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التحديات التي تواجهها اللغة العربية في الوقت الراهن

بقلم يولاندة غواردي – جامعة تورينو إيطاليا

لا يختلف اللغويون المتخصّصون في أن اللغة العربية من أقدم اللغات الحيّة وأنها ورغم طول تاريخها واتساع مساحتها الجغرافية قد استطاعت أن تتأقلم وتتماشى مع تغيّر العالم من حولها على مرّ العصور.

استمرار عظمة العربية مرتبط بقدرتها على منافسة اللغات الحيّة الأخرى. لذا فلا بدّ أن تمتلك وسائل التحدّي التي يفرضها العصر الحالي، كتجديد وتوسيع المصطلحات اللازمة لمواكبة التطور العلمي والتكنولوجي في كل المجالات، الفكرية والانسانية والاجتماعية وغيرها. وكذلك اكتساب وتطبيق التقنيات والمناهج العصرية كي يستمرّ الناطقين بها في اتقانها ونشرها بين غير الناطقين بها وبين الأجيال الجديدة التي تواجه صعوبة مع أنظمة التدريس التقليدية.

ولكي تواجه تحديات العصر الراهن عليها تطوير المصطلاحات في المجالات العلمية عموما كي يتسنى لناطقيها وللدول التي لغتها الرسمية العربية الاستغناء عن استعمال لغات أجنبية في مجالات حسّاسة مثل الطب والهندسة والصناعة وغيرها، في المعاهد التعليمية وفي مجالات الحياة العادية. وهذا يعني بعث وتقوية حركة الترجمة والتعريب التي سبق وأن جعلت من اللغة العربية سيّدة اللغات قبل أربعة عشر قرنا.

لقد دفعت التغيّرات السياسية والاجتماعية الراهنة إلى فتح المجال أمام اللغة العربية للحصول على فرص في سوق العمل في أوروبا والدول الغربية. ولتلبية الشروط المطلوبة للحصول على تلك الفرص لا بد من وسيلة ناجعة لمنح شهادة الكفاء في اللغة العربية كما تمليه معايير اكتساب اللغات في هذه الدول. وفي هذا الاتجاه، وبالتحديد في بداية سنة 2019، قمتُ أنا ومجموعة من الباحثين والمتخصّصين في تدريس اللغة العربية في ايطاليا بتأسيس “مركز إلى® للدراسات”. كانت رؤيتنا منذ الخطوة الأولى للمشروع هي النظر إلى المستقبل واعتبار العربية لغة متساوية مع اللغات الأخرى، لغة قابلة لتطبيق معايير الإطار المرجعي الأوروبي المشترك للغات، سواء في التدريس أو في اختبار كفاءة مستويات شهادة اللغة العربية. طبعا، “مركز إلى® للدراسات” كي يكون عمله متكامل يسعى لنشر مؤلفات وأبحاث ونشاطات عن اللغة العربية.

إنّ الوسائل التي تأخذ بعين الاعتبار التغيير الفكري والاجتماعي لعالمنا ستضمن استمرارية عطاء اللغة العربية وتساعدها على مواجهة كل التحدّيات وتمكنها من خدمة الانسانية بالفكر والتواصل.

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Profumo di caffè e cardamomo

 

 

 

 

 

 

 

Badriya al-Bishr. 2015. Profumo di caffè e cardamomo. Roma: atmosphere libri.
(titolo originale: هند والعسكر)

Con una scrittura leggera Profumo di caffè e cardamomo segue il percorso di Hind, una donna saudita, dall’infanzia e fino al suo trasferimento in Canada per sfuggire all’ambiente familiare che la costringe e che, soprattutto, contrasta il suo desiderio di scrivere. La funzione terapeutica della scrittura è un motivo ricorrente nella letteratura scritta da donne nel mondo arabo – e non solo – spesso accompagnata dal divieto della famiglia o del marito a pubblicare per evitare di essere messi alla berlina dalla “gente”. Ma nel romanzo di al-Bishr il tutto si snoda direi quasi con leggerezza.

Le vicende narrate sono diverse e anche cupe per certi versi, ma l’autrice riesce a proporle con parole semplici e a offrire al contempo a chi legge un quadro della società saudita e della segregazione dei sessi su cui si fonda.

