Tutti gli autori dei testi tradotti pubblicati in questo blog sono stati informati e hanno consentito alla  traduzione e alla pubblicazione.

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Le Mille e Una Notte: la terza ora al Piccolo Teatro Grassi

 

 

 

 

 

 

 

Ieri si è svolta una performance teatrale al Piccolo Teatro Grassi incentrata sulle Mille e Una Notte. In particolare ho assistito alla terza ora dedicata all’Eros (della prima, quella sulla Morte ho già parlato qui). Non voglio tanto scrivere l’ennesima recensione sullo spettacolo, che mi è piaciuto molto, quanto fare alcune considerazioni su questa modalità di proporre un testo considerato per certi versi “classico” rendendolo molto attuale. La terza ora si basa principalmente su Il giardino profumato di an-Nafzawi, che costituisce la cornice all’interno della quale vengono inserite alcune storie delle Mille e Una Notte opportunamente scelte e interviste fatte dalla regista Silvia Rigon a donne non più giovani sulla sessualità e l’eros, il tema principale.

All’inizio dello spettacolo viene proposta al pubblico una domanda (che qui parafraso): il testo di an-Nafzawi ha ancora qualcosa da dirci, è ancora attuale il suo contenuto? La risposta è sicuramente sì, Il giardino profumato risulta essere un testo assai attuale, soprattutto quando messo in relazione alle risposte raccolte da Rigon che sono molto molto simili a quanto espresso da an-Nafzawi. E quindi il testo ci parla: ha parlato a me, ma anche a mio figlio (22enne), col quale ho visto lo spettacolo, e mi pare quindi che l’obiettivo sia stato centrato.

È così che i “classici” dovrebbero essere trasmessi. Piuttosto che ore di lezione noiose per chi studia ma anche per chi insegna davanti a espressioni che dicono quanto poco siano coinvolx, il teatro e le performance in generale vanno dritti al punto e catturano l’interesse e solo dopo, allora, si può fare un discorso più approfondito.

Questo naturalmente vale per qualunque argomento. Voglio dire, gli strumenti ci sono, li abbiamo, basterebbe utilizzarli.

 

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Intervista a Slim

La pubblicazione di fumetti, in Algeria, comincia verso il 1965, data in cui alcuni disegnatori, riuniti attorno a Mohamed Aram, danno vita al primo studio di cartoni animati in Algeria. Slim, insieme a Mohamad Magari (Maz) e Hocine Omari pubblica il primo fumetto dell’Algeria indipendente; il fumetto avrà successo soprattutto perché edito sul settimanale Algérie Actualité, sul quale Slim, tra il 1965 e il 1968, pubblica a puntate Moustache et les frères Belgacem. Il suo personaggio più famoso è Bouzid, nato nel 1968, protagonista, insieme a Zina – il primo personaggio a fumetti da lui creato (1965) – di innumerevoli avventure. Dopo un periodo di esilio volontario, nel 2000 Slim ha pubblicato un album contemporaneamente in Francia e in Algeria. L’ho incontrato per chiedergli di parlarci del suo lavoro.

Hai pubblicato i tuoi primi fumetti in Algeria negli anni ’60 e ne hai recentemente pubblicato uno contemporaneamente in Algeria e in Francia. Cosa è cambiato in trent’anni nel tuo modo di disegnare e qual era il rapporto con la censura se ce n’era una, dopo l’indipendenza?

Non so come spiegare ciò che ho provato nel fare il volume attuale paragonato a quello degli anni ‘60/70. tutto ciò che posso dire è che ho percepito una cesura dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1988 (avvento della “democrazia” e nascita di una “stampa libera”). Personalmente non ci ho mai creduto, perché sapevo che il sistema era ben ancorato da per secoli e che sarebbe stato difficile sostituirlo con qualcosa d’altro. La censura c’è sempre stata soprattutto negli anni 60/70. Verso il 1980, con l’avvento di Chadli Benjedid (che ha sostituito Boumedienne nel 1979), si è verificata una sorta di calma momentanea per noi giornalisti e autori. Il campo democratico si è un po’ ampliato e ne abbiamo approfittato. È buffo, ma senza censura ho l’impressione che sia più difficile esprimersi. All’improvviso si può dire TUTTO ciò che si vuole nei media. È spaventoso. La serie che disegno attualmente è una sorta di sfogo. Dato che sono distaccato relativamente agli avvenimenti e al paese stesso mi sento più a mio agio nel dire certe cose. Ho subito una leggera censura, ma non particolarmente grave.

