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Sesto San Giovanni e Anis Amri

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Un paio di giorni fa mi è capitato di leggere alcuni post su facebook di membri e membre di un gruppo che in teoria dovrebbe servire a discutere di idee per la città in cui vivo, Sesto San Giovanni. I post erano relativi alla salma di Amir Amri.

Non sono una persona che inorridisce di fronte al turpiloquio o a un linguaggio forte, ma quello che ho letto in quei post mi ha fatto vergognare di essere concittadina di queste persone. Non riesco nemmeno a comprendere come possa venire in mente di scrivere certe cose. Post pieni di livore.

Oggi un altro degli pseudo giornali distribuiti in città gratuitamente pubblica un articolo dal titolo “Il Comune non paghi il funerale di Amri”. Ovviamente le cittadine e i cittadini di cui sopra hanno i loro rappresentanti in Consiglio Comunale.

E dunque il punto di discussione è che il Comune non deve pagare le spese, dato che Amri era un terrorista. La Sindaca, riporta fra virgolette l’articolo, ha affermato: “Si tratta di una situazione straordinaria, che come tale va trattata. non posson bastare le procedure comunali”. Cosa ci sarà di straordinario nella morte di un essere umano me lo devono spiegare, perché io non lo so.

Io penso che esiste il rispetto della morte. Della morte di chiunque, perché come ci ricordava Antonio De Curtis essa è a’ livella.

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Chouchou

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Chouchou, regia di Merzak Allouache, 104′, 2003.

Choouchou giunge da Algeri a Parigi apparentemente alla ricerca del nipote (queer come lo zio), ma soprattutto per poter vivere liberamente il suo orientamento sessuale.

Come sempre, Allouache si dimostra un regsta diversi passi avanti agli altri con questo film, molto divertente e che, come spesso nei suoi film, affronta un tema molto serio facendo ridere, dote rara. Chouchou è una bella persona e piace a tutti: all’analista presso cui ha trovato lavoro, al parroco presso cui alloggia, agli amici del locale queer “Apocalypse”, dove lavora la sera e anche a un avventore, che si innamora di lei e la presenta ai suoi genitori.

E il film ha un lieto fine, col matrimonio dei due protagonisti.

Le allusioni e i rimandi sono moltissimi, dall’abbigliamento, all’imamgine di Freud con cui la protagonsita intrattiene una conversazione, alle visioni di un religioso che risiede nella stessa parrocchia di Chouchou e che, mangiando cioccolata, vede una bellissima donna apparirgli. Una visione sola non è sufficiente.

Sebbene alcuni film di Allouache siano stati proiettati anche nelle sale italiane (Salut Cousin e Bab ElOued), questo purtroppo è visibile solo in dvd.

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Gruppo di lettura araba

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Da tempo volevo orgnizzare un gruppo di lettura-discussione sulla letteratura araba  e finalmente ci siamo. Grazie all’Associazione Direfaredare partiamo il 15 febbraio 2017 alle 18.30 presso lo spazio Talamucci di Sesto San Giovanni, in Via Dante 6.

Cominciamo con un “classico”: Un taxi per Beirut di Ghada Samman. Chi lo ha letto o lo desidera leggere entro il 15 febbraio, è la benvenuta/o.

C’è una lista fino a giugno, ma ovviamente è modificabile in base ai desideri di chi partecipa. Vi aspettiamo!

 

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Parla anche arabo

15936475_10155737159867846_4838416156801236334_oLa fabbrica del consenso lavora alacremente. Quello che vedete è il titolo di un articolo apparso sul Corriere della sera edizione romana.

Musta’ribàt attente: parlare anche arabo è di certo indice di qualcosa che non va. Regolatevi.

 

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Genographic Project

 

 

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Evidentemente i segnali sono molti, basta coglierli. Leggo un altro articolo, questo. Scopro che l’articolo è praticamente una traduzione in arabo di quest’altro. Entrambi fanno riferimento a un progetto lanciato dal National Geographic, che ha per nome Genographic. Già mi vengono i brividi appena leggo dovunque la parola genoqualcosa. Mi pareva che fosse stato stabilito una volta per tutte che le razze non esistono e neppure le etnie, che è solo un modo per dire razza senza dirlo. Come ha affermato molto bene Kamran Rastegar (un fine intellettuale): “Questo tipo di lavoro scientifico – che cerca di reificare le origini genetiche di categorie sociali – è  molto pericoloso”.

E qui mi viene in mente, come sempre più spesso ultimamente, “Le origini culturali del terzo Reich” di George Mosse.