Nel romanzo ci sono tutti gli elementi che possono “piacere” al pubblico occidentale: un’infanzia non triste ma nemmeno spensierata, la figura potente di una madre severa perché incattivita dalla vita, un fratello che verrà attratto dal pensiero islamista, un altro primogenito che, sebbene la famiglia avesse investito su di lui decide di andarsene per sempre dalla casa familiare e Hind. Non a caso sulla quarta di copertina possiamo leggere “Le donne saudite ritrovano finalmente la voce”.

Profumo di caffè e cardamomo si apre e si chiude con una tazza di caffè, che funge in tal modo da attivatore per la narrazione, marca di passaggio verso una nuova prospettiva di vita (il “primo” caffè che Hind migrante sorseggia è quello sull’aereo che la porterà in Canada) e anche da filo conduttore del romanzo.

Insieme a una prossima uscita, sempre di un’autrice, Zaynab Hifni, è possibile leggere un’Arabia Saudita dal punto di vista di donne che scrivono.

 

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La candela e i labirinti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tahar Wattar. (2019). La candela e i labirinti. Trad. di H. Benchina. Milano: Jouvence.

Alcuni giorni fa ho partecipato a un convegno organizzato dall’Università di Bergamo dal titolo “East in Translation” davvero interessante. Nel mio intervento, prima di passare al contenuto specifico, ho voluto esplicitare perché stavo parlando in lingua italiana (il convegno era internazionale, il keynote speaker era Lawrence Venuti e diversi interventi erano in lingua inglese) partendo dall’affermazione di Pierre Bourdieu “Les linguistes ont raison de dire que toutes les langues se valent linguistiquement; ils ont tort de croire qu’elles se valent socialement”.

Con questo voglio dire che esiste una dominazione linguistica che è quella della lingua inglese che si esplica anche e soprattutto attraverso la traduzione. Tutte le lingue sono in competizione per il potere nel mercato linguistico (come lo chiama sempre Bourdieu) e, d’altra parte, esiste una dipendenza tra le leggi della dominazione e le leggi della formazione dei prezzi nel mercato linguistico. Le lingue, quindi, sono gerarchizzate secondo la loro vicinanza al potere e alla legittimità o secondo i profitti simbolici che procurano. In tal senso la traduzione viene considerata una “svalutazione” rispetto all’originale. La lingua dominante lo è, tuttavia, solamente se i locutori credono che sia la lingua dominante; per opporsi a questa posizione, quindi, l’unica soluzione è adottare una posizione “atea” come la chiama Pascale Casanova (2019. La langue mondiale. Traduction e domination. Paris: Seuil) nei confronti della lingua e cioè non credere a questa dominazione e considerare la sua autorevolezza puramente arbitraria. Esprimersi in italiano in un convegno sulla traduzione fa parte di questo “ateismo” linguistico e lo stesso vale per il fatto di tradurre dall’arabo e in italiano. Più si traduce più la dominazione linguistica è meno presente e nel nostro caso proprio perché traduciamo all’arabo all’italiano – due lingue considerate non dominanti – la valenza del gesto è  doppia. La traduzione quindi è in un certo senso una lotta per la legittimità e certamente è sempre un atto politico.

Questa premessa per spiegare come considero la pubblicazione della traduzione in lingua italiana del romanzo di Wattar. Wattar è stato un autore molto prolifico e molto attivo culturalmente in Algeria, uno dei pochissimi, tra l’altro, a restare attivo con la sua associazione Al-Giahiziyya, anche durante il decennio 1990-2000, organizzando incontri e conferenze sulla letteratura e la cultura in generale. Assicuro in quegli anni cosa non da poco. Le sue prese di posizione hanno scatenato dibattiti e anche polemiche in più di un’occasione – ne cito una in particolare perché la notizia era giunta anche in Italia, quella provocata da una sua affermazione all’interno di un video intervista nel quale esprimeva un commento facendo riferimento a Tahar Djaout altro scrittore assassinato dai terroristi e sulla quale prima o poi esprimerò il mio parere – ciononostante è riconosciuto come un grande scrittore anche da coloro che non ne hanno condiviso le posizioni.

