Nizar Qabbanni, Le mie poesie più belle

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Nizar Qabbani, Le mie poesie più belle, Jouvence, Milano 2016. Trad. dall’arabo di Silvia Moresi e Nabil Salameh

Nella prefazione in lingua araba al presente volume, Qabbani suggerisce che quelle qui presentate sono solamente una piccola parte della sua produzione e che pertanto non possono render conto di tutta la sua opera. E in effetti la produzione del poeta è molto vasta e, pur se egli rimane noto al pubblico come cantore della donna e dell’amore, la sua opera poetica copre temi anche diversi, in particolare quello politico (ricordo a puro titolo di esempio la poesia che scrisse per Jamila Bouhired incarcerata e torturata in Francia durante la guerra d’Algeria, ma anche le poesie composte in seguito ad avvenimenti come la guerra del 1967). Ma è sicuramente per la poesia d’amore che Qabbani è noto al pubblico non arabo ed è nella poesia d’amore che ha espresso se stesso al meglio, diventando il cantore contemporaneo dell’amore in arabo. Contemporaneo e all’avanguardia per certi versi ancora oggi, visti i temi che tratta e il modo e, soprattutto, a mio parere, perché riconosce alla donna il desiderio. E tutto questo fa in una lingua araba particolare, che è certamente arabo, ma che propone una nuova forma per “uscire dal testo” (al-khuruj min an-nass) della poesia classica, come Qabbani stesso sostiene:

“Ho cercato di liberarmi della lingua che mi avete costretto a indossare, ho cercato di liberarmi dalla vostra semantica, dalla maledizione del ‘soggetto e predicato’…”

Fautore del madhhab al-hadasi nell’arte, Qabbani riteneva che lo scopo della poesia dovesse essere quello di portare sentimenti vivi dentro chi legge, come un’eccitazione immediata (il riferimento teorico di Qabbani è Benedetto Croce). Tutto il contrario quindi della curva preparazione-sentimento/eccitazione-ritorno allo stato di quiete che si trova sia nella musica che nella poesia araba. Posizione che gli ha procurato aspre critiche nel corso della sua vita (per non dire del dibattito in parlamento per le sue poesie politiche), cosa che spesso accade e che amareggiò non poco l’autore:

“E’ un peccato che durante i quindici anni nei quali ho recitato le mie poesie nel mio paese sia stato ricompensato con maledizioni, mentre sono stato celebrato fuori dal mio paese”

Conosciuto e apprezzato nel mondo arabo, non solo per il tema, ma anche per l’uso della lingua araba, non ha invece avuto successo in traduzione ed è stato pochissimo studiato in Italia (ma anche nel mondo arabo). Improvvisamente, all’inizio degli anni 70, gli viene dedicato una sorta di studio, poi il nulla e più o meno dello stesso periodo data la traduzione precedente alla presente. Forse troppo esplicito riguardo la carnalità per gli arabisti e le arabiste dell’epoca, non saprei e soprattutto, lo ripeto, non paternalistico quando parla della donna.

Sia come sia, ci avvantaggiamo tutte e tutti di questa traduzione che speriamo sia la prima di una lunga serie.

 

Le citazioni sono tratte da M. D. Subhi, Nizàr Qabbani   shà’iran wa insànan (acquistabile su nil wa-furat per chi fosse interessata).

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