Tutti gli autori dei testi tradotti pubblicati in questo blog sono stati informati e hanno consentito alla  traduzione e alla pubblicazione.

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Dalla guerra d’Algeria a oggi

Nel 2010 esce nelle sale cinematografiche, per la prima volta nella grande distribuzione, il film di Rachid Bouchareb Hors-la-loi, una produzione di Francia, Algeria e Belgio. Il film, distribuito anche nelle sale italiane, è particolare, perché, per la prima volta, la lotta degli algerini per l’indipendenza viene proposta in una cornice diversa dal solito. Non si tratta infatti qui di un documentario o di un film che fa riferimento a fatti realmente accaduti con inserzione di spezzoni di documentario, ma di una vera e propria fiction. Intendiamoci, il film fa riferimento a fatti realmente accaduti, come il massacro di Setif, ma siamo di fronte a un vero e proprio film, molto curato nel dettaglio, dove per la prima volta lo spettatore è portato a identificarsi con i tre protagonisti. E proprio per questo, l’uscita del film in Francia ha scatenato nuove polemiche, in un paese – ma non è l’unico – dove proprio si fatica a rielaborare una parte scomoda della propria storia.

Ho iniziato con questa citazione per dire che, ancora nel 2010, ma possiamo arrivare fino a oggi, esiste un importante tabù sui fatti d’Algeria, non solo ritengo, da parte della Francia, ma anche di altri paesi europei e in generale del mondo, nel parlare di una guerra che può essere tranquillamente accostata a una vera e propria persecuzione e strage da parte dei francesi. Fino a pochi anni fa la Francia si riferiva a quanto successo in Algeria con l’espressione “operazioni effettuate in Algeria e Nord Africa” nei documenti ufficiali o les évenements nel linguaggio politico comune. Solo nel 1998, e c’è voluta una legge, hanno sostituito con Guerra d’Algeria e combattimenti in Africa del Nord. E nel 2002 ancora scandalo ha procurato una legge sui rimpatriati d’Algeria che, all’art. 4, ancora parlava del “ruolo positivo della presenza francese d’Oltremare”, articolo poi eliminato da Chirac proprio dietro pressione di Butlfliqa e pubblicata in versione definitiva nel 2005.

La guerra d’Algeria è stata certamente un movimento politico ma anche e soprattutto un movimento culturale che – a mio parere – ha scoperto alcuni nervi che non sono stati ancora risolti in Europa e che sono pertanto molto attuali:

  • il rapporto tra razzismo e cultura. Come afferma Fanon: “Oggetto di razzismo non è più l’individuo, ma una data forma di esistenza. Al limite si parla di messaggio, di stile culturale. I ‘valori occidentali’ stranamente si ricollegano al famoso appello alla lotta della croce contro la mezzaluna”. Faccio questa citazione perché a mio parere è da qui che nasce il razzismo contemporaneo, che ha proprio queste caratteristiche e che rende l’affermazione di Fanon estremamente attuale. Quando De Gaulle fece il suo discorso il 16.09.1959 propose tre tesi: la secessione e la sua antitesi (integrazione nella Francia), per presentare poi la terza via, ya’ni l’autodeterminazione MA all’interno dei paesi legati alla Francia. In realtà De Gaulle non prendeva in considerazione la soluzione integrazione nel territorio francese, perché erano arabi e musulmani, ovviamente. La Francia diceva, non sarebbe stata più Francia cioè “un popolo europeo di razza bianca, cultura latina e greca e di religione cristiana”. C’era il pericolo che il suo paese natale Colombey-les-deux-églises diventasse Colombey-les deux-mosquées (citazoni tratte da Martin Evans, Algeria. France’s undeclared war).
  • la non neutralità della scienza e dell’accademia (l’impresa coloniale ha bisogno per sostenersi del sostegno dell’opinione pubblica. E nello stato nazione la linea culturale è data dall’accademia. Vedi oggi). Il discorso imperialista ha ovviamente bisogno di un discorso culturale che lo supporti e che è antecedente all’azione militare, discorso che fa leva su alcuni aspetti emotivi e che possiamo chiamare ‘orgia di sentimenti’ (Elizabeth Anker), anche questa molto presente nell’attualità. Discorso politico melodrammatico che inserisce la politica, le politiche e le pratiche di cittadinanza entro un’economia morale che identifica lo stato nazione come la vittima innocente e virtuosa di azioni vili.
  • l’esperienza della guerra d’Algeria sottolinea infine il pietismo del discorso sui diritti dell’uomo che fa riferimento a una libertà da elargire piuttosto che a una liberazione che il popolo – un popolo – andava conquistando. La guerra d’Algeria è anche quello che i francesi hanno fatto agli algerini in fatto di torture o stragi come il massacro di Setif o la manifestazione del 17 ottobre 1961 – la nuite noire – in Francia durante la quale molti manifestanti vennero gettati nella Senna dalle forze dell’ordine e gli oltre 11000 arrestati vennero messi nello stadio, trasformato in vero e proprio lager. Nel 1958 il ministro della cultura André Malraux aveva dichiarato che con de Gaulle la tortura in Algeria era cessata. Ma il comitato Audin dimostra che non è vero e che anzi queste pratiche sono messe in atto anche nella Francia metropolitana. Il comitato Audin sosteneva che la guerra era un’entità invasiva che attraversava il Mediterraneo per minare fatalmente i diritti dell’uomo in patria e quindi l’interesse per i diritti dell’uomo si risveglia solo quando la questione giunge sul territorio nazionale.