La lettura de La candela e i labirinti è, a mio parere, un ottimo modo per colmare una lacuna importante nella percezione della storia dell’Algeria in Italia in particolare, dove ahimè in questo settore di studi vige quella che Alain Deneault chiama la “mediocrazia” e cioè la mediocrità diventata sistemica. Come ci dice l’autore stesso nell’introduzione gli eventi si collocano a ridosso delle elezioni del 1992 e del conseguente blocco del secondo turno e ripercorrono il periodo dal 1962 a quell’anno per cercare di dare una spiegazione a come si sia potuti giungere alla vittoria del FIS. E siccome l’analisi delle situazioni è sempre complessa ecco i labirinti, contro spiegazioni lineari e banalizzanti che fanno molto comodo per rassicurare chi legge o ascolta. La struttura “labirintica” appunto, rende la lettura di questo romanzo un impegno, questo è  certo. Impegnativo, anche se in un altro senso, è accettare il fatto che il Fronte Islamico di Salvezza abbia potuto riportare la vittoria alla prima tornata elettorale perché votato soprattutto da persone giovani e con un livello di istruzione elevato che ne hanno subito il fascino, salvo poi spesso andarsene dal paese perché erano anche coloro che ne avevano i mezzi… insomma c’è di che meditare a lungo leggendo questo romanzo sicuramente in primis per gli algerini e le algerine ma anche per noi lettrici e lettori italiane/i che abbiamo la tendenza a esprimere pareri e giudizi senza conoscere a fondo i paesi.

Al termine della lettura si rimane senza fiato e però con una visione molto più lucida, dopo aver seguito l’andamento labirintico dei pensieri del protagonista, figura che si ispira al poeta Yusef Sebti (poeta algerino di lingua francese), molto amico di Wattar e vice presidente della citata associazione, assassinato nella notte del 27 settembre 1993 a El-Harrach, zona nella quale abitava e dove abita anche il protagonista del romanzo. Chi legge potrà poi decidere da sé a cosa fa riferimento Wattar quando parla della “candela”. Il romanzo segue anche dal punto di vista della lingua questo andamento labirintico, con continui passaggi dal passato al presente che il traduttore, accettando la sfida, ha cercato di riprodurre in lingua italiana.

In fondo al volume un elenco dei nomi di luoghi, personaggi e cose varie citati nel testo e che fanno riferimento all’Algeria. Nel romanzo vi sono riferimenti anche alla cultura araba e musulmana in generale e a pensatori europei, il cui eventuale approfondimento è lasciato a chi legge. Personalmente ne consiglio la lettura in parallelo con Algeria tra autunni e primavere, che sicuramente aiuta a chiarirne diversi passaggi.

Infine, questa traduzione contribuisce in parte a colmare il grande vuoto delle traduzioni di letteratura algerina dall’arabo e io spero proprio che ve ne siano altre.

 

 

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Algeria tra autunni e primavere

 

 

 

 

 

 

 

 

Karim Metref (2019). Algeria tra autunni e primavere. Capire quello che succede oggi con le storie di 10 eventi e 10 personaggi. Firenze: Multimage.

Dal febbraio 2019 tutti i venerdì milioni di persone scendono in piazza in Algeria per manifestare. Non solo. In Francia tutte le domeniche migliaia di algerini si radunano a Place de la République per manifestare (per inciso le manifestazioni in Francia hanno anche la doppia valenza di segnalare ai colonizzatori dell’Esagono di non farsi venire in mente strane idee) e molti prendono l’aereo nel week end per partecipare alle manifestazioni ad Algeri per rientrare in Francia la domenica sera. Lo stesso accade in altri paesi europei anche se i numeri sono minori. Non accade solo ad Algeri, come dico spesso Algeri non è l’Algeria e la forza del movimento sta a mio parere proprio nel fatto che la mobilitazione è veramente generale; a est, regione storicamente importante e persino nel profondo sud.

Oggi, a otto mesi dal primo hirak, credo che le algerine e gli algerini abbiano dimostrato a tutto il mondo chi sono (lo so, non sono obiettiva ma non mi importa nemmeno esserlo, l’obiettività non esiste). Eppure il “mondo” non si interessa particolarmente di loro. E già, niente bambini affamati e vestiti di stracci da mostrare, niente cadaveri per le strade. Solo dibattiti condotti dalla società civile. Incredibile: Ma come è possibile se da sempre si sostiene che nei paesi arabi (e in Algeria in particolare scritto su libri nero su bianco) la società civile non esiste?