Mi piace particolarmente il tuo linguaggio, questa mescolanza di francese e algerino e soprattutto questo “métissage” tra le due lingue che da luogo a parole nuove. Qual è il tuo rapporto con la lingua araba sia parlata sia scritta?

Con lingua araba intendo la lingua che ho sentito da quando sono venuto al mondo, dalla bocca dei miei genitori e della gente che mi stava intorno, la lingua della strada, in breve della vita di tutti i giorni e che, ahimè spariva quando si andava a scuola. A scuola c’era il francese e un’altra lingua “straniera” che all’epoca veniva chiamata “arabo classico”. Alla fine ho amato la lingua francese e la lingua del mio paese: l’arabo parlato o algerino. Amo anche quando queste due lingue si incontrano ed è questo che da fascino alle mie prime produzioni, cioè i ballon con questo famoso “sabir” (francoarabo). Era la mia grande trovata del momento: far rivivere la strada e i personaggi nel loro vero linguaggio.

In Italia si parla molto di letteratura algerina e di produzione artistica algerina contemporanea in generale, come se gli autori che hanno prodotto sotto il governo del FLN non fossero mai esistiti (Tahar Wattar, Benhadouga, a esempio) e che si considera produzione intellettuale algerina solo quella prodotta in lingua francese; qual è la tua opinione?

Hai ragione a sollevare questa questione. Ma penso che sia un regolamento di conti con gli opinionisti francesi (anche in Francia è cosi) che difendono il loro orto. Gli autori che citi (arabofoni) sono persone che conosco bene e che sono interessanti. Il problema è che dal momento in cui si viene pubblicati in arabo si ha un’etichetta sul dorso e i media francesi vi occultano completamente.

Potresti raccontarmi come lavori?

Innanzitutto dichiaro solennemente di essere un gran fannullone. Avrei potuto essere molto più prolifico. Sfortunatamente sono nato in un paese difficile. Innanzitutto, si fa di TUTTO affinché non possiate far niente. Non siamo fortunati come gli europei del nord. Da noi fa caldo, si rimanda sempre all’indomani e abbiamo un proverbio che dice “in ogni ritardo c’è un vantaggio”. Ho studiato cinema quando ero giovane ma quando mi sono reso conto che il cinema era un lavoro d’équipe mi sono salvato, perché sono un artista solitario che lavora da solo. Mi piaceva lavorare verso le cinque del mattino, quando mi sveglio, preparo il caffè, accendo la radio e apro la finestra su Algeri che dorme ancora, prima di masticare una presa di tabacco. Aaaaaaaah! Bei tempi, anche se c’era la molta censura.

Hai compiuto studi specifici o sei autodidatta?

Sono autodidatta. Non ho mai frequentato una scuola di arti grafiche, anche se avrei voluto. Disegno dall’età di 5/6 anni circa. Ho subito molto l’influenza di disegnatori di fumetti italiani (di serie B) le cui tavole erano tradotte in francese. Ad esempio “Pipo” e anche “Pepito” di cui ho conosciuto l’autore (Bottaio) nel 1982, quando capeggiavo ogni due anni la delegazione di disegnatori italiani al festival di Lucca; Eravamo l’unico paese arabo a essere invitato e riconosciuto; purtroppo, per motivi di anarchia burocratica, il comune di Lucca non è mai riuscito a trovare una bandiera algerina da far sventolare insieme alle altre e la sostituiva con una bandiera… saudita!!!

Qual è la situazione del fumetto non europeo?

Malgrado la forte concorrenza di video e televisione il fumetto resta sempre amato dai giovani, e tanto meglio. Non conosco a fondo la situazione africana, ma se penso al cinema africano quest’area mi sembra povera di rappresentanti autorevoli; è un peccato, perché sono convinto che vi sia un enorme potenziale di creatività in Africa. Interdette potrebbe contribuire alla diffusione di questi fumetti o per lo meno ad avvicinare autori e creatori. Solo con il mio sito ho costruito legami incredibili e impensabili all’epoca in cui non esisteva internet.