Ho iniziato con un film concludo con un altro film, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Nelle scene finali, Massu ordina ad Ali La Pointe di arrendersi prima di far esplodere il suo nascondiglio. Fuori, nell’attesa, la gente grida istiqlàl, indipendenza. Solo un fronte (giabha) che sappia declinare la propria proposta tenendo insieme religiosità musulmana e istanze laiche può avere successo. Anche qui il legame con l’oggi è forte. La concezione di modernità e democrazia, infatti, propone un sistema a carattere organico con valore generalizzante, ossia esiste un unico modo per modernizzarsi che comporta alcuni passi da fare per arrivare all’obiettivo – come sviluppo tecnologico-scientifico, stato burocratico-moderno, stato di diritto, secolarizzazione. Modernizzazione va così a coincidere con occidentalizzazione. Il punto di contrasto è la secolarizzazione, opporsi alla secolarizzazione non significa opporsi alla democrazia.

Più attuale di così…

[se volete leggere qualcosa sulla notte nera di Parigi che non sia un libro di storia, consiglio A futura memoria di Didier Daeninckx, un giallo storico ambientato proprio a Parigi nel 1961, molto ben scritto. Grazie a Daniloo per avermelo consigliato]

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gender dictionary-qamùs al-gender, Lebanon support, Beirut 2016

Nella prefazione al volume il collettivo che ha realizzato questo dizionario afferma che gli obiettivi per una pubblicazione del genere sono molteplici: innanzitutto raccogliere la ricerca su concetti quali gender e sessualità da una prospettiva femminista ed esporli in un linguaggio comprensibile, tracciando la storia e il contesto in cui hanno cominciato a essere utilizzati.

Le voci sono 25, tutte puttosto ampiamente commentate in arabo e in inglese.

In altre lingue, penso all’inglese, esistono diversi testi di questo genere, ma che io sappia questo è il primo del genere in lingua araba. Ne vedo perciò l’utilità, intanto perché può consentire a chi scrive in arabo di questi temi di partire da una definizione condivisa nel campo di studi, e poi perché, all’inverso, consente a chi non è arabofono di attingere a una terminologia che potrà diventare condivisa in lingua araba.

Certo, la bibliografia su cui ci si è basati nella redazione delle voci è solamente in inglese e francese e questo costituisce un limite di questo dizionario, che resta comunque un utile strumento.

[Grazie a Esty per avermene portato una copia]

 

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Questa è Londra, mio caro

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Hanan Ash-Shaykh, Innaha Lundun, ya ‘azīzī, Dàr al-adàb, Bayrùt 2001

Un aereo proveniente da Dubai sta per atterrare a Londra, tre personaggi: Lamis, Amira e Samir. Tutti e tre stanno per giungere nella capitale britannica con molte aspettative. Lamis, da poco divorziata, si reca nella sua casa di Londra per cercare di “travestirsi da britannica”, Amina, una prostituta di origine marocchina, vuole rientrare a Londra per sistemarsi una volta per tutte e lasciare Edgware Road per un quartiere più signorile e Samir, di origine libanese, spera finalmente di poter vivere la sua transessualità liberamente a Londra, dove “tutto è possibile”.