Con letturearabe c’entra perché ciò che viene evidenziato nei due articoli è che gli “Arabi” non sono interamente “Arabi” ma anche un po’ di qualcos’altro.

Ma c’è di più. Volete sapere da quali di cotali etnie siete composti? Il “progetto di ricerca” vi analizza il DNA. Beh, è un progetto di ricerca, ti do il mio dna e tu me lo analizzi e fai i tuoi ragionamenti no? No no. Dovete acquistare il kit dna alla modica cifra di 149 dollari, che per l’Europa con spese di spedizione arrivano a 200 circa.

 

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Il ratto del serraglio

L’altro giorno ho letto questo articolo.  Tratta del nuovo allestimento dell’opera di Mozart Il ratto del serraglio. L’oggetto della quetione è l’allestimento contemporaneo, nel quale il regista austriaco ha sostituito ai Turchi i combattenti di daesh, come da immagine che segue:

 

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Pur ritenendo che il regista sia libero di interpretare l’opera come meglio crede, quel che mi è balzato agli occhi è il contrasto del bianco abito della protagonista femminile rispetto al nero dei “terroristi” e l’effetto di insieme che non fa altro che esaltare quello che c’è già nell’opera originale, ovviamente. E dunque: l’orientalismo torna prepotentemente nel discorso culturale, ma non solo. I terroristi diventano oggetto della rappresentazione, una rapresentazione che è Vertretung cioè esterna (e non Darstellung), visto che il regista è austriaco. Cosa che, a mio parere, è piuttosto negativa. In qualche modo li spersonalizza, diventano qualcosa che non è reale. Questa è, perlomeno, la mia opinione.

Lascio a voi i commenti rispetto a quanto afferma il regista nell’intervista.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dalla guerra d’Algeria a oggi

Nel 2010 esce nelle sale cinematografiche, per la prima volta nella grande distribuzione, il film di Rachid Bouchareb Hors-la-loi, una produzione di Francia, Algeria e Belgio. Il film, distribuito anche nelle sale italiane, è particolare, perché, per la prima volta, la lotta degli algerini per l’indipendenza viene proposta in una cornice diversa dal solito. Non si tratta infatti qui di un documentario o di un film che fa riferimento a fatti realmente accaduti con inserzione di spezzoni di documentario, ma di una vera e propria fiction. Intendiamoci, il film fa riferimento a fatti realmente accaduti, come il massacro di Setif, ma siamo di fronte a un vero e proprio film, molto curato nel dettaglio, dove per la prima volta lo spettatore è portato a identificarsi con i tre protagonisti. E proprio per questo, l’uscita del film in Francia ha scatenato nuove polemiche, in un paese – ma non è l’unico – dove proprio si fatica a rielaborare una parte scomoda della propria storia.

Ho iniziato con questa citazione per dire che, ancora nel 2010, ma possiamo arrivare fino a oggi, esiste un importante tabù sui fatti d’Algeria, non solo ritengo, da parte della Francia, ma anche di altri paesi europei e in generale del mondo, nel parlare di una guerra che può essere tranquillamente accostata a una vera e propria persecuzione e strage da parte dei francesi. Fino a pochi anni fa la Francia si riferiva a quanto successo in Algeria con l’espressione “operazioni effettuate in Algeria e Nord Africa” nei documenti ufficiali o les évenements nel linguaggio politico comune. Solo nel 1998, e c’è voluta una legge, hanno sostituito con Guerra d’Algeria e combattimenti in Africa del Nord. E nel 2002 ancora scandalo ha procurato una legge sui rimpatriati d’Algeria che, all’art. 4, ancora parlava del “ruolo positivo della presenza francese d’Oltremare”, articolo poi eliminato da Chirac proprio dietro pressione di Butlfliqa e pubblicata in versione definitiva nel 2005.

La guerra d’Algeria è stata certamente un movimento politico ma anche e soprattutto un movimento culturale che – a mio parere – ha scoperto alcuni nervi che non sono stati ancora risolti in Europa e che sono pertanto molto attuali:

