%D9%86%D9%8A-%D9%81%D9%8A-%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A7-%D8%A7%D9%87%D8%AA%D9%85%D8%A7%D9%85-%D9%81%D9%8A-%D8%AD%D8%AF%D9%88%D8%AF-%D8%A7%D9%84%D8%A7%D8%AE%D8%AA%D8%B5%D8%A7%D8%B5

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Bisturi: istruzioni per la lettura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Generalmente preferisco non spiegare troppo quando parlo di un libro, ma solamente fornire qualche spunto a chi desidera leggere il libro che segnalo e per lo stesso motivo non propongo vere e proprie recensioni “classiche”, che cioè raccontano di cosa parla il libro. In questo caso, però, riprendo un romanzo di cui ho già parlato per fornire qualche strumento in più utile alla lettura.

Ho proposto questo libro in due situazioni diverse: la prima il gruppo di lettura che conduco da alcuni anni specifico sulla letteratura araba e la seconda il corso di letteratura araba che ho tenuto quest’anno all’Università di Torino. Situazioni molto diverse fra loro, ovviamente e nelle quali io stessa agisco diversamente. Il gruppo di lettura, per sua natura, è composto da persone di provenienza e interessi diversi, che amano leggere. Diciamo che quelle che frequentano Jalìs – questo il nome del gruppo – vengono o perché hanno già letto moltissimo e si vogliono accostare alla letteratura araba, o perché  vogliono conoscere attraverso la letteratura la cultura araba, considerata sempre un po’ “strana”.

Quello che sempre mi colpisce- e questo vale per entrambi i gruppi – è la resistenza delle lettrici nell’affrontare un testo che si discosti anche minimamente da una costruzione lineare. Se la trama non è tizio-fa-questo-poi-succede-quest’altro il romanzo è “difficile”, “non si capisce niente” e via così. Questo atteggiamento penalizza sicuramente le autrici e gli autori del Maghreb, che hanno un modo di scrivere – a mio parere – piuttosto diverso da egiziani o siriani, a esempio.

Ma veniamo a noi e alla (mia, ovviamente) lettura di Bisturi.

A maggio scorso a un convegno a Parigi sul romanzo poliziesco, un relatore – che sicuramente non aveva letto Bisturi – ha presentato il testo come romanzo poliziesco. La sera Rihai era invitato a un dibattito e ha contestato questa categorizzazione, affermando che il romanzo poliziesco (الرواية البوليسية) non esiste come genere nella letteratura araba e che non c’è nulla di male in questo, così come nella letteratura araba non esistono generi presenti in quella occidentale. Non è un romanzo poliziesco, questo è poco ma sicuro. Il volerlo incasellare in questo genere – oltre che essere uno dei soliti modi in cui ai convegni qualunque sia il titolo ognuno parla di quello che gli passa per la testa – è una modalità che trovo piuttosto coloniale (nel senso di coloniality) di trattare la letteratura araba.

Personalmente leggendo non ho mai pensato fosse un romanzo poliziesco, piuttosto un romanzo politico. Comunque, un elemento che mi pare lo percorra è quello della ragione e della storia rappresentato dalla statua di Ibn Khaldun. Ibn Khaldun rappresenta la ragione, che ormai se n’è andata (i riferimenti sono ovviamente alla Tunisia) e non a caso è Ibn Khaldun, il primo antropologo della storia; analizzando la società in cui si trova (la statua) afferma “i pidocchi delle statue sono tenaci e letali, mi rosicchieranno fino a farmi cadere” (p. 83) e quindi decide di volersene andare. I suoi ripetuti tentativi di fuga non hanno successo, perché viene sempre riportato sul suo piedistallo. Ossia: il potere non molla facilmente i personaggi che usa per inventare la sua tradizione. In particolare, durante una di queste fughe, la statua di Ibn Khaldun perde il suo turbante, che non si riesce a recuperare. Il giorno dopo, su un quotidiano di regime, la faccenda viene riportata con un’evidente manipolazione della storia (p. 84) che ne indica appunto l’uso da parte dei regimi autoritari.

E quindi la morte della ragione genera mostri (cit.). Per questo il romanzo è pieno di esseri fantastici, monopodi, il cerebrofago – che ovviamente non a caso ti mangia il cervello – e via dicendo. Qui Rihai fa riferimento alla letteratura araba medievale, in particolare alla letteratura delle agià’ib e, spostando gli avvenimenti in un luogo fantastico, può commentare più liberamente il presente; nel testo troviamo vere e proprie citazioni di autori arabi medievali – come, a esempio, Al-Qazwini – e alle khurafa.

