Un taxi per Beirut

Ghada Samman, Un taxi per Beirut, traduzione di S. Pagani, Jouvence, Roma 1995

(Iniziato a scrivere il 9 ottobre 1974
prima stesura conclusa alle 11,15 del 23 ottobre 1974; fine versione definitiva alle 1,30 del 22 novembre 1974)
 

Così termina Beirut 75 (titolo originale del romanzo) di Ghada Sammàn, anticipatore degli eventi che hanno afflitto il Libano. Nel caso di questo romanzo si è parlato del potere profetico della letteratura, e aggiungerei, nello specifico dell’intellettuale che sa leggere la realtà e che si interroga, rifiutando di considerare la propria opera e il proprio ruolo all’interno della società come qualcosa di avulso dal reale.

Ghada Sammàn si è spesso interrogata su questo tema e in Un taxi per Beirut ci trasporta in un viaggio all’inferno attraverso l’esperienza di cinque persone che si dirigono verso la città per motivi diversi e che da essa saranno per sempre trasformati. Se la città diventa fonte di alienazione e inutile risulta l’esservisi trasferiti per sfuggire a un’altra alienazione, quella dell’inerzia della periferia e della campagna, essa lo è perché i prodromi della guerra hanno alterato la relazione fra persone, che si costruisce solo in base a rapporti gerarchici e di violenza.

Beirut diventa così la porta dell’Inferno dantesco (p. 21) e l’unica via d’uscita sembra essere la follia, tema ricorrente nella letteratura libanese di guerra. Non potendo più riconoscersi in un’identità libanese i protagonisti del romanzo scelgono identità fittizie o si riconoscono in stati alterati d’allucinazione che non valgono a portar loro serenità. Perso o dimenticato il loro lato umano essi sono come animali, altra metafora ricorrente nelle opere dell’autrice, in questo caso come pesci rossi, prigionieri in buste di plastica traslucide che continuano a girare in tondo nel loro orizzonte limitato. Lo sguardo acquoso, continuano a muoversi in circolo illudendosi di poter sfuggire alla realtà che li circonda, ma urtano continuamente contro le pareti di plastica del sacchetto, che li respingono al centro di un microuniverso di prigionia, la monotonia del quale può essere spezzata solo da un evento eccezionale:

“In quello stesso istante, una busta si ruppe all’improvviso, e l’acqua si rovesciò trascinando i pesci sul marciapiede. Farah vide i pesci guizzare disperatamente sull’asfalto, scivolando tra le dita del venditore che cercava di metterli in una busta nuova, e fu scosso da un pianto silenzioso.” (p. 54)

I pesci, a Beirut, possono comunicare solo rompendo le loro piccole monadi, che tuttavia sono anche quelle che li mantengono in vita, perché contengono l’acqua; fuori da esse l’asfalto significa morte. Significa distruggersi l’un l’altro, forse senza nemmeno comprenderne il motivo, spinti da una forza alla quale non ci si può opporre. Un romanzo senza speranza e intriso di dolore che anticipa quello che sarà Incubi di Beirutma che nel suo presentare una disperazione di vita ci colpisce per la lucidità di pensiero dell’autrice.

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