Ho letto questo romanzo eccellente – si sa, sono una fan di Ash-Shaykh – attraverso la lente del travestimento, non solamente in senso fisico. Come sostiene Anne McClintock, infatti, il cross-dressing fa riferimento alla capacità di adattarsi a identità differenti ed è quindi in relazione a una rappresentazione teatrale che non esiste nella realtà. Può attraversare classi sociali, gender e livelli di potere ed è in ogni caso una dimensione storica. In tal senso significa vivere al confine per interrogare la società occidentale con il suo binarismo eteronormativo e riappropriarsi del proprio corpo come un corpo performativo. Nel caso di questo romanzo, il sovvertimento dell’opposizione Arabo/Inglese che risale al colonialismo e che è sostento dall’idea sessualizata degli Arabi come opposti agli Inglesi.

Non è un caso che le tre protagoniste agiscano e cerchino un posto nella società londinese attraverso il corpo. Lamis, finalmente libera dopo il divorzio, cerca in tutti i modi di anglicizzarsi non solo attraverso l’aspetto esteriore, ma anche cercando il più possibile di eliminare le sue caratteristiche derivanti dal fatto di essere di madrelingua araba quando parla in inglese, e anche per mezzo della relazione con un londinese. Invano. Quando a una festa cerca di intavolare una conversazione con alcuni inglesi, scopre che questi sono interessati a lei in quanto possibile rifugiata irachena e, nel momento in cui appare chiaro che non lo è, perdono immediatamente interesse per la sua persona. Il tentativo di Lamis di integrarsi nella società londinese trasformandosi non riesce, ma alla fine riuscirà a trovare un equilibrio.

Amira, proviene da una famiglia povera e violenta e a Londra si installa in Edgware Road, dove svolge l’attività di prostitua. Anch’ella decide di travestirsi, in questo caso da principessa del Golfo, per attrarre clienti d’alto bordo che, così spera, le permetteranno di racimolare il denaro necessario a trasferirsi in Bayswater Road, che considera il centro di Londra, come ama dire. Il travestimento coinvolge il suo corpo non solo perché si traveste da “principessa”, ma anche perché cerca di comportarsi come tale e di cambiare in tal modo la realtà che la circonda. Il suo tentativo però finisce in malo modo.

Samir, invece, è fuggito dal Libano lasciando moglie e figli per vivere liberamente – o almeno così crede – la propria sessualità. Da ragazzo, in Libano, sua madre lo aveva inviato in un ospedale psichiatrico per “curare” il suo travestitismo. Di ritorno dall’istituzione è stato in qualche modo frozato a sposarsi. L’unico momento in cui ha potuto vestirsi liberamente da donna è stato durante la guerra civile libanese, quando diceva alla moglie che in tal modo sarebbe stato più libero di uscire per fare acquisti perché avrebbe avuto meno problemi ai check point. Per Samir Londra è “la libertà”. Anche il desiderio di Samir conosce una forte disillusione, poiché si scontra con una società che è libera solo a parole

Il travestimento, sembra dirci Ash-Shaykh è sempre solo una brutta copia dell’originale… e Londra è una città affascinante ma anche respingente.

Ci sarebbe naturalmente molto da scirvere su questo bel romanzo, bello da leggere proprio per la scrittura di Ash-Shaykh. Se lo cercate in italiano, il titolo è…. Fresco sulle labbra, fuoco nel cuore 

[la copertina è una delle tante del romanzo]

 

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Fi balad al-wilàd

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Muṣṭafà Fatḥī, Fī balad al-wilād,  Dàr ash-shebàb Books, Al-Qahira 2009.

Muṣṭafà Fatḥī Fī balad al-wilād (Nel mondo dei ragazzi) discute il tema dell’omosessualità in Egitto. Annunciato prima della sua comparsa in libreria ha suscitato, secondo l’autore, un interesse preventivo da parte della censura: “I servizi di sicurezza dello stato hanno detto che volevano leggere il libro. E’ la prima volta che sento di una cosa del genere. Volevano cambiare qualcosa, ma il libro alla fine è uscito senza cambiamenti” (intervista su Menassat 2009). Questa censura preventiva ha influenzato la pubblicazione finale e il volume è infatti uscito senza numeri di pagina, di modo che per poterlo attaccare chiunque debba prima leggere tutto il libro e non possa far riferimento solo a un singolo passaggio.