  • il rapporto tra razzismo e cultura. Come afferma Fanon: “Oggetto di razzismo non è più l’individuo, ma una data forma di esistenza. Al limite si parla di messaggio, di stile culturale. I ‘valori occidentali’ stranamente si ricollegano al famoso appello alla lotta della croce contro la mezzaluna”. Faccio questa citazione perché a mio parere è da qui che nasce il razzismo contemporaneo, che ha proprio queste caratteristiche e che rende l’affermazione di Fanon estremamente attuale. Quando De Gaulle fece il suo discorso il 16.09.1959 propose tre tesi: la secessione e la sua antitesi (integrazione nella Francia), per presentare poi la terza via, ya’ni l’autodeterminazione MA all’interno dei paesi legati alla Francia. In realtà De Gaulle non prendeva in considerazione la soluzione integrazione nel territorio francese, perché erano arabi e musulmani, ovviamente. La Francia diceva, non sarebbe stata più Francia cioè “un popolo europeo di razza bianca, cultura latina e greca e di religione cristiana”. C’era il pericolo che il suo paese natale Colombey-les-deux-églises diventasse Colombey-les deux-mosquées (citazoni tratte da Martin Evans, Algeria. France’s undeclared war).
  • la non neutralità della scienza e dell’accademia (l’impresa coloniale ha bisogno per sostenersi del sostegno dell’opinione pubblica. E nello stato nazione la linea culturale è data dall’accademia. Vedi oggi). Il discorso imperialista ha ovviamente bisogno di un discorso culturale che lo supporti e che è antecedente all’azione militare, discorso che fa leva su alcuni aspetti emotivi e che possiamo chiamare ‘orgia di sentimenti’ (Elizabeth Anker), anche questa molto presente nell’attualità. Discorso politico melodrammatico che inserisce la politica, le politiche e le pratiche di cittadinanza entro un’economia morale che identifica lo stato nazione come la vittima innocente e virtuosa di azioni vili.
  • l’esperienza della guerra d’Algeria sottolinea infine il pietismo del discorso sui diritti dell’uomo che fa riferimento a una libertà da elargire piuttosto che a una liberazione che il popolo – un popolo – andava conquistando. La guerra d’Algeria è anche quello che i francesi hanno fatto agli algerini in fatto di torture o stragi come il massacro di Setif o la manifestazione del 17 ottobre 1961 – la nuite noire – in Francia durante la quale molti manifestanti vennero gettati nella Senna dalle forze dell’ordine e gli oltre 11000 arrestati vennero messi nello stadio, trasformato in vero e proprio lager. Nel 1958 il ministro della cultura André Malraux aveva dichiarato che con de Gaulle la tortura in Algeria era cessata. Ma il comitato Audin dimostra che non è vero e che anzi queste pratiche sono messe in atto anche nella Francia metropolitana. Il comitato Audin sosteneva che la guerra era un’entità invasiva che attraversava il Mediterraneo per minare fatalmente i diritti dell’uomo in patria e quindi l’interesse per i diritti dell’uomo si risveglia solo quando la questione giunge sul territorio nazionale.

Ho iniziato con un film concludo con un altro film, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Nelle scene finali, Massu ordina ad Ali La Pointe di arrendersi prima di far esplodere il suo nascondiglio. Fuori, nell’attesa, la gente grida istiqlàl, indipendenza. Solo un fronte (giabha) che sappia declinare la propria proposta tenendo insieme religiosità musulmana e istanze laiche può avere successo. Anche qui il legame con l’oggi è forte. La concezione di modernità e democrazia, infatti, propone un sistema a carattere organico con valore generalizzante, ossia esiste un unico modo per modernizzarsi che comporta alcuni passi da fare per arrivare all’obiettivo – come sviluppo tecnologico-scientifico, stato burocratico-moderno, stato di diritto, secolarizzazione. Modernizzazione va così a coincidere con occidentalizzazione. Il punto di contrasto è la secolarizzazione, opporsi alla secolarizzazione non significa opporsi alla democrazia.

Più attuale di così…

[se volete leggere qualcosa sulla notte nera di Parigi che non sia un libro di storia, consiglio A futura memoria di Didier Daeninckx, un giallo storico ambientato proprio a Parigi nel 1961, molto ben scritto. Grazie a Daniloo per avermelo consigliato]

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gender dictionary-qamùs al-gender, Lebanon support, Beirut 2016

Nella prefazione al volume il collettivo che ha realizzato questo dizionario afferma che gli obiettivi per una pubblicazione del genere sono molteplici: innanzitutto raccogliere la ricerca su concetti quali gender e sessualità da una prospettiva femminista ed esporli in un linguaggio comprensibile, tracciando la storia e il contesto in cui hanno cominciato a essere utilizzati.

Le voci sono 25, tutte puttosto ampiamente commentate in arabo e in inglese.

In altre lingue, penso all’inglese, esistono diversi testi di questo genere, ma che io sappia questo è il primo del genere in lingua araba. Ne vedo perciò l’utilità, intanto perché può consentire a chi scrive in arabo di questi temi di partire da una definizione condivisa nel campo di studi, e poi perché, all’inverso, consente a chi non è arabofono di attingere a una terminologia che potrà diventare condivisa in lingua araba.