Le storie di Slim sono visionabili sul suo sito www.zid ya bouzid

 

In questa vignetta, per la cui pubblicazione ringrazio l’autore, sono rappresentate le “zinettes”, ragazze algerine che si distinguono nell’abbigliamento a seconda della zona di provenienza, ma che tutte, ognuna a modo proprio, riescono, nonostante le restrizioni imposte dal codice dell’infisal (segregazione dei sessi) a esprimere la propria “vanità” femminile.

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مقال جريدة الجمهورية الجزائرية بقلم السعيد بوطاجين

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الطاهر وطار: وصول متأخر إلى إيطاليا

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التحديات التي تواجهها اللغة العربية في الوقت الراهن

بقلم يولاندة غواردي – جامعة تورينو إيطاليا

لا يختلف اللغويون المتخصّصون في أن اللغة العربية من أقدم اللغات الحيّة وأنها ورغم طول تاريخها واتساع مساحتها الجغرافية قد استطاعت أن تتأقلم وتتماشى مع تغيّر العالم من حولها على مرّ العصور.

استمرار عظمة العربية مرتبط بقدرتها على منافسة اللغات الحيّة الأخرى. لذا فلا بدّ أن تمتلك وسائل التحدّي التي يفرضها العصر الحالي، كتجديد وتوسيع المصطلحات اللازمة لمواكبة التطور العلمي والتكنولوجي في كل المجالات، الفكرية والانسانية والاجتماعية وغيرها. وكذلك اكتساب وتطبيق التقنيات والمناهج العصرية كي يستمرّ الناطقين بها في اتقانها ونشرها بين غير الناطقين بها وبين الأجيال الجديدة التي تواجه صعوبة مع أنظمة التدريس التقليدية.

ولكي تواجه تحديات العصر الراهن عليها تطوير المصطلاحات في المجالات العلمية عموما كي يتسنى لناطقيها وللدول التي لغتها الرسمية العربية الاستغناء عن استعمال لغات أجنبية في مجالات حسّاسة مثل الطب والهندسة والصناعة وغيرها، في المعاهد التعليمية وفي مجالات الحياة العادية. وهذا يعني بعث وتقوية حركة الترجمة والتعريب التي سبق وأن جعلت من اللغة العربية سيّدة اللغات قبل أربعة عشر قرنا.

لقد دفعت التغيّرات السياسية والاجتماعية الراهنة إلى فتح المجال أمام اللغة العربية للحصول على فرص في سوق العمل في أوروبا والدول الغربية. ولتلبية الشروط المطلوبة للحصول على تلك الفرص لا بد من وسيلة ناجعة لمنح شهادة الكفاء في اللغة العربية كما تمليه معايير اكتساب اللغات في هذه الدول. وفي هذا الاتجاه، وبالتحديد في بداية سنة 2019، قمتُ أنا ومجموعة من الباحثين والمتخصّصين في تدريس اللغة العربية في ايطاليا بتأسيس “مركز إلى® للدراسات”. كانت رؤيتنا منذ الخطوة الأولى للمشروع هي النظر إلى المستقبل واعتبار العربية لغة متساوية مع اللغات الأخرى، لغة قابلة لتطبيق معايير الإطار المرجعي الأوروبي المشترك للغات، سواء في التدريس أو في اختبار كفاءة مستويات شهادة اللغة العربية. طبعا، “مركز إلى® للدراسات” كي يكون عمله متكامل يسعى لنشر مؤلفات وأبحاث ونشاطات عن اللغة العربية.

إنّ الوسائل التي تأخذ بعين الاعتبار التغيير الفكري والاجتماعي لعالمنا ستضمن استمرارية عطاء اللغة العربية وتساعدها على مواجهة كل التحدّيات وتمكنها من خدمة الانسانية بالفكر والتواصل.