Questa breve premessa per dire che il libro di Karim Metref è forse l’unico testo in lingua italiana che permette a chi desidera saperne di più di farsi un’idea che non è quella degli storici nostalgici del colonialismo. Trattando un tema che è “in progress” – Metref sta già pensando a un aggiornamento – l’autore ha scelto di suddividere il volume in due parti. La prima, ripercorre a ritroso dal 2019 al 1956 dieci avvenimenti fondamentali della storia algerina e la seconda tratteggia la figura di dieci personaggi attivi più o meno nello stesso periodo.

Per capire quanto accade in questi giorni, infatti, è necessario sondarne le cause che risalgono indietro nel tempo, forse proprio perché le algerine e gli algerini non hanno ottenuto lo stato al quale aspiravano dopo l’indipendenza. La resilienza del paese è stata alimentata soprattutto grazie alla memoria che gli algerini e le algerine hanno conservato per resistere e manifestare oggi. Per questo è  necessario capire il dipanarsi degli avvenimenti dal 1962 a oggi.

Consiglio la lettura di questo libro a chi voglia saperne un po’ di più ma anche e soprattutto a chi fa analisi basandosi sul nulla o peggio utilizzando gli stessi schemi per qualunque paese arabo, se non altro per acquisire alcuni dati.

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L’odore

 

 

 

 

 

 

Amal Bouchareb. L’odore. Buendia Books, 2019.

Amal Bouchareb è una giovane scrittrice algerina che con il suo romanzo noir Sakaràt Najma si è rivelata qualche anno fa come una delle promesse della scrittura in lingua araba. In italiano è da poco uscito questo racconto, L’odore, che mi è molto piaciuto ma di cui non dirò perché essendo un racconto breve finirei per raccontarlo e togliervi il piacere della lettura. Il racconto è stato premiato nel 2008 al FELIV di Algeri, il festival della letteratura e dei libri per ragazzi.

Il testo è una riscrittura in lingua italiana dell’autrice stessa ed è seguito da un breve commento di Bouchareb sull’esperienza della scrittura in lingua italiana a partire da un’originale arabo. Bouchareb racconta della sua esperienza di studi come traduttrice e dei professori che dicevano che ci si può dire traduttrice solo dopo aver svolto la traduzione di 1001 testi. Come a dire che traduttrici non ci si improvvisa, a maggior ragione quando si traduce se stessi. E infatti Bouchareb racconta di una sorta di senso di colpa nei confronti del proprio testo perché consapevole di non offrire a chi legge la versione “originale”. Ma forse anche la riscrittura è una versione originale, proprio come accade nelle 1001 notte testo del quale esistono innumerevoli versioni tutte originali.

La pubblicazione è una fiaschetta, così come chiamata dall’editore, Buendia Books, ovverosia un libricino in formato veramente tascabile (10×15 cm. circa) venduta al prezzo di 2,50 euro. Abbordabilissimo da chiunque, snello e molto carino da tenere in mano.

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فيردي في مصر

Ilmio articolo di settembre su Al-arabi al-giadid

 

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/9/30/%D9%81%D9%8A%D8%B1%D8%AF%D9%8A-%D9%81%D9%8A-%D9%85%D8%B5%D8%B1-1

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Certificazione Lingua Araba ILA® – Livello B1 Competenze orali

 

Hocine Benchina – Nadia Rocchetti. (2019). ILA-Certificazione Lingua Araba. Livello B1 Competenze Orali. Edizioni Centro Studi ILA.

Nel recensire questo volume di test per il livello B1 mi preme sottolineare alcune cose. Intanto che il progetto prosegue e che prosegue nell’ottica della certificazione linguistica secondo le norme del QCER. Lo ribadisco, così come ribadisco che la certificazione ILA® è un esame che certifica le competenze e non – come altri esami nati molto di recente – un esame di posizionamento, cioè un esame che stabilisce quale sia il livello di chi lo sostiene. C’è una differenza, forse non fondamentale, ma c’è.

