Alfabeto arabo-persiano

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Cassini-Wasim Dahmash. 2018. Alfabeto arabo-persiano. Quando le parole raccontano un mondo. Milano: EGEA.

Incuriosita dal titolo ho acquistato il libro e devo dire che mi è piaciuto. Secondo l’ordine dell’alfabeto arabo alcune parole vengono scelte per raccontare la cultura “araba” con notizie, curiosità e commenti che lo rendono una piacevole lettura. Inframmezzati fra le pagine del libro alcuni box, nei quali Giuseppe Cassini racconta la sua esperienza nei paesi arabi in qualità di ambasciatore, a volte seri altre più divertenti.

Per ogni voce le notizie storiche si alternano a quelle letterarie e a considerazioni di carattere più politico. Come affermato nella prefazione, la compilazione delle voci è comune ai due autori Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash, mente i box, firmati G.C. sono a cura di Cassini.

Dunque, poiché ho apprezzato il libro, quando ho visto la locandina che riporto qui sotto, ho deciso di andare alla presentazione del libro, i cui diritti d’autore, tra l’altro, come annuncia la fascetta sulla copertina, verranno devoluti a Medici Senza Frontiere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come potete vedere viene annunciata la presenza di Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash, oltre a quella di altri e di un moderatore. Sinceramente sono andata per sentire Wasim Dahmash e per capire cosa significhi “è possibile accostarsi alla lingua araba laicamente”, frase per me assolutamente senza senso, lo dico chiaramente. Affermazione affrontata anche nell’Introduzione dove, parlando della lingua araba, si dice che è “una lingua malata di rigidità, a causa della singolare asserzione che, essendo lingua del Corano, è diventata sacra e immutabile” (p. xi). Appunto “immutabile” è la lingua del Corano, non la lingua araba, a mio parere. Comunque sia, ognuno ha la propria visione delle lingue e in particolare della lingua araba.

La presentazione si tiene alla fondazione Feltrinelli, bellissimo luogo. I relatori si siedono. Wasim Dahmash non c’è. Mi ha dato un po’ fastidio il fatto che nessuno né dei relatori, né della fondazione dicesse qualcosa, che so, “non è potuto intervenire” o una di quelle frasi simili che si dicono in queste occasioni. Voglio dire, sulla locandina era annunciata la sua presenza.

Del libro, in realtà non si è parlato.  O meglio, non si è parlato di letteratura, musica, arte, temi peraltro tutti presenti del testo, ma solo di terrorismo in senso lato. Il moderatore ha dichiarato di non voler moderare, ma di voler dire la sua e così  i temi sono stati il fatto che manchino nel testo alcune parole, come “sessualità” (osservazione proprio inutile perché ovviamente la scelta dipende da chi ha compilato l’elenco), il fatto che libanesi e algerini sono “frustrati” perché “non vogliono parlare della “guerra civile””. Tralascio la pesante critica fatta alla voce “Filastin”. Nessun cenno all’autore assente. Che noia. Ma il libro non ha come intento quello di “avvicinare”?

A dire la verità gli altri interventi sono stati di tenore anche molto diverso, ma le domande in qualche modo li costringevano.

Sono uscita prima delle domande del pubblico.

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