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Profumo di caffè e cardamomo

 

 

 

 

 

 

 

Badriya al-Bishr. 2015. Profumo di caffè e cardamomo. Roma: atmosphere libri.
(titolo originale: هند والعسكر)

Con una scrittura leggera Profumo di caffè e cardamomo segue il percorso di Hind, una donna saudita, dall’infanzia e fino al suo trasferimento in Canada per sfuggire all’ambiente familiare che la costringe e che, soprattutto, contrasta il suo desiderio di scrivere. La funzione terapeutica della scrittura è un motivo ricorrente nella letteratura scritta da donne nel mondo arabo – e non solo – spesso accompagnata dal divieto della famiglia o del marito a pubblicare per evitare di essere messi alla berlina dalla “gente”. Ma nel romanzo di al-Bishr il tutto si snoda direi quasi con leggerezza.

Le vicende narrate sono diverse e anche cupe per certi versi, ma l’autrice riesce a proporle con parole semplici e a offrire al contempo a chi legge un quadro della società saudita e della segregazione dei sessi su cui si fonda.

Nel romanzo ci sono tutti gli elementi che possono “piacere” al pubblico occidentale: un’infanzia non triste ma nemmeno spensierata, la figura potente di una madre severa perché incattivita dalla vita, un fratello che verrà attratto dal pensiero islamista, un altro primogenito che, sebbene la famiglia avesse investito su di lui decide di andarsene per sempre dalla casa familiare e Hind. Non a caso sulla quarta di copertina possiamo leggere “Le donne saudite ritrovano finalmente la voce”.

Profumo di caffè e cardamomo si apre e si chiude con una tazza di caffè, che funge in tal modo da attivatore per la narrazione, marca di passaggio verso una nuova prospettiva di vita (il “primo” caffè che Hind migrante sorseggia è quello sull’aereo che la porterà in Canada) e anche da filo conduttore del romanzo.

Insieme a una prossima uscita, sempre di un’autrice, Zaynab Hifni, è possibile leggere un’Arabia Saudita dal punto di vista di donne che scrivono.

 

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La candela e i labirinti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tahar Wattar. (2019). La candela e i labirinti. Trad. di H. Benchina. Milano: Jouvence.

Alcuni giorni fa ho partecipato a un convegno organizzato dall’Università di Bergamo dal titolo “East in Translation” davvero interessante. Nel mio intervento, prima di passare al contenuto specifico, ho voluto esplicitare perché stavo parlando in lingua italiana (il convegno era internazionale, il keynote speaker era Lawrence Venuti e diversi interventi erano in lingua inglese) partendo dall’affermazione di Pierre Bourdieu “Les linguistes ont raison de dire que toutes les langues se valent linguistiquement; ils ont tort de croire qu’elles se valent socialement”.

Con questo voglio dire che esiste una dominazione linguistica che è quella della lingua inglese che si esplica anche e soprattutto attraverso la traduzione. Tutte le lingue sono in competizione per il potere nel mercato linguistico (come lo chiama sempre Bourdieu) e, d’altra parte, esiste una dipendenza tra le leggi della dominazione e le leggi della formazione dei prezzi nel mercato linguistico. Le lingue, quindi, sono gerarchizzate secondo la loro vicinanza al potere e alla legittimità o secondo i profitti simbolici che procurano. In tal senso la traduzione viene considerata una “svalutazione” rispetto all’originale. La lingua dominante lo è, tuttavia, solamente se i locutori credono che sia la lingua dominante; per opporsi a questa posizione, quindi, l’unica soluzione è adottare una posizione “atea” come la chiama Pascale Casanova (2019. La langue mondiale. Traduction e domination. Paris: Seuil) nei confronti della lingua e cioè non credere a questa dominazione e considerare la sua autorevolezza puramente arbitraria. Esprimersi in italiano in un convegno sulla traduzione fa parte di questo “ateismo” linguistico e lo stesso vale per il fatto di tradurre dall’arabo e in italiano. Più si traduce più la dominazione linguistica è meno presente e nel nostro caso proprio perché traduciamo all’arabo all’italiano – due lingue considerate non dominanti – la valenza del gesto è  doppia. La traduzione quindi è in un certo senso una lotta per la legittimità e certamente è sempre un atto politico.