C’è poi un personaggio, Sciuèrreb, che racconta storie mitologiche. Si tratta di un riferimento ad علي شورّب, famoso bandito del secolo scorso che imperversava a Tunisi. Era un po’ una primula rossa e la sua figura è avvolta nel mito dei banditi صعلوك, come i poeti della giahiliyya, banditi ma d’onore, diciamo così. In realtà era un ladro anche abbastanza violento e addirittura Habib Bourguiba in un discorso lo definì solo “un mito popolare”. Fatto sta che da due anni il canale 9 della televisione tunisina manda in onda durante il mese di ramadan una musalsala sulla sua storia, che ha creato anche un acceso dibattito proprio perché mitizzia (non a caso quindi nel testo racconta storie fantastiche, khurafa) e offre come modello una persona che in realtà era un criminale.

Nel romanzo ci sono molti riferimenti anche a elementi della cultura occidentale. Come per esempio al surrealismo (Arcimboldo e Dalì). Il potere è talmente assurdo, più surreale del surrealismo, che tanto vale rivolgersi alla magia per risolvere il problema posto dal romanzo…

Chiudo con un commento al sottotitolo: Vita e passione di Khadigia.  Come si comprende verso la fine del romanzo, Khadigia è un modo di chiamare “per fare un complimento” (p. 103) il sedere in Tunisia. Ibn Khaldun ha scritto La Muqaddima (prefazione, letteralmente “che sta davanti”) e a quel tempo la civiltà araba era un’avanguardia. Khadigia sta dietro, è mu’akhkhira e oggi la civiltà araba è alla retroguardia.

Non ho detto tutto: ho a esempio tralasciato la parte di commento ai quadri sulla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, lo so. Però solo quella parte meriterebbe un post a sé stante… e poi non mi sembra bello dire proprio tutto e non lasciare spazio a chi legge. In ogni caso spero di avervi invogliato un po’ di più alla lettura. Nei gruppi di cui parlavo all’inizio dare questi spunti ha aiutato a godere meglio del piacere della lettura.

 

 

 

 

 

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الأدب العربي بإيطالية… أبعد من الهجرة

Il mio articolo di maggio su Al-arabi al-jadid

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/5/30/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AF%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D8%B9%D8%B1%D8%A8%D9%8A-%D8%A8%D8%A7%D9%84%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A9-%D8%A3%D8%A8%D8%B9%D8%AF-%D9%85%D9%86-%D8%A7%D9%84%D9%87%D8%AC%D8%B1%D8%A9

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العربية بحروف إيطالية

Il mio articolo di aprile su Al-arabi al-jadid

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/4/14/%D8%A7%D9%84%D8%B9%D8%B1%D8%A8%D9%8A%D8%A9-%D8%A8%D8%AD%D8%B1%D9%88%D9%81-%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A9-1

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الأدب التونسي في إيطاليا: مكتبة شبه فاغرة

Il mio articolo di marzo su Al-arabi al-jadid

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/3/23/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AF%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D8%AA%D9%88%D9%86%D8%B3%D9%8A-%D9%81%D9%8A-%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A7-%D9%85%D9%83%D8%AA%D8%A8%D8%A9-%D8%B4%D8%A8%D9%87-%D9%81%D8%A7%D8%B1%D8%BA%D8%A9

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الجزائر فب الثقافة الإيطالية… صوت خافت

Il mio articolo di febbraio su Al-arabi al-jadid:

 

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/2/18/%D8%A7%D9%84%D8%AC%D8%B2%D8%A7%D8%A6%D8%B1-%D9%81%D9%8A-%D8%A7%D9%84%D8%AB%D9%82%D8%A7%D9%81%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A9-%D8%B5%D9%88%D8%AA-%D8%AE%D8%A7%D9%81%D8%AA

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Le Mille e Una Notte di Lidelab

 

 

 

 

 

 

 

LE MILLE E UNA NOTTE. IV ORA. “Il fuoco che arde nelle mie ossa”

LideLab, dal danese “laboratorio del piacere e del dolore”, è un collettivo di artiste indipendenti under 35, che ha l’obiettivo di creare performance che giocano con il paradosso e la meraviglia.

Silvia Rigon Concept, regia, drammaturgia
Lucia Menegazzo Regia, Scenografia, ideazione e realizzazione figura
Barbara Mattavelli Attrice, puppet master
Federica Furlani Sound design, musicista, performer
Christina Lidegaard Producer

[Ho avuto la fortuna di vedere questo spettacolo in anteprima. Il debutto nazionale si terrà  a Spoleto62 Festival dei 2mondi il 29 e il 30 giugno. Con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/ Kilowatt Sansepolcro)
e RAMI – Residenza Artistica Multidisciplinare Ilinxarium
www.lidelab.it | [email protected] | @lidelabtheatre
Se appena potete, andateci!]