Certo, la bibliografia su cui ci si è basati nella redazione delle voci è solamente in inglese e francese e questo costituisce un limite di questo dizionario, che resta comunque un utile strumento.

[Grazie a Esty per avermene portato una copia]

 

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Questa è Londra, mio caro

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Hanan Ash-Shaykh, Innaha Lundun, ya ‘azīzī, Dàr al-adàb, Bayrùt 2001

Un aereo proveniente da Dubai sta per atterrare a Londra, tre personaggi: Lamis, Amira e Samir. Tutti e tre stanno per giungere nella capitale britannica con molte aspettative. Lamis, da poco divorziata, si reca nella sua casa di Londra per cercare di “travestirsi da britannica”, Amina, una prostituta di origine marocchina, vuole rientrare a Londra per sistemarsi una volta per tutte e lasciare Edgware Road per un quartiere più signorile e Samir, di origine libanese, spera finalmente di poter vivere la sua transessualità liberamente a Londra, dove “tutto è possibile”.

Ho letto questo romanzo eccellente – si sa, sono una fan di Ash-Shaykh – attraverso la lente del travestimento, non solamente in senso fisico. Come sostiene Anne McClintock, infatti, il cross-dressing fa riferimento alla capacità di adattarsi a identità differenti ed è quindi in relazione a una rappresentazione teatrale che non esiste nella realtà. Può attraversare classi sociali, gender e livelli di potere ed è in ogni caso una dimensione storica. In tal senso significa vivere al confine per interrogare la società occidentale con il suo binarismo eteronormativo e riappropriarsi del proprio corpo come un corpo performativo. Nel caso di questo romanzo, il sovvertimento dell’opposizione Arabo/Inglese che risale al colonialismo e che è sostento dall’idea sessualizata degli Arabi come opposti agli Inglesi.

Non è un caso che le tre protagoniste agiscano e cerchino un posto nella società londinese attraverso il corpo. Lamis, finalmente libera dopo il divorzio, cerca in tutti i modi di anglicizzarsi non solo attraverso l’aspetto esteriore, ma anche cercando il più possibile di eliminare le sue caratteristiche derivanti dal fatto di essere di madrelingua araba quando parla in inglese, e anche per mezzo della relazione con un londinese. Invano. Quando a una festa cerca di intavolare una conversazione con alcuni inglesi, scopre che questi sono interessati a lei in quanto possibile rifugiata irachena e, nel momento in cui appare chiaro che non lo è, perdono immediatamente interesse per la sua persona. Il tentativo di Lamis di integrarsi nella società londinese trasformandosi non riesce, ma alla fine riuscirà a trovare un equilibrio.

Amira, proviene da una famiglia povera e violenta e a Londra si installa in Edgware Road, dove svolge l’attività di prostitua. Anch’ella decide di travestirsi, in questo caso da principessa del Golfo, per attrarre clienti d’alto bordo che, così spera, le permetteranno di racimolare il denaro necessario a trasferirsi in Bayswater Road, che considera il centro di Londra, come ama dire. Il travestimento coinvolge il suo corpo non solo perché si traveste da “principessa”, ma anche perché cerca di comportarsi come tale e di cambiare in tal modo la realtà che la circonda. Il suo tentativo però finisce in malo modo.

Samir, invece, è fuggito dal Libano lasciando moglie e figli per vivere liberamente – o almeno così crede – la propria sessualità. Da ragazzo, in Libano, sua madre lo aveva inviato in un ospedale psichiatrico per “curare” il suo travestitismo. Di ritorno dall’istituzione è stato in qualche modo frozato a sposarsi. L’unico momento in cui ha potuto vestirsi liberamente da donna è stato durante la guerra civile libanese, quando diceva alla moglie che in tal modo sarebbe stato più libero di uscire per fare acquisti perché avrebbe avuto meno problemi ai check point. Per Samir Londra è “la libertà”. Anche il desiderio di Samir conosce una forte disillusione, poiché si scontra con una società che è libera solo a parole

Il travestimento, sembra dirci Ash-Shaykh è sempre solo una brutta copia dell’originale… e Londra è una città affascinante ma anche respingente.

Ci sarebbe naturalmente molto da scirvere su questo bel romanzo, bello da leggere proprio per la scrittura di Ash-Shaykh. Se lo cercate in italiano, il titolo è…. Fresco sulle labbra, fuoco nel cuore 

[la copertina è una delle tante del romanzo]

 

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Fi balad al-wilàd

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Muṣṭafà Fatḥī, Fī balad al-wilād,  Dàr ash-shebàb Books, Al-Qahira 2009.