In secondo luogo questo testo è il frutto di un lavoro molto impegnativo sia dal punto di vista dei contenuti – per la creazione testi brevi della prima parte, la selezione degli articoli della seconda e le interviste sostenute in diverse parti del mondo arabo per realizzare i testi della terza parte, ma anche e soprattutto per la scelta di adottare DecoType® nella realizzazione a stampa. Sin dall’avvio del progetto, infatti, il Centro Studi ha sempre sostenuto la valenza culturale della certificazione linguistica, in questo – devo proprio dirlo – anticipando anche le nuove linee guida per la certificazione della UE e ritenendo che anche il modo in cui si presenta un testo fa parte di un impegno che tutti noi del Centro Studi abbiamo nei confronti della lingua e della cultura araba. Tenere in mano questo libro è un piacere anche per la vista, per le esatte proporzioni delle lettere. Devo dirlo, oltre a Gabriella Dugoni e Paolo Corda che hanno curato l’impaginazione, un ringraziamento speciale va a Thomas Milo, che ci ha seguito in questa avventura sin dal suo inizio.

Oggi è possibile certificare anche il livello B1 grazie al lavoro di Hocine Benchina e Nadia Rocchetti e di tutto il tema ILA®.

Il volume è acquistabile al seguente link

http://www.certificazionearabo.com/le-pubblicazioni-ila/

dal quale è possibile anche avere accesso agli audio.

Nel frattempo noi proseguiamo e a brevissimo un’altra novità assoluta ci/vi aspetta!

 

 

 

 

 

 

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الأدب الفلسطيني في إيطاليا: اهتمام في حدود الاختصاص

Il mio ultimo articolo su Al-arabi al-jadid:

 

 

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/9/5/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AF%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D9%81%D9%84%D8%B3%D8%B7%D9%8A%D9%86%D9%8A-%D9%81%D9%8A-%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A7-%D8%A7%D9%87%D8%AA%D9%85%D8%A7%D9%85-%D9%81%D9%8A-%D8%AD%D8%AF%D9%88%D8%AF-%D8%A7%D9%84%D8%A7%D8%AE%D8%AA%D8%B5%D8%A7%D8%B5

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Bisturi: istruzioni per la lettura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Generalmente preferisco non spiegare troppo quando parlo di un libro, ma solamente fornire qualche spunto a chi desidera leggere il libro che segnalo e per lo stesso motivo non propongo vere e proprie recensioni “classiche”, che cioè raccontano di cosa parla il libro. In questo caso, però, riprendo un romanzo di cui ho già parlato per fornire qualche strumento in più utile alla lettura.

Ho proposto questo libro in due situazioni diverse: la prima il gruppo di lettura che conduco da alcuni anni specifico sulla letteratura araba e la seconda il corso di letteratura araba che ho tenuto quest’anno all’Università di Torino. Situazioni molto diverse fra loro, ovviamente e nelle quali io stessa agisco diversamente. Il gruppo di lettura, per sua natura, è composto da persone di provenienza e interessi diversi, che amano leggere. Diciamo che quelle che frequentano Jalìs – questo il nome del gruppo – vengono o perché hanno già letto moltissimo e si vogliono accostare alla letteratura araba, o perché  vogliono conoscere attraverso la letteratura la cultura araba, considerata sempre un po’ “strana”.

Quello che sempre mi colpisce- e questo vale per entrambi i gruppi – è la resistenza delle lettrici nell’affrontare un testo che si discosti anche minimamente da una costruzione lineare. Se la trama non è tizio-fa-questo-poi-succede-quest’altro il romanzo è “difficile”, “non si capisce niente” e via così. Questo atteggiamento penalizza sicuramente le autrici e gli autori del Maghreb, che hanno un modo di scrivere – a mio parere – piuttosto diverso da egiziani o siriani, a esempio.

Ma veniamo a noi e alla (mia, ovviamente) lettura di Bisturi.

A maggio scorso a un convegno a Parigi sul romanzo poliziesco, un relatore – che sicuramente non aveva letto Bisturi – ha presentato il testo come romanzo poliziesco. La sera Rihai era invitato a un dibattito e ha contestato questa categorizzazione, affermando che il romanzo poliziesco (الرواية البوليسية) non esiste come genere nella letteratura araba e che non c’è nulla di male in questo, così come nella letteratura araba non esistono generi presenti in quella occidentale. Non è un romanzo poliziesco, questo è poco ma sicuro. Il volerlo incasellare in questo genere – oltre che essere uno dei soliti modi in cui ai convegni qualunque sia il titolo ognuno parla di quello che gli passa per la testa – è una modalità che trovo piuttosto coloniale (nel senso di coloniality) di trattare la letteratura araba.