Questa premessa per spiegare come considero la pubblicazione della traduzione in lingua italiana del romanzo di Wattar. Wattar è stato un autore molto prolifico e molto attivo culturalmente in Algeria, uno dei pochissimi, tra l’altro, a restare attivo con la sua associazione Al-Giahiziyya, anche durante il decennio 1990-2000, organizzando incontri e conferenze sulla letteratura e la cultura in generale. Assicuro in quegli anni cosa non da poco. Le sue prese di posizione hanno scatenato dibattiti e anche polemiche in più di un’occasione – ne cito una in particolare perché la notizia era giunta anche in Italia, quella provocata da una sua affermazione all’interno di un video intervista nel quale esprimeva un commento facendo riferimento a Tahar Djaout altro scrittore assassinato dai terroristi e sulla quale prima o poi esprimerò il mio parere – ciononostante è riconosciuto come un grande scrittore anche da coloro che non ne hanno condiviso le posizioni.

La lettura de La candela e i labirinti è, a mio parere, un ottimo modo per colmare una lacuna importante nella percezione della storia dell’Algeria in Italia in particolare, dove ahimè in questo settore di studi vige quella che Alain Deneault chiama la “mediocrazia” e cioè la mediocrità diventata sistemica. Come ci dice l’autore stesso nell’introduzione gli eventi si collocano a ridosso delle elezioni del 1992 e del conseguente blocco del secondo turno e ripercorrono il periodo dal 1962 a quell’anno per cercare di dare una spiegazione a come si sia potuti giungere alla vittoria del FIS. E siccome l’analisi delle situazioni è sempre complessa ecco i labirinti, contro spiegazioni lineari e banalizzanti che fanno molto comodo per rassicurare chi legge o ascolta. La struttura “labirintica” appunto, rende la lettura di questo romanzo un impegno, questo è  certo. Impegnativo, anche se in un altro senso, è accettare il fatto che il Fronte Islamico di Salvezza abbia potuto riportare la vittoria alla prima tornata elettorale perché votato soprattutto da persone giovani e con un livello di istruzione elevato che ne hanno subito il fascino, salvo poi spesso andarsene dal paese perché erano anche coloro che ne avevano i mezzi… insomma c’è di che meditare a lungo leggendo questo romanzo sicuramente in primis per gli algerini e le algerine ma anche per noi lettrici e lettori italiane/i che abbiamo la tendenza a esprimere pareri e giudizi senza conoscere a fondo i paesi.

Al termine della lettura si rimane senza fiato e però con una visione molto più lucida, dopo aver seguito l’andamento labirintico dei pensieri del protagonista, figura che si ispira al poeta Yusef Sebti (poeta algerino di lingua francese), molto amico di Wattar e vice presidente della citata associazione, assassinato nella notte del 27 settembre 1993 a El-Harrach, zona nella quale abitava e dove abita anche il protagonista del romanzo. Chi legge potrà poi decidere da sé a cosa fa riferimento Wattar quando parla della “candela”. Il romanzo segue anche dal punto di vista della lingua questo andamento labirintico, con continui passaggi dal passato al presente che il traduttore, accettando la sfida, ha cercato di riprodurre in lingua italiana.

In fondo al volume un elenco dei nomi di luoghi, personaggi e cose varie citati nel testo e che fanno riferimento all’Algeria. Nel romanzo vi sono riferimenti anche alla cultura araba e musulmana in generale e a pensatori europei, il cui eventuale approfondimento è lasciato a chi legge. Personalmente ne consiglio la lettura in parallelo con Algeria tra autunni e primavere, che sicuramente aiuta a chiarirne diversi passaggi.

Infine, questa traduzione contribuisce in parte a colmare il grande vuoto delle traduzioni di letteratura algerina dall’arabo e io spero proprio che ve ne siano altre.

 

 

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Algeria tra autunni e primavere

 

 

 

 

 

 

 

 

Karim Metref (2019). Algeria tra autunni e primavere. Capire quello che succede oggi con le storie di 10 eventi e 10 personaggi. Firenze: Multimage.

Dal febbraio 2019 tutti i venerdì milioni di persone scendono in piazza in Algeria per manifestare. Non solo. In Francia tutte le domeniche migliaia di algerini si radunano a Place de la République per manifestare (per inciso le manifestazioni in Francia hanno anche la doppia valenza di segnalare ai colonizzatori dell’Esagono di non farsi venire in mente strane idee) e molti prendono l’aereo nel week end per partecipare alle manifestazioni ad Algeri per rientrare in Francia la domenica sera. Lo stesso accade in altri paesi europei anche se i numeri sono minori. Non accade solo ad Algeri, come dico spesso Algeri non è l’Algeria e la forza del movimento sta a mio parere proprio nel fatto che la mobilitazione è veramente generale; a est, regione storicamente importante e persino nel profondo sud.