Il testo è una sorta di storia didattica che ha lo scopo di rompere il tabù sull’omosessualità in Egitto. All’inizio l’autore si presenta per quello che è, un giornalista sposato con un figlio di pochi mesi, a sottolineare la sua eterosessualità. Poi ci vien detto che una sera ha ricevuto una mail da un certo ‘Iṣām, un giovane che ha conosciuto, nella quale questi gli dice che è rimasto favorevolmente impressionato dalla sua persona e che è noto per essere un giornalista onesto. Così, ha deciso di inviargli un file dove viene narrata la sua storia, che merita di essere raccontata. Fatḥī, quindi, è solo colui che trasmette una storia scritta da altri.

Anche in questo caso, la prima esperienza di ‘Iṣām avviene in età molto giovane, a opera di un adulto. Qui si tratta di una vera e propria violenza -, un giorno, infatti, il protagonista si reca a casa di Zaynab, una bimba con cui è solito giocare, ma ella è fuori con la mamma. Lo accoglie il padre che lo invita a entrare e a “fare il gioco di Zaynab”, lo getta sul letto e lo violenta: “Mi gettò sul letto con violenza, sentivo il suo peso… credevo di soffocare. Piansi… […] l’uomo terminò quello che aveva cominciato con tutto il piacere. ‘Attento a parlarne in giro’ mi disse, poi mi diede 50 ghinee e alcune copie di Topolino e mi disse che me ne avrebbe date altre se avessi taciuto”. Pare impossibile che non ci sia un’esperienza del genere per essere omosessuali.

A prescindere dalla trama, due cose mi sembra di poter sottolineare. La prima è il desiderio di operare una distinzione tra l’omosessuale, così come lo intende l’autore ovviamente, rappresentato dal protagonista: per nulla effeminato – ci vien detto che nessuno si accorge dall’apparenza di questo orientamento – colto, va all’università. E’ uno come noi,  sembra voler dire l’autore, e quindi dobbiamo considerarlo una persona. Altro invece è il travestito, rappresentato nella storia dall’amico del protagonista, Muhammad, che indossa anche biancheria intima femminile, che “muoveva il corpo in modo da essere scambiato per una ragazza da dietro”, non passa la maturità e non riesce, con sua grande frustrazione, ad accedere all’università. Ci sarebbe molto da discutere, qui.

La seconda è l’utilizzo della lingua da parte dell’autore. Il testo è scritto in arabo standard e viene segnalato anche che c’è stata una revisione linguistica in questo senso, con tuttavia molti inserti in dialetto egiziano, a parte nei dialoghi, nei titoli dei paragrafi e in diversi punti del testo. Da un lato, Muṣṭafà Fatḥī, per esempio, vuole introdurre alcune parole in lingua araba per indicare l’omosessualità che non abbiano una valenza negativa. Utilizza sempre il vocabolo mithli (omosessuale) e omette i vocaboli dialettali facendoci comprendere che in un certo punto del testo sono stati omessi perché dispregiativi e traduce in arabo alcune locuzioni che in questa lingua, per la sfera cui appartengono, hanno un effetto piuttosto forte sulle lettrici e i lettori, evitando di scriverli in altre lingue (come si faceva fino a non molto tempo fa anche in Europa quando venivano scritte in latino come ad attenuarne l’effetto). Dall’altro, non tutte le espressioni hanno un corrispondente consolidato in arabo, sia esso standard che dialettale, non dispregiativo, e quindi vengono lasciate in inglese, come per esempio “sesso orale”.

Non manca un riferimento alla religione. Quando Muhammad chiede a ‘Iṣām se andranno in Paradiso, questi risponde: “Non lo so, Muhammad, quello che so è che Dio è misericordioso e misericorde e che perdona tutti i peccati, tranne quello di negare la sua esistenza. E nessuno di noi lo ha fatto”.

Insomma, l’impressione generale non è un gran che, perché sempre di una rappresentazione esterna si tratta.

 

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The Diesel

 

Thani 09a9c8545d6dfc9f62966567Al-Suwahidi, Al-dìzel Dàr al-giadid, Bayrut 2011.