Personalmente leggendo non ho mai pensato fosse un romanzo poliziesco, piuttosto un romanzo politico. Comunque, un elemento che mi pare lo percorra è quello della ragione e della storia rappresentato dalla statua di Ibn Khaldun. Ibn Khaldun rappresenta la ragione, che ormai se n’è andata (i riferimenti sono ovviamente alla Tunisia) e non a caso è Ibn Khaldun, il primo antropologo della storia; analizzando la società in cui si trova (la statua) afferma “i pidocchi delle statue sono tenaci e letali, mi rosicchieranno fino a farmi cadere” (p. 83) e quindi decide di volersene andare. I suoi ripetuti tentativi di fuga non hanno successo, perché viene sempre riportato sul suo piedistallo. Ossia: il potere non molla facilmente i personaggi che usa per inventare la sua tradizione. In particolare, durante una di queste fughe, la statua di Ibn Khaldun perde il suo turbante, che non si riesce a recuperare. Il giorno dopo, su un quotidiano di regime, la faccenda viene riportata con un’evidente manipolazione della storia (p. 84) che ne indica appunto l’uso da parte dei regimi autoritari.

E quindi la morte della ragione genera mostri (cit.). Per questo il romanzo è pieno di esseri fantastici, monopodi, il cerebrofago – che ovviamente non a caso ti mangia il cervello – e via dicendo. Qui Rihai fa riferimento alla letteratura araba medievale, in particolare alla letteratura delle agià’ib e, spostando gli avvenimenti in un luogo fantastico, può commentare più liberamente il presente; nel testo troviamo vere e proprie citazioni di autori arabi medievali – come, a esempio, Al-Qazwini – e alle khurafa.

C’è poi un personaggio, Sciuèrreb, che racconta storie mitologiche. Si tratta di un riferimento ad علي شورّب, famoso bandito del secolo scorso che imperversava a Tunisi. Era un po’ una primula rossa e la sua figura è avvolta nel mito dei banditi صعلوك, come i poeti della giahiliyya, banditi ma d’onore, diciamo così. In realtà era un ladro anche abbastanza violento e addirittura Habib Bourguiba in un discorso lo definì solo “un mito popolare”. Fatto sta che da due anni il canale 9 della televisione tunisina manda in onda durante il mese di ramadan una musalsala sulla sua storia, che ha creato anche un acceso dibattito proprio perché mitizzia (non a caso quindi nel testo racconta storie fantastiche, khurafa) e offre come modello una persona che in realtà era un criminale.

Nel romanzo ci sono molti riferimenti anche a elementi della cultura occidentale. Come per esempio al surrealismo (Arcimboldo e Dalì). Il potere è talmente assurdo, più surreale del surrealismo, che tanto vale rivolgersi alla magia per risolvere il problema posto dal romanzo…

Chiudo con un commento al sottotitolo: Vita e passione di Khadigia.  Come si comprende verso la fine del romanzo, Khadigia è un modo di chiamare “per fare un complimento” (p. 103) il sedere in Tunisia. Ibn Khaldun ha scritto La Muqaddima (prefazione, letteralmente “che sta davanti”) e a quel tempo la civiltà araba era un’avanguardia. Khadigia sta dietro, è mu’akhkhira e oggi la civiltà araba è alla retroguardia.

Non ho detto tutto: ho a esempio tralasciato la parte di commento ai quadri sulla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, lo so. Però solo quella parte meriterebbe un post a sé stante… e poi non mi sembra bello dire proprio tutto e non lasciare spazio a chi legge. In ogni caso spero di avervi invogliato un po’ di più alla lettura. Nei gruppi di cui parlavo all’inizio dare questi spunti ha aiutato a godere meglio del piacere della lettura.

 

 

 

 

 

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الأدب العربي بإيطالية… أبعد من الهجرة

Il mio articolo di maggio su Al-arabi al-jadid

https://www.alaraby.co.uk/culture/2019/5/30/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AF%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D8%B9%D8%B1%D8%A8%D9%8A-%D8%A8%D8%A7%D9%84%D8%A5%D9%8A%D8%B7%D8%A7%D9%84%D9%8A%D8%A9-%D8%A3%D8%A8%D8%B9%D8%AF-%D9%85%D9%86-%D8%A7%D9%84%D9%87%D8%AC%D8%B1%D8%A9

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