Muṣṭafà Fatḥī Fī balad al-wilād (Nel mondo dei ragazzi) discute il tema dell’omosessualità in Egitto. Annunciato prima della sua comparsa in libreria ha suscitato, secondo l’autore, un interesse preventivo da parte della censura: “I servizi di sicurezza dello stato hanno detto che volevano leggere il libro. E’ la prima volta che sento di una cosa del genere. Volevano cambiare qualcosa, ma il libro alla fine è uscito senza cambiamenti” (intervista su Menassat 2009). Questa censura preventiva ha influenzato la pubblicazione finale e il volume è infatti uscito senza numeri di pagina, di modo che per poterlo attaccare chiunque debba prima leggere tutto il libro e non possa far riferimento solo a un singolo passaggio.

Il testo è una sorta di storia didattica che ha lo scopo di rompere il tabù sull’omosessualità in Egitto. All’inizio l’autore si presenta per quello che è, un giornalista sposato con un figlio di pochi mesi, a sottolineare la sua eterosessualità. Poi ci vien detto che una sera ha ricevuto una mail da un certo ‘Iṣām, un giovane che ha conosciuto, nella quale questi gli dice che è rimasto favorevolmente impressionato dalla sua persona e che è noto per essere un giornalista onesto. Così, ha deciso di inviargli un file dove viene narrata la sua storia, che merita di essere raccontata. Fatḥī, quindi, è solo colui che trasmette una storia scritta da altri.

Anche in questo caso, la prima esperienza di ‘Iṣām avviene in età molto giovane, a opera di un adulto. Qui si tratta di una vera e propria violenza -, un giorno, infatti, il protagonista si reca a casa di Zaynab, una bimba con cui è solito giocare, ma ella è fuori con la mamma. Lo accoglie il padre che lo invita a entrare e a “fare il gioco di Zaynab”, lo getta sul letto e lo violenta: “Mi gettò sul letto con violenza, sentivo il suo peso… credevo di soffocare. Piansi… […] l’uomo terminò quello che aveva cominciato con tutto il piacere. ‘Attento a parlarne in giro’ mi disse, poi mi diede 50 ghinee e alcune copie di Topolino e mi disse che me ne avrebbe date altre se avessi taciuto”. Pare impossibile che non ci sia un’esperienza del genere per essere omosessuali.

A prescindere dalla trama, due cose mi sembra di poter sottolineare. La prima è il desiderio di operare una distinzione tra l’omosessuale, così come lo intende l’autore ovviamente, rappresentato dal protagonista: per nulla effeminato – ci vien detto che nessuno si accorge dall’apparenza di questo orientamento – colto, va all’università. E’ uno come noi,  sembra voler dire l’autore, e quindi dobbiamo considerarlo una persona. Altro invece è il travestito, rappresentato nella storia dall’amico del protagonista, Muhammad, che indossa anche biancheria intima femminile, che “muoveva il corpo in modo da essere scambiato per una ragazza da dietro”, non passa la maturità e non riesce, con sua grande frustrazione, ad accedere all’università. Ci sarebbe molto da discutere, qui.

La seconda è l’utilizzo della lingua da parte dell’autore. Il testo è scritto in arabo standard e viene segnalato anche che c’è stata una revisione linguistica in questo senso, con tuttavia molti inserti in dialetto egiziano, a parte nei dialoghi, nei titoli dei paragrafi e in diversi punti del testo. Da un lato, Muṣṭafà Fatḥī, per esempio, vuole introdurre alcune parole in lingua araba per indicare l’omosessualità che non abbiano una valenza negativa. Utilizza sempre il vocabolo mithli (omosessuale) e omette i vocaboli dialettali facendoci comprendere che in un certo punto del testo sono stati omessi perché dispregiativi e traduce in arabo alcune locuzioni che in questa lingua, per la sfera cui appartengono, hanno un effetto piuttosto forte sulle lettrici e i lettori, evitando di scriverli in altre lingue (come si faceva fino a non molto tempo fa anche in Europa quando venivano scritte in latino come ad attenuarne l’effetto). Dall’altro, non tutte le espressioni hanno un corrispondente consolidato in arabo, sia esso standard che dialettale, non dispregiativo, e quindi vengono lasciate in inglese, come per esempio “sesso orale”.

Non manca un riferimento alla religione. Quando Muhammad chiede a ‘Iṣām se andranno in Paradiso, questi risponde: “Non lo so, Muhammad, quello che so è che Dio è misericordioso e misericorde e che perdona tutti i peccati, tranne quello di negare la sua esistenza. E nessuno di noi lo ha fatto”.

Insomma, l’impressione generale non è un gran che, perché sempre di una rappresentazione esterna si tratta.

 

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