Diesel, dello scrittore Thani Al-Suwahidi è considerato uno dei racconti lunghi più discussi e interessanti nel panorama della produzione degli Emirati. Pubblicato una prima volta nel 1994 a Beirut non ebbe molto riscontro di critica o di pubblico, cosa che invece ha suscitato con la seconda edizione nel 2004 e con quella del 2011 (la quinta), seguita nel 2012 da una traduzione in inglese. La storia ruota attorno a Diesel, il protagonista, ed è, più che scritta in prosa, raccontata come un flusso di coscienza in un lingaggio fortemente poetico (Al-Suwahidi è poeta innanzitutto e ha scritto molto anche in prosa poesia) come una converszione che il protagonista intrattiene con la lettrice e il lettore. Il narratore-protagonista è una persona che alberga un’anima di donna in un corpo maschile, come egli stesso afferma. Quando scopre la danza e la musica comincia a cantare e diventa talmente popolare che la sua arte ispira la ribellione nella regione contro l’élite al potere.

Durante una trasmissione di Al-Jazeera, as-Suwaydī ha ammessoo che Diesel ha choccato i lettori (e infatti spesso, nei titoli di articoli dedicati all’autore, si ritrova l’espressione “il romanzo choc”, “l’autore del romanzo choc”) perché tratta di un transessuale nella regione del Golfo, ma ritiene che in realtà il tema del testo sia l’effetto che la scoperta del petrolio ha avuto su una comunità tradizionale nella quale il modo in cui venivano costruiti i rapporti tra le persone è stato stravolto “dall’oro nero”. Diesel perciò, secondo le sue parole, rappresenta un atto di ribellione contro una società che non valorizza più il rapporto umano e privilegia invece rapporti basati sulla moneta.

Come in altri romanzi, la prima esperienza di Diesel – ovviamente anche il nome non è scelto a caso e fa da contrasto forse a naft – avviene in moschea quando ha quindici anni. Una sera il padre, adirato perché è rientrato in ritardo lo lascia fuori di casa e il ragazzo si reca in moschea per passare la notte. Quando arriva il muezzin si avvicina e gli chiede:

“Di chi sei figlio?”
“Suo”, risposi.
Mi fece cenno di sedermi accanto a lui e disse “Se stanotte vuoi dormire qui, devi pagare il viandante che sta dormendo in un angolo della moschea”.
“Non ho denaro”.
“Allora devi fargli un favore e soddisfarlo”.
Si avvicinò al viandante, gli parlò e si sedette, mentre questi venne verso di me e mi passò una mano fra i capelli. Poi scese sul mio collo e da lì al mio petto. Chiese: “Hai sentito parlare della virtù?”
“Sì” risposi.
“E del suo profumo?”
“Quello non lo conosco”.
Amici, ho cominciato così. (40).

L’esperienza avviene senza violenza, Diesel ricorda solo come è successo, e As-Suwahidi lascia la lettrice e il lettore libere di interpretare il dialogo come meglio credono. Il giorno dopo, inoltre, il padre si reca in moschea per cercarlo e, quando arriva,

Andò dal muezzin e sorridendo, parlò con lui a bassa voce. Il muezzin fece un cenno in direzione del viandante, poi mio padre si avvicinò e mi guardò. […] Ero perplesso quando seppi che mio padre si era offerto di aiutare il viandante e che lo aveva invitato a stare con noi per alcuni giorni. Casa nostra aveva solo due stanze; una per mia sorella e mio padre, l’altra ospitava me e il viandante. Quest’uomo fu generoso e mi diede più affetto paterno in una settimana che mio padre in tutta la sua vita. Se ne andò senza salutare, ci svegliammo una mattina e non c’era più. Quando chiedemmo al muezzin, disse che era andato in un’altra moschea, in un’altra città (41-42).

Quest’esperienza permette a Diesel di scoprire la sua vera identità: comincia a passare il tempo con sua sorella e altre donne e a riconoscere come si sente: Per la prima volta sentivo di possedere un corpo di donna e non volevo più resistere a questa forza femminile. Tutta la mia persona cominciò a muoversi, come se mi fossi improvvisamente svegliato in un modo assoluto (44-45).

Scopre così il suo talento di cantante e ballerino travestito, talento che mette a disposizione per feste e occasioni speciali. Diesel viene accettato dalla società grazie al suo travestirsi; anche se il suo cuore è “a destra” (51), le persone fanno a gara per andarlo ad ascoltare e la sua reputazione supera i confini della sua città. Il riconoscimento diventa “più grande di quello dell’imam della moschea” (68). Il corpo di Diesel, un corpo che non si confroma alla norma, diventa uno strumento contro la politica della società del Golfo e il pubblico che ascolta Diesel comprende che “sono nati nuovi soli in un modo nuovo”  (70). Ovviamennte, tutto questo non può avvenire senza una reazione da parte del potere. Una sera, infatti, a Diesel viene detto di “interrompere tutto quello che stavo facendo o l’avrei pagata” (71). Quella stessa notte viene aggredito e costretto a restare a letto per tre mesi. Ma il processo messo in moto non può fermarsi poiché le persone “poterono sentire un sermone diverso, un sermone completamente differente” (74).