Oggi, a otto mesi dal primo hirak, credo che le algerine e gli algerini abbiano dimostrato a tutto il mondo chi sono (lo so, non sono obiettiva ma non mi importa nemmeno esserlo, l’obiettività non esiste). Eppure il “mondo” non si interessa particolarmente di loro. E già, niente bambini affamati e vestiti di stracci da mostrare, niente cadaveri per le strade. Solo dibattiti condotti dalla società civile. Incredibile: Ma come è possibile se da sempre si sostiene che nei paesi arabi (e in Algeria in particolare scritto su libri nero su bianco) la società civile non esiste?

Questa breve premessa per dire che il libro di Karim Metref è forse l’unico testo in lingua italiana che permette a chi desidera saperne di più di farsi un’idea che non è quella degli storici nostalgici del colonialismo. Trattando un tema che è “in progress” – Metref sta già pensando a un aggiornamento – l’autore ha scelto di suddividere il volume in due parti. La prima, ripercorre a ritroso dal 2019 al 1956 dieci avvenimenti fondamentali della storia algerina e la seconda tratteggia la figura di dieci personaggi attivi più o meno nello stesso periodo.

Per capire quanto accade in questi giorni, infatti, è necessario sondarne le cause che risalgono indietro nel tempo, forse proprio perché le algerine e gli algerini non hanno ottenuto lo stato al quale aspiravano dopo l’indipendenza. La resilienza del paese è stata alimentata soprattutto grazie alla memoria che gli algerini e le algerine hanno conservato per resistere e manifestare oggi. Per questo è  necessario capire il dipanarsi degli avvenimenti dal 1962 a oggi.

Consiglio la lettura di questo libro a chi voglia saperne un po’ di più ma anche e soprattutto a chi fa analisi basandosi sul nulla o peggio utilizzando gli stessi schemi per qualunque paese arabo, se non altro per acquisire alcuni dati.

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L’odore

 

 

 

 

 

 

Amal Bouchareb. L’odore. Buendia Books, 2019.

Amal Bouchareb è una giovane scrittrice algerina che con il suo romanzo noir Sakaràt Najma si è rivelata qualche anno fa come una delle promesse della scrittura in lingua araba. In italiano è da poco uscito questo racconto, L’odore, che mi è molto piaciuto ma di cui non dirò perché essendo un racconto breve finirei per raccontarlo e togliervi il piacere della lettura. Il racconto è stato premiato nel 2008 al FELIV di Algeri, il festival della letteratura e dei libri per ragazzi.

Il testo è una riscrittura in lingua italiana dell’autrice stessa ed è seguito da un breve commento di Bouchareb sull’esperienza della scrittura in lingua italiana a partire da un’originale arabo. Bouchareb racconta della sua esperienza di studi come traduttrice e dei professori che dicevano che ci si può dire traduttrice solo dopo aver svolto la traduzione di 1001 testi. Come a dire che traduttrici non ci si improvvisa, a maggior ragione quando si traduce se stessi. E infatti Bouchareb racconta di una sorta di senso di colpa nei confronti del proprio testo perché consapevole di non offrire a chi legge la versione “originale”. Ma forse anche la riscrittura è una versione originale, proprio come accade nelle 1001 notte testo del quale esistono innumerevoli versioni tutte originali.

La pubblicazione è una fiaschetta, così come chiamata dall’editore, Buendia Books, ovverosia un libricino in formato veramente tascabile (10×15 cm. circa) venduta al prezzo di 2,50 euro. Abbordabilissimo da chiunque, snello e molto carino da tenere in mano.

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فيردي في مصر

Ilmio articolo di settembre su Al-arabi al-giadid

 

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/9/30/%D9%81%D9%8A%D8%B1%D8%AF%D9%8A-%D9%81%D9%8A-%D9%85%D8%B5%D8%B1-1

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