Per una teoria (e una pratica) della traduzione dall’arabo (1)

[A dicembre ho partecipato a un incontro presso l’Università di Macerata presentando le mie riflessioni sulla traduzione dall’arabo. Le riporto qui di seguito, suddivise in 5 parti. Si tratta di un testo pensato per l’esposizione orale, ovviamente.]

Quanto segue è frutto di considerazioni che nascono dalla pratica di insegnamento della traduzione dall’arabo e dalla riflessione che, in questi ultimi anni, sto conducendo in particolare sull’epistemologia della ricerca e sul ruolo che io come ricercatrice ho quando mi occupo di mondo arabo in generale e di traduzione in particolare, cercando di rispondere alla domanda: che agentività dò al mio soggetto di studio e – nel nostro caso – della mia traduzione? E soprattutto, fornisco un’agentività?

Il titolo dell’intervento pone la parola teoria al centro. Non che la prassi sia secondaria (e dobbiamo ricordare che il rapporto fra teorici della traduzione e traduttori e traduttrici non è indolore), ma la prima considerazione che mi pare si possa fare è che se di prassi ci si occupa, è di una cornice teorica quello di cui sento la mancanza. Ossia manca un approccio teorico specifico. La teoria serve, perché dev’essere in dialogo con la prassi, per stimolare la creatività nella traduzione e la prassi è sicuramente più efficace se inserita in un quadro teorico di riferimento. Se esiste un metodo dunque esiste l’epistemologia, cioè il discorso sul metodo; e questa è nel nostro caso anche praxiologia, potremmo usare questo termine, cioè una disciplina o un sapere il cui senso è fornire una “scienza della pratica”, quella che i tedeschi chiamano Handlungswissenschaft. Serve una teoria specifica, inoltre, perché, come cercherò di illustrare nel prosieguo, la traduzione è una pratica strettamente legata alla cultura di arrivo e quindi il riferimento dev’essere specifico e indagare i rapporti tra cultura italiana e cultura araba. Per quanto riguarda la teoria della traduzione in generale, inoltre, la scuola francese e quella inglese hanno da sempre applicato il concetto di traduzione “scorrevole”, che è quello che discuto in particolare e che, benché in ambito anglofono sia stato messo fortemente in discussione, sembra ancora predominare. Nota è la citazione di Shapiro a proposito della trasparenza nella traduzione e che concentra la sua attenzione sull’esito finale del lavoro (cioè a dire che scopo della traduzione è fornire un insieme di norme per ottenere una traduzione perfetta), mentre disattende completamente i processi coinvolti nell’atto del tradurre. Per me, piuttosto, e come prima affermazione, scopo della teoria della traduzione è fornire una comprensione dei processi coinvolti nell’atto del tradurre.

“The purpose of translation theory is to reach an understanding of the processes undertaken in the act of translation and not, as so commonly understood, to provide a set of norms for effecting the ‘perfect’ translation”.[1]

Affermazione di fondo è che le traduttrici e i traduttori svolgono un ruolo attivo, poiché il primo passo della traduzione (o ri-scrittura come viene più recentemente chiamata) consiste nella lettura del testo originale scritto da un autore che deve essere consapevole dell’esistenza di diversi modi possibili di leggere e interpretare il suo testo. L’idea di produrre un testo che sia equivalente e fedele all’originale o all’intenzione dell’autore è pertanto impossibile. Non sono perciò le parole a essere tradotte, ma i significati; e questi ultimi non si trovano nel testo originale o nell’intenzione dell’autore. Sono piuttosto il risultato di negoziazioni all’interno del sistema sociale nel quale il testo viene prodotto e consumato. Quindi l’unica cosa cui possiamo essere fedeli è l’interpretazione del significato originale, interpretazione attraverso la quale passa ogni traduttore quando legge il testo.

Ho accennato al fatto che il dialogo tra teoria e prassi porta a una maggior creatività, elemento necessario alla traduzione. Modificare l’approccio alla traduzione dall’arabo inserendolo in un contesto teorico mi pare necessario in un momento storico come quello attuale, nel quale pubblicamente si sostiene la completa inutilità degli studi umanistici. Come afferma Rosi Braidotti[2] dobbiamo superare il “paradigma vitruviano” (il paradigma di un maschio bianco eurocentrico) se non vogliamo semplicemente che le discipline umanistiche e la cosiddetta arabistica (e possiamo discutere se sia una disciplina o meno) si arrocchino, come sta avvenendo, su posizioni di conservazione dell’esistente che non porteranno ad altro che alla loro atrofia e dobbiamo impegnarci per promuovere l’interdisciplinarità, la trasversalità e l’intersezione tra discourse differenti.

Ancora, la teoria è necessaria per superare la dicotomia tra accademia e non-accademia che in tale contesto ha effetti esclusivamente negativi, ma su questo ritornerò verso la fine del mio intervento, quando farò alcune proposte concrete.

La traduzione nasce in generale con un difetto di partenza. Le due lingue in gioco, e di conseguenza le due culture, non sono MAI considerate allo stesso livello. Nasce come tentativo di addomesticamento delle culture che venivano considerate copie dell’originale, l’Europa, con la consapevolezza che mai sarebbero state in grado di eguagliarlo. Questo presupposto fa riferimento principalmente alla traduzione letteraria; essa è fondamentale, perché è attraverso di essa che si veicola l’immagine di una cultura ed è quindi attraverso di essa che ci formiamo un’idea di questa cultura. La traduzione, pertanto, è sempre un atto politico, che ci piaccia o no. La parola tradotta allora diventa un contenitore vuoto che ognuno di noi può riempire come meglio gli/le aggrada e che non è performativa. Il tentativo è quindi quello di decostruire un discorso per ricorstruirlo da una prospettiva differente e, a motivo della parola prassi fra parentesi nel titolo, mettere sul tavolo alcune proposte. Quest’affermazione potrebbe sembrare ideologica, e certo l’ideologia è considerata un concetto significativo quando si tratta di traduzione. Essa, tuttavia, lungi dall’essere una deviazione dall’obiettività, viene oggi definita come un insieme sistematico di valori e credenze condivise da una comunità particolare e che modella il modo in cui ogni persona e quindi ogni traduttrice-traduttore interpreta e rappresenta il mondo. Obiettività e neutralità nella traduzione sono sofismi. Come afferma Michael Cronin:

“l’ideologia più che la linguistica o l’estetica determina in modo cruciale le scelte operative dei traduttori”.[3]

 


[1] Bassnet-McGuire, Translation Studies, Routledge, London & New York 1991, p. 37.

[2] Rosi Braidotti, The Posthuman, Polity Press, Cambridge 2013.

[3] M. Cronin, “Ideology and Translation”, Encyclopedia of Literary translation into English, Fitzroy Dearborn, London 2000, pp. 694-696.

 

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