In conclusione, il corss dressing di Diesel funge da metafora anticipatoria per gli eventi occorsi nel Golfo poco dopo le edizioni successive alla prima, cosa questa che ha sicuramente contribuito al successo tardivo. As-Suwahidi stesso afferma che la storia è metaforica: desiderava descrive i profondi cambiamenti culturali cui è stata sottoposta la società emiratina dopo la scoperta del petrolio e l’incontro con culture e società differenti. Diesel, infatti, è il giovane quindicenne che afferma: “Che Dio maledica questa città… mi ha afferrato le viscere e me le ha messe sottosopra” (39). Il travestitismo, qui, opera solo come simbolo e non costituisce un nuovo modo di rappresentare un protagonista queer in letteratura se non per il fatto che il personaggio non è descritto negativamente, ma in modo positivo. Il testo, dunque, è sicuramente qualcosa di più che un racconto queer in lingua araba, tuttavia è proprio atraverso un corpo rivoluzionario che questo qualcosa in più si manifesta.

 

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Reassessing Arab Algerian Modernity

Il link a un articolo fresco di pubblicazione:

http://www.komunikacijaikultura.org/KK7/KK7Guardi.pdf

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ILA Certificate

[Il progetto di certificazione della lingua araba ILA prosegue il suo percorso. Sono da oggi disponibili i testi per la preparazione all’esame A1 e A2 per il mercato internazionale, anche in formato ebook]

ILA ARABIC CERTIFICATE TRAINING TESTS. WITH AUDIO CD.

A1 LEVEL

A2 LEVEL

ILA project offers for the first time tests and preparation materials for the Certificate Exam in Modern Standard Arabic (MSA), the language used in international context and the one in which Arabic speakers identify themselves from a cultural perspective. ILA project interpreted criteria and standards established and recognized by the EU through CEFR, a suitable tool to certify languages on its territory. This book is part of the project first step and focuses on oral skills, which imply the ability to organize linguistic means at a higher level than the one necessary for writing skills.

Hocine Benchina, professor of Arabic Language, has been teaching Arabic at Johns Hopkins University and Università degli Studi di Milano. Currently he is a language consultant at Eni Corporate University. In 2011 he was awarded the Custodian of the Two Holy Mosques International Award for Translation.

Nadia Rocchetti, professor of Arabic Language and Literature, translator, focuses her research on Arabic teaching and curricula development. After her university studies in Italy, she went on to improve her skills in Syria, Lebanon and Egypt.

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Nota sull’Algeria nella cultura italiana

La tradizione dell’immaginario orientalista vuole che le donne che arrivavano ad Algeri – sede della còrsa – fossero catturate e destinate a essere vendute come schiave e oggetti di piacere sessuale. [1] Eppure, diverse sono le storie che ci raccontano di donne italiane che sono “passate dall’altra parte” per necessità, in alcuni casi anche per curiosità intellettuale. I registri dell’Inquisizione raccontano dei relapsi, cioè delle persone che, per motivazioni diverse, sono cadute in errore – secondo chi compilava i registri –  e hanno preferito l’Islàm. [2]

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Pur se non è possibile affermare che L’Italiana in Algeri (1813), musica di Gioacchino Rossini e libretto di Angelo Anelli,  si basi su una storia reale, parrebbe ricordare la storia di una dama lombarda, Isabella Frapolli. Poche le fonti per ricostruire la sua avventura ad Algeri. Sembra che Isabella, reginetta della Milano napoleonica, sia partita per un viaggio di cui nessuno conosceva lo scopo con un’amica, nel 1805. [3] Catturate dai corsari – almeno secondo quanto si racconta –  si ritrovano ad Algeri. Qui, Isabella diviene la favorita del dey Mustafa ibn Ibrahim, personaggio presente anche nell’opera di Rossini, per poi fuggire con i gioielli che questi le aveva donato e torna a Milano.

