L’ISlam visuale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Vanzan. L’islam visuale. Edizioni Lavoro, Roma 2018.

Ne L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari definiscono la viseità come la visualizzazione del potere circoscritta in un volto riconoscibile. Un volto , specie se familiare, rassicurante, simbolo di un popolo, se è “uno di noi”, controlla un territorio.
Ben consapevoli ne sono in genere i dittatori, le cui immagini campaggiano ovunque nel perimetro del loro territorio. Ma non solo. Basti pensare ai personaggi televisivi o ad alcuni politici nostrani. L’uso dell’immagine quindi è un uso politico e gli arabi e i musulmani non fanno eccezione.

Ne L’islam visuale, Anna Vanzan- come spesso un passo avanti – propone un percorso di ricerca che va dagli Ommayadi ai giorni nostri, dimostrando come le immagini siano sempre state sfruttate, contrariamente a quanto affermato in genere sulla cultura arabo-musulmana e cioè che sia iconoclasta.

Il volume è corredato da una serie di mmagini a colori che chiariscono quanto scritto: trattandosi di cultura visuale non sono interessate al lato artistico dell’opera, dell’immagine, della fotografia, piuttosto al messaggio che l’immagine veicola.

Se il volto riconoscibile del potere ha la funzione di controllo, per sottrarsi a tale controllo l’unico mezzo è produrre immagini alternative, possibilmente sfuocate, dove i tratti del volto siano irriconoscibili. O svestirsi, persino degli abiti (come fanno le Femen).

Nascondersi non serve.

Un libro da leggere assolutamente, per leggere le società arabe e musulmane finalmente da una prospettiva diversa, che ce le rende molto vicine.

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