Recensire un libro , uno spettacolo o qualunque altra espressione artistica che abbia a che fare con le Mille e Una Notte è un’impresa difficile. Difficile perché è un testo che è stato sfruttato da sempre da chiunque e, come afferma Ulrich Marzolph “l’approccio dei ricercatori dopo Galland dice di più sull’atteggiamento occidentale nei confronti dell’Oriente che sul testo stesso”. Quest’ultima affermazione è sicuramente vera per quanto riguarda le produzioni italiane. L’italiano, infatti, è l’unica lingua che conta ben oltre 100 traduzioni della storia di Shahrazàd, numero che fa riflettere se non altro sul fascino che questa storia ha esercitato ed esercita nel nostro paese.

La realizzazione scenica poi, presenta non poche difficotà: sicuramente la mole del testo – un proverbio arabo afferma che non si possono leggere tutte le Mille e Una Notte senza poi morire – che spinge in genere a scegliere alcune delle storie da trattare e in secondo luogo, anche in questo caso, il confronto obbligato con tutto quanto è stato prodotto precedentemente, a cominciare dalle pellicole Il ladro di Baghdad (1924) per finire con Le mille e una notte di Miguel Gomes (2015) che traspone la storia nella contemporaneità.

La domanda che ci si pone dunque, osservando tutta questa produzione è: resta ancora qualcosa da dire? Lidelab dimostra di sì. Una delle lacune più eclatanti, infatti, analizzando lo sterminato materiale a disposizione, è l’assoluto disinteresse per il personaggio femminile Shahrazàd, per la sorella Dunyazàd e per il discorso sul desiderio che attraversa tutta l’opera. In una parola la lettura condotta fin qui è una lettura sicuramente colonialista (coloniality), che nemmeno inserisce le donne nella categoria “donna” ma le rende completamente invisibili. Lidelab allora, con questo primo quadro – l’opera è un quadrittico – punta i riflettori sul desiderio e sulle donne, in questo attirando l’attenzione su un altro aspetto totalmente ignorato dalla letteratura sul tema: che Le Mille e Una Notte siano scrittura di donna. Alcuni studiosi del periodo classico della letteratura araba, infatti, come Ibn Nadìm nel suo Al-fihrist ci dicono chiaramente che il testo, di origine persiana, è stato scritto da una donna e ne fanno anche il nome: Al-Humà’i.

Lo spettacolo, per la drammaturgia di Silvia Rigon, che grazie ai suoi studi in lingua e letteratura araba ha strumenti in più per la lettura del testo, è magistralmente recitato da Barbara Mattavelli. Particolare attenzione è stata posta alla scenografia, di Lucia Menegazzo, minimale ma assai significativa e al costante anche se non esplicito dialogo fra Shahrazàd e la sorella Dunyazàd, interpretata dalla musicista Federica Furlani. Rigon e Menegazzo, che firmano la regia, riescono a portare in primo piano la protagonista delle storie delle Mille e una Notte e ad attualizzarne il messaggio, quello della ribellione alla violenza e al potere, in una lettura che mi pare sicuramente decoloniale e particolarmente all’avanguardia, sia dal punto di vista concettuale che della performance. Per questo e molto altro consiglio la visione dello spettacolo e resto in attesa dei prossimi quadri del progetto.

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L’ISlam visuale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Vanzan. L’islam visuale. Edizioni Lavoro, Roma 2018.

Ne L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari definiscono la viseità come la visualizzazione del potere circoscritta in un volto riconoscibile. Un volto , specie se familiare, rassicurante, simbolo di un popolo, se è “uno di noi”, controlla un territorio.
Ben consapevoli ne sono in genere i dittatori, le cui immagini campaggiano ovunque nel perimetro del loro territorio. Ma non solo. Basti pensare ai personaggi televisivi o ad alcuni politici nostrani. L’uso dell’immagine quindi è un uso politico e gli arabi e i musulmani non fanno eccezione.

Ne L’islam visuale, Anna Vanzan- come spesso un passo avanti – propone un percorso di ricerca che va dagli Ommayadi ai giorni nostri, dimostrando come le immagini siano sempre state sfruttate, contrariamente a quanto affermato in genere sulla cultura arabo-musulmana e cioè che sia iconoclasta.

Il volume è corredato da una serie di mmagini a colori che chiariscono quanto scritto: trattandosi di cultura visuale non sono interessate al lato artistico dell’opera, dell’immagine, della fotografia, piuttosto al messaggio che l’immagine veicola.