L’Algeria ritorna nelle lettere italiane dopoo la Seconda Guerra Mondiale. E’ il caso di Vittorio Sereni, classe 1913, anch’egli proveniente dalla Lombardia. Donatella Bisutti, poeta e animatrice con Jalal elHakmawi della rivista di prosa poesia Electron Libre, ha utilizzato Sereni e la sua esperienza in Algeria per il titolo del suo libro La poesia salva la vita [4] proprio perché è attraverso l’esperienza poetica vissuta in Algeria che Sereni a potuto superare gli anni di prigionia trascorsi nel paese.

 

Nel 1943, infatti, Sereni viene fatto prigioniero in Sicilia e inviato ad Algeri, dove resterà per due anni. Ne Diario d’Algeria, raccolta pubblicata una prima volta nel 1947, [5]  l’Algeria, anche se luogo di detenzione, diventa non solo il luodownloadgo dell’ispirazione poetica in rapporto alla patria lontana, ma anche a se stessa, come dimostra la poesia seguente:

Non sanno d’esser morti,
I morti come noi,
non hanno pace.
Ostinati ripetono la vita
Si dicono parole di bontà
Rileggono nel cielo i vecchi segni.
Corre un girone grigio in Algeria
Nello scherno dei mesi
Ma immoto è il perno a un caldo nome: ORAN. [6]

Versi che toccano una corda interiore e che esprimono allo stesso tempo la disperazione del prigioniero che si considera come morto perché lontano dalla patria, ma che, col passare dei mesi, trova un punto di riferimento in Algeria. O ancora, l’Algeria diventa il ricordo dell’amore e l’esperienza di un nuovo modo di comporre, dato che la raccolta rappresenta una cesura con le modalità compositive poetiche in lingua italiana che diverrà poi un modello per i poeti italiani contemporanei:

Ahimé come ritorna
Sulla frondosa a mezzo luglio
Collina d’Algeria
Di te nell’alta erba riversa
Non ingenua lal voce
E nemmeno perversa
Che l’afa lamenta
E la bocca feroce
Ma rauca un poco e tenera soltanto [7]

[questa poesia è da brivido, troppo bella]

All’inizio ho accennato all’opera lirica e ancora con la lirica chiudo queste note. Forse non è un caso che l’Algeria sia stata oggetto delle poesie di Sereni e della musica di Luigi Nono. Sereni ha sicuramente dato un soffio di novità alla poesia italiana contemporanea e Nono, padre della dodecafonia, è ormai riconosciuto a livello internazionale come il compositore che ha rinnovato la musica classica…

 

L’Algeria entra nell’opera di Nono con la guerccnjm2sw0aelbvhra di liberazione e soprattutto con la figura di Djamila Bupacha. Djamila Bupasha è il titolo di un movimento per soprano solo che Nono ha inserito nella sua opera Canti di vita e d’amore[8] un pezzo in tre movimenti composto nel 1962 per tenore, soprano e orchestra. Djamila Bupacha diviene il simboloo dell’oppressione politica, un tema cui Nono ha dedicato diverse sue composizioni. Qui le parole sono solamente un mezzo per veicolare l’emozione, la flessibilità della voce e il suo colore. All’interno un testo cantato, dal titolo Esta noche, dello scrittore antifranchista Jésus Lopez Pacheco, recita :

Quitadme de los ojos
esta niebla de siglos.
Quiero mirar las cosas
como un niño.
Es triste amanecer
y ver todo lo mismo.
Esta noche de sangre,
este fango infinite.
Ha de venir un día,
distinto.
Ha de venir la luz,
creedme lo que os digo.

Questo canto è stato definito “canto d’amore per la vita”, “lunga lamentazione che emerge lentamente dall’orchestra e scompare lentamente dopo aver raggiunto un intenso climax emotivo che si risolve nell’affermazione della speranza di libertà”.

[1] A. Bettagno, a cura di, Guardi. Quadri turcheschi, Electa, Milano 1993 ; A. Boppe, Les peintres du Bosphore au XVIIIème siècle, ACR Editions, Paris 1989 ; M. Chebel, Encyclopédie de l’amour en Islam, Payot, Paris 1995 ; T. Lynne, La femme dans la peinture orientaliste, Courbevoie, ACR Editions paris 1993 ; M. Pückler, Aus Mehmet Ali’s Reich, Hallbergers’sche Schroeder Verlag, Stuttgart 1844 ; M. Savary, Lettres sur l’Egypte, Les Librairies Associées, Amsterdam 1787 ; P. Stein, « Madame de Pompadour and the Harem Imagery at Bellevue », Gazette des Beaux-Arts, n. 1500, janvier 1994, pp. 29-43.

