Per una teoria (e una pratica) della traduzione dall’arabo (2)

Com’è noto, le condizioni della produzione di testi letterari sono determinate dall’economia (pubblicazione, distribuzione, marketing e in accademia si farebbe bene a considerare questo, l’accademia non sta fuori dal mondo) e lo stesso vale per la traduzione. Pertanto dobbiamo chiederci in che modo viene percepita l’autorialità e in che modo si costruisce il canone. L’editoria in quanto industria esercita una forma di repressione dovuta in gran parte al fatto che il traduttore è un anello debole detta catena originale-testo tradotto. Il prodotto finale è in gran parte plasmato dagli editor, i quali, in genere, non conoscono la lingua araba. Dobbiamo pertanto tener conto che i significati testuali sono prodotti dal contesto socio economico e dall’ideologia del lettore più che esistere in un iperuranio = un mondo trascendente a-politico. Quel che dovremmo chiederci dunque è:

– Che tipo di letteratura viene offerto al lettore in traduzione? (domesticazione: come riduzione etnocentrica del testo straniero ai valori culturali della lingua di arrivo; aderisce ai canoni letterari domestici selezionando accuratamente i testi che più verosimilmente tendono verso una certa strategia letteraria).

– Che forma utilizza?

– Quali miti crea?

– Che influenza esercita sul lettore e sull’immagine che si crea del mondo arabo?

– Che informazioni ci fornisce sulla nostra cultura e sul nostro universo valoriale?

Le traduzioni, infatti, sono fatte esclusivamente in risposta a domande e bisogni della cultura ricevente? – o anticipano e indirizzano questa domanda? Fino a che punto sono strumentali alla creazione di un consenso? Se è così, allora, la selezione di testi da tradurre, il modo in cui si sceglie di (rap)presentare e proiettare o inventare il testo sorgente, in modo in cui in generale la traduzione viene circoscritta e regolata in uno specifico momento storico e il modo in cui le singole traduzioni vengono recepite, tutto questo ci dice molto sull’autoreferenzialità culturale o autodefinizione sé/altro, cioè definisce chi/cosa è dentro/fuori dal sistema valoriale di una certa cultura, quella d’arrivo. Ciò è verificabile, a esempio, confrontando le ri-traduzioni di un romanzo a seconda dell’epoca.

I traduttori non “traducono e basta” MAI, traducono nel contesto di alcune concezioni di traduzione e aspettative. In tale contesto fanno scelte e prendono posizione, perché tutti hanno un obiettivo da raggiungere, interessi da seguire, posizioni materiali o simboliche da difendere. Il contesto e le azioni di singoli e di gruppi sono determinati. Anche i traduttori hanno agentività sociale.

Per coloro che prendono sul serio lo studio della traduzione, è chiaro che non si può uscire da questo schema (Traduzione come culturalmente determinata). Ma la consapevolezza può metterci in guardia dall’etnocentrismo (via facile) per negoziare pazientemente, consapevolmente, il territorio di ri-concettualizzare i nostri stessi modi di rappresentazione attraverso la traduzione. Allora la traduzione è un fenomeno storico e un costrutto culturale ed è anche un atto comunicativo, una forma di comportamento sociale. Se è così la traduttrice deve costruire quelle che Chela Sandoval chiama “webs of relations”[4] fornendo agentività e creando relazioni, fra traduttrici e traduttori, fra traduttrice e un autore, fra autrici e autori. Per far questo l’interdisciplinarità è fondamentale.

Fanon in Peau noire masques blancs: “Perché è implicito che parlare è esistere assolutamente per l’altro”.[5]

Un altro elemento di cui tener conto quindi è il linguaggio: porsi al di fuori della norma linguistica fa sì che si diventi un non-soggetto. A questo punto la scelta potrebbe essere il silenzio, inteso come uno spazio possibile di resistenza, ambito ancora tutto da studiare, senza cioè scegliere tra ciò che è dicibile e ciò che non lo è – nel nostro caso non tradurre o tradurre e non pubblicare, come ci ricorda anche un recente romanzo, guarda caso di un autore arabo La traduttrice di Rabih Alameddine, non cercare di elaborare una teoria. Il cosiddetto linguaggio scientifico, infatti, mi rende parte delle forme di dominio patriarcali dominanti. Come afferma Ghassan Hage:

“It is difficult to imagine a mode of scientific knowledge that does not take part with the logic of domestication. Yet this knowledge can be at least tempered”.[6]

Al contempo, fornire la parola significa ascoltare quanto dicono e pensano gli Arabi sulla traduzione delle loro opere. Secondo Walter Mignolo, infatti, i recenti cambiamenti politici, economici, culturali e filosofici hanno determinato una deoccidentalizzazione dei settori della conoscenza e nella pratica quotidiana in risposta ai ripetuti tentativi dell’occidente di affermare la propria centralità nel disegno globale del colonialismo e dunque la gloablizzazione dovrebbe servire non a proporre il mettere in comune come un modello universale ma a fungere da connettore.[7] È possibile, allora, trarre spunti produttivi da ciò che gli intellettuali arabi stessi dicono del nostro modo di studiarli.

 

[4] Chela Sandoval, Methodology of the Oppressed, University of Minnesota Press, Minneapolis London 2000.

[5] Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs, Seuil, Paris 1971, p. 36.

[6] Gh. Hage, The Arab Social Sciences and the Two Critical Traditions, keynote presentata alla conferenza annual dell’Arab Council of Social Science, Beirut, March 2013, reperibile al seguente indirizzo: http://www.academia.edu/3192521/Towards_a_Critical_Arab_Social_Science (ultimo accesson 22.07.2013).

[7] W. Mignolo, The Darker Side of Western Modernity. Global Futures, Decolonial Options, Duke University Press, Durham & London 2011, p. 257.

 

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