Se il volto riconoscibile del potere ha la funzione di controllo, per sottrarsi a tale controllo l’unico mezzo è produrre immagini alternative, possibilmente sfuocate, dove i tratti del volto siano irriconoscibili. O svestirsi, persino degli abiti (come fanno le Femen).

Nascondersi non serve.

Un libro da leggere assolutamente, per leggere le società arabe e musulmane finalmente da una prospettiva diversa, che ce le rende molto vicine.

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Stranieri residenti

 

Donatella Di Cesare. 2017. Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione. Torino: Bollati Boringhieri.

Del leggere e del sentir parlare di migranti che si fa non sono per nulla soddisfatta. Come spesso mi accade di percepire, mi manca la cornice teorica. Che è necessaria per poter dare più forza alle proprie azioni.

Un impulso intelligente mi è venuto dalla lettura di questo libro. Ero tra il pubblico di una conferenza a Macerata e una delle relatrici l’ha nominato sottolineandone l’importanza. E aveva ragione. Il testo di Di Cesare si propone come il primo a delineare una “filosofia della migrazione”; non so se questo sia vero, certo è che per la prima volta alcune cose si leggono a chiare lettere. Sottolineo a chiare lettere, perché mi è già giunta voce (l’università è un’unica grande portineria) che questo libro sia stato criticato perché “non scientifico”, immagino dai colleghi di Di Cesare. Quando ho sentito questo commento ho detto: “Eh certo, perché si capisce quello che c’è scritto”. Perché nelle Humanities scientifico equivale a incomprensibile se non agli addetti ai lavori, è noto.

A partire dall’affermazione che “la questione dei migranti non ha niente a che fare con problemi di sovrappopolamento”, piuttosto è un problema di “organizzazione politica”, Di Cesare analizza lo straniero dal punto di vista storico, filosofico e politico trasponendo considerazioni del passato nel contesto attuale. Molti riferimenti filosofici ovviamente (Anna Harendt mi pare sia la più presente), ma anche molti riferimenti letterari. Personalmente ci ho visto anche Deleuze, specialmente quando si parla di “Jus migrandi”.

Lo straniero è straniero residente perché non vi è più ospitalità, risiede ma è sempre straniero. Interroga lo stato nazione che, sebbene si erga a parole a difensore dei cosiddetti diritti umani continua a rimarcare la propria sovranità, in una contraddizione perenne.

Un libro davvero bello, la cui lettura consiglio in questi tempi bui.

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Muslim Superheroes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A. David Lewis and Martin Lund. 2017. Eds. Muslim Superheroes. Comics, Islam, and Representation. Boston, Massachusetts: Ilex Foundation.

Negli ultimi tempi anche in italiano sono state pubblicate diverse graphic novel di autori e autrici arabe e si parla molto di fumetti, graphic novel, letteratura underground, graffiti e così via. Un recente corso sul fumetto arabo è stata per me l’occasione per approfondire l’argomento, in maniera un po’ maniacale come mio solito. Tra le varie cose che ho letto – come per esempio un articolo di Francesca Bellino sulle origini arabo-islamiche di uno dei nemici di Batman (2017. Ra’s Al-Ghùl. The Enemy of Ali and BAtman. Upturned Narratives form Arabic literature to American Comics. In Esterino Adami, Francesca Bellinoo and Alessandro Mengozzi. Eds. Other Worlds and the Narrative Construction of Otherness. Milano. Mimesis 183-207) – c’è questo libro, consigliatomi proprio da Francesca.

Estremamente interessante, analizza alcuni personaggi e alcune serie e, in particolare, le motivazioni che hanno spinto case editrici come Marvel a proporre alle lettrici e ai lettori supereroi musulmane/i. Il percorso è interessante perché permette di seguire il cambiamento del ruolo del personaggio “musulmano” all’interno del fumetto americano da Dust a Ms. Marvel, a esempio, che passa dall’essere un personaggio totalmente negativo e essere ella stessa una supereroe che nella vita di tutti i giorni è una ragazza americana come tante.

Non sempre questi tentativi sono riusciti pienamente, perché a volte, anziché avvicinare si rinforza lo stereotipo, resta comunque il fatto che ormai le e i supereoi musulmane/i sono entrati nel mercato americano e che risulta interessante analizzare le tensioni presenti nella società anche attraverso i comics.

L’unica pecca, se così possiamo chiamarla, del volume è che avrebbe dovuto essere molto più illustrato. Alcuni articoli, che pur si dilungano in descrizioni di immagini specifiche o dell’abbigliamo del tal personaggio, ne sono totalmente privi.

 

 

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