[2] N. Bazzetta de Vemenia, Donne ed amori, ville e misteri di Milano e del Lario, Omarini, Milano 1919.

[3] N. Bazzetta de Vemenia, “Una donna milanese rapita dai corsari e L’italiana in Algeri di Gioacchino Rossini”, in op. cit., pp. 97-102. G. Tintori, “La milanese in Algeri”, Rassegna Musicale Curci, 32, 1979, pp. 40-41.

[4] D. Bisutti, La poesia salva la vita, Mondadori, Milano 1992.

[5] V. Sereni, Diario d’Algeria, Einaudi, Torino 1998.

[6] Ibi, p. 24.

[7] Ibi, p. 23.

[8] F. Breuning, Luigi Nonos Vertonungen von Texten Cesare Paveses, LIT-Verlag, Münster 1999, pp. 153-175; J. Irvine, “Luigi Nono’s Canti di vita e d’amore: new phases of development 1960-6”, Contemporary Music Review, Vol 10, Part. 2, Harwood Academic Publishers, Singapore, mars 1999, pp. 87-109.

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Geschichte der arabischen Litteratur

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Carl Brockelmann, History of the Arabic Written Tradition, transl. by Joep Lameer, Brill, Leiden 2016.

Ieri Brill ha annunciato la pubblicazione, nella traduzione inglese, dei primi due volumi della  Storia della letteratura araba di Brockelmann, che poi sarebbero la traduzione del supplemento I (S I, 973 pagine) e del supplemento II (S II, 1045 pagine) al prezzo di 75,00 euro cadauno, parecchio più cara della versione originale. L’opera completa in inglese sarà pubblicata entro il 2017.

Esce dunque in inglese l’opera che è stata da sempre il riferimento di tutti le arabiste e gli arabisti che a essa hanno attinto a piene mani – tanto è in tedesco – e che sicuramente, in inglese, raggiungerà un pubblico ancor più vasto.

Ovviamente Brockelmann è un uomo del suo tempo e ha una sua visione della l
etteratura (che in inglese è diventata the Arabic written tradition) araba, tuttavia l’opera resta un testo di riferimento per la ricchezza delle indicazioni bibliografiche. Resta da capire perché Brill, con i mezzi che ha, non promuova testi sulle letterature contemporanee dei singoli paesi, cosa di cui sicuramente si sente la mancana, piuttosto che riproporre un testo che è già statao ampiamente sfruttato.

In ogni caso, per chi non ha potuto accedervi prima perché non conosce la lingua, si tratta sicuramente di una pubblicazione interessante.

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Tafsir Al-Jalalain

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Esegesi del Corano. Tafsir al-Jalalayn, trad. a cura di Paolo Gonzaga, Istituto Italiano di Studi Islamici, Milano 2016.

Il tafsir al-Jalalayn è opera di due Jalàl appunto: Jalàl ad-Din al-Mahalli e Jalàl ad-Din as-Suyuti. Quando ho visto il testo in traduzione italiana sono stata piacevolemtne sorpresa, perché è molto diffuso nel mondo arabo, specialmente nelle zone che frequento e finalmente è disponibile in italiano un’opera alternativa al sempre citato e ovunque reperibile Ibn Kathìr.

Considerato accessibile e di facile consultazione per tutti è stato oggetto di studio da parte di altri sapienti musulmani e anche criticato, ciononostante resta un’opera da consultare per chi si occupa di studi coranici.

L’aspetto interessante è che questa traduzione è stata edita dall’Istituto Italiano di Studi Islamici e che si presenta quindi come un’opera da consultare e utilizzare e non come una traduzione-edizione critica. Fa parte, questa traduzione, di una serie di pubblicazioni e traduzioni che pian piano anche in italiano si ritagliano uno spazio, che mi auguro sempre più ampio. Così, infatti, è possibile avere una visione dell’islam e dei suoi testi dal punto di vista musulmano e non come sempre filtrata da un occhio che musulmano non è. Al di là di qualunque valutazione, mi pare sia una storia che dev’essere narrata.

Mi auguro perciò che questa sia solo la prima di molte traduzionid i testi del genere in italiano.

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