Intervista a Slim

La pubblicazione di fumetti, in Algeria, comincia verso il 1965, data in cui alcuni disegnatori, riuniti attorno a Mohamed Aram, danno vita al primo studio di cartoni animati in Algeria. Slim, insieme a Mohamad Magari (Maz) e Hocine Omari pubblica il primo fumetto dell’Algeria indipendente; il fumetto avrà successo soprattutto perché edito sul settimanale Algérie Actualité, sul quale Slim, tra il 1965 e il 1968, pubblica a puntate Moustache et les frères Belgacem. Il suo personaggio più famoso è Bouzid, nato nel 1968, protagonista, insieme a Zina – il primo personaggio a fumetti da lui creato (1965) – di innumerevoli avventure. Dopo un periodo di esilio volontario, nel 2000 Slim ha pubblicato un album contemporaneamente in Francia e in Algeria. L’ho incontrato per chiedergli di parlarci del suo lavoro.

Hai pubblicato i tuoi primi fumetti in Algeria negli anni ’60 e ne hai recentemente pubblicato uno contemporaneamente in Algeria e in Francia. Cosa è cambiato in trent’anni nel tuo modo di disegnare e qual era il rapporto con la censura se ce n’era una, dopo l’indipendenza?

Non so come spiegare ciò che ho provato nel fare il volume attuale paragonato a quello degli anni ‘60/70. tutto ciò che posso dire è che ho percepito una cesura dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1988 (avvento della “democrazia” e nascita di una “stampa libera”). Personalmente non ci ho mai creduto, perché sapevo che il sistema era ben ancorato da per secoli e che sarebbe stato difficile sostituirlo con qualcosa d’altro. La censura c’è sempre stata soprattutto negli anni 60/70. Verso il 1980, con l’avvento di Chadli Benjedid (che ha sostituito Boumedienne nel 1979), si è verificata una sorta di calma momentanea per noi giornalisti e autori. Il campo democratico si è un po’ ampliato e ne abbiamo approfittato. È buffo, ma senza censura ho l’impressione che sia più difficile esprimersi. All’improvviso si può dire TUTTO ciò che si vuole nei media. È spaventoso. La serie che disegno attualmente è una sorta di sfogo. Dato che sono distaccato relativamente agli avvenimenti e al paese stesso mi sento più a mio agio nel dire certe cose. Ho subito una leggera censura, ma non particolarmente grave.

Mi piace particolarmente il tuo linguaggio, questa mescolanza di francese e algerino e soprattutto questo “métissage” tra le due lingue che da luogo a parole nuove. Qual è il tuo rapporto con la lingua araba sia parlata sia scritta?

Con lingua araba intendo la lingua che ho sentito da quando sono venuto al mondo, dalla bocca dei miei genitori e della gente che mi stava intorno, la lingua della strada, in breve della vita di tutti i giorni e che, ahimè spariva quando si andava a scuola. A scuola c’era il francese e un’altra lingua “straniera” che all’epoca veniva chiamata “arabo classico”. Alla fine ho amato la lingua francese e la lingua del mio paese: l’arabo parlato o algerino. Amo anche quando queste due lingue si incontrano ed è questo che da fascino alle mie prime produzioni, cioè i ballon con questo famoso “sabir” (francoarabo). Era la mia grande trovata del momento: far rivivere la strada e i personaggi nel loro vero linguaggio.

In Italia si parla molto di letteratura algerina e di produzione artistica algerina contemporanea in generale, come se gli autori che hanno prodotto sotto il governo del FLN non fossero mai esistiti (Tahar Wattar, Benhadouga, a esempio) e che si considera produzione intellettuale algerina solo quella prodotta in lingua francese; qual è la tua opinione?

Hai ragione a sollevare questa questione. Ma penso che sia un regolamento di conti con gli opinionisti francesi (anche in Francia è cosi) che difendono il loro orto. Gli autori che citi (arabofoni) sono persone che conosco bene e che sono interessanti. Il problema è che dal momento in cui si viene pubblicati in arabo si ha un’etichetta sul dorso e i media francesi vi occultano completamente.

Potresti raccontarmi come lavori?

Innanzitutto dichiaro solennemente di essere un gran fannullone. Avrei potuto essere molto più prolifico. Sfortunatamente sono nato in un paese difficile. Innanzitutto, si fa di TUTTO affinché non possiate far niente. Non siamo fortunati come gli europei del nord. Da noi fa caldo, si rimanda sempre all’indomani e abbiamo un proverbio che dice “in ogni ritardo c’è un vantaggio”. Ho studiato cinema quando ero giovane ma quando mi sono reso conto che il cinema era un lavoro d’équipe mi sono salvato, perché sono un artista solitario che lavora da solo. Mi piaceva lavorare verso le cinque del mattino, quando mi sveglio, preparo il caffè, accendo la radio e apro la finestra su Algeri che dorme ancora, prima di masticare una presa di tabacco. Aaaaaaaah! Bei tempi, anche se c’era la molta censura.

Hai compiuto studi specifici o sei autodidatta?

Sono autodidatta. Non ho mai frequentato una scuola di arti grafiche, anche se avrei voluto. Disegno dall’età di 5/6 anni circa. Ho subito molto l’influenza di disegnatori di fumetti italiani (di serie B) le cui tavole erano tradotte in francese. Ad esempio “Pipo” e anche “Pepito” di cui ho conosciuto l’autore (Bottaio) nel 1982, quando capeggiavo ogni due anni la delegazione di disegnatori italiani al festival di Lucca; Eravamo l’unico paese arabo a essere invitato e riconosciuto; purtroppo, per motivi di anarchia burocratica, il comune di Lucca non è mai riuscito a trovare una bandiera algerina da far sventolare insieme alle altre e la sostituiva con una bandiera… saudita!!!

Qual è la situazione del fumetto non europeo?

Malgrado la forte concorrenza di video e televisione il fumetto resta sempre amato dai giovani, e tanto meglio. Non conosco a fondo la situazione africana, ma se penso al cinema africano quest’area mi sembra povera di rappresentanti autorevoli; è un peccato, perché sono convinto che vi sia un enorme potenziale di creatività in Africa. Interdette potrebbe contribuire alla diffusione di questi fumetti o per lo meno ad avvicinare autori e creatori. Solo con il mio sito ho costruito legami incredibili e impensabili all’epoca in cui non esisteva internet.

Le storie di Slim sono visionabili sul suo sito www.zid ya bouzid

 

In questa vignetta, per la cui pubblicazione ringrazio l’autore, sono rappresentate le “zinettes”, ragazze algerine che si distinguono nell’abbigliamento a seconda della zona di provenienza, ma che tutte, ognuna a modo proprio, riescono, nonostante le restrizioni imposte dal codice dell’infisal (segregazione dei sessi) a esprimere la propria “vanità” femminile.