Abu r-rigiàl

[Qui di seguito la traduzione italiana di un racconto di Yūsuf Idrīs. La traduzione è tratta da: Yūsuf Idrīs, “Abū ar-riğāl” in Yūsuf Idrīs Al-a‘māl al-kāmila, al-qiṣṣa al-qaṣīra, al-ğuz’ al-awwal, Dār aš-šurūq, al-Qāhira 1990, pp. 409-449. Il testo ha una doppia numerazione di pagina, una relativa alla raccolta completa delle opere e una che fa riferimento all’edizione originale nella raccolta di racconti Al-‘atb alà an-naẓar (pp. 81-121). Traduzione di Nadia Rocchetti (capp. 1-5) e Jolanda Guardi (capp. 6-12).
Ho condotto un’analisi del testo in occasione di uno splendido workshop svoltosi il 18 ottobre 2014 all’Università di Torino e, poiché la pubblicazione sarà in inglese, pubblico qui la traduzione in italiano del racconto. Ultimamente sto tornando ‘indietro’ per verificare come il personaggio omosessuale è stato descritto in letteratura araba. Indietro rispetto alle più recenti pubblicazioni che vengono spesso presentate come le prime a occuparsi del tema in un certo modo. Tra le varie autrici (eh sì) e autori che ho finora letto, questo di Yūsuf Idrīs mi sembra un racconto molto bello per diversi motivi. Tra gli altri perché amo molto i racconti e in particolare quelli di questo autore.
Non appena la pubblicazione del saggio sarà pronta, ovviamente la segnalerò. Per il momento godetevi la lettura di un grande scrittore arabo. Il racconto è lungo ma ne vale la pena. Dàr ash-shuruq è ovviamente informata]

Urmann

1

Nel dormiveglia, osservava la sua pelle. Si rese conto, quasi all’improvviso, che non la guardava intenzionalmente dagli inizi dell’adolescenza. Quando i capelli, i suoi capelli mezzi biondi, mezzi neri, erano arruffati e vaporosi e ornavano la sua pelle morbida.
Si rese conto che allora era stato felice, si rallegrava sempre, ogni volta che scrutava attentamente la pelle e trovava i capelli folti e rigogliosi, che crescevano e si scurivano, finché non erano diventati tutti neri. Sgranò gli occhi e comprese che era come se stesse osservando la pelle di un altro uomo. Quella non era affatto la sua pelle o, se lo era, gli era successo qualcosa. I capelli erano sottili e, così come i peli delle braccia e del petto, iniziavano a diradarsi, colpiti dalla calvizie. Esaminò le sue gambe e la sua pancia. La peluria era scarsa. Come se fosse tornato ad avere quattordici anni. Smise di pensare e di osservare, ma la sua memoria non taceva. Un’ondata di spine sottili iniziò a riversarsi su di lui, senza che riuscisse ad allontanarla. Andò davanti allo specchio. Fissò a lungo il suo viso. La barba era quella che era. O almeno così sembrava. Ma quelle spine sembravano assodate. Chiuse gli occhi, quasi per costringersi a rimanere mezzo addormentato; meglio trovarsi in un incubo, così avrebbe potuto scomparire o andarsene. Tuttavia aprì gli occhi e in un misto di confusione e di nebbia, una persistente nebbiolina scivolosa, le cose si confondevano, si allontanavano per poi avvicinarsi, fino a diventare perfettamente chiare. L’immagine dell’uomo che vedeva era nitida, poiché quella era l’immagine di se stesso che conosceva. Scivolava. La nebbia la percorreva, come le nuvole che nascondono il volto della luna, e non restava che una luce a illuminare un percorso in cui non poteva distinguere nulla. Tenerezza. Sì. Una tremenda tenerezza femminile, come quella di un serpente maculato che sorride prima di congiungere la bocca in un morso velenoso come quello della morte. Qualcosa dentro di lui si allentava e si schiudeva, obbligandolo a contrarsi, si ribellava e si rivelava con imprudenza. Gli sembrava di sprofondare in un pozzo o rovinare dall’alto di una montagna. Singhiozzava, per cacciare ogni cosa, come il naufrago che respinge l’acqua con la testa per riprendere fiato ma ricomincia a singhiozzare. Eppure non stava soffocando, non si sentiva prossimo alla morte, né percepiva qualcosa di chiaro e preciso che stesse per accadere. Tutto ciò che avveniva era sfuggente. Tutto ciò a cui si aggrappava scivolava via. La nebbia, la luce, il pallido chiarore e il senso di vertigine e incertezza. Cosa mi sta succedendo? Che cosa, esattamente? Come, quando? E perché sta succedendo proprio questo? Sono sulla cinquantina. Sono un uomo sulla cinquantina. Cinquantun anni e tre mesi per l’esattezza. Ho dei figli. Certo, aveva dei figli. E una moglie. Si interrogava e parlava come di un’altra persona. Nel momento in cui si insinuò un dubbio decise di osservarsi, come se fosse un altro uomo. Un altro uomo. Sì, lui era un uomo. O… o… che cosa? Non era solo un uomo, ma il prototipo del maschio. Tu, Ṣulṭān, sei un leader. Sei il capo di una banda, una banda di ribelli sovversivi, assassini assetati di sangue e ragazzi della notte. Pensi a uno di loro e senti, davanti ai tuoi occhi, che l’uomo, l’essere umano che c’è in lui è scomparso ed è diventato un coniglio che se la fa addosso. Tu stesso, una volta, hai visto i vestiti fradici di Abū Šanab. Realizzò, di nuovo inaspettatamente, di essere ancora in biancheria intima. Fece correre lo sguardo sulle varie zone del suo corpo, nauseato dalle protuberanze che si erano formate chissà quando. Detestò il suo corpo seminudo. Lo percepiva estraneo. Non gli apparteneva. Si toccò i baffi, ricordandosi di averli tagliati. Era stato un gesto dettato dall’abitudine. I baffi non esistevano. L’estraneità e la nostalgia del suo corpo aumentarono. Si alzò con foga, come se dovesse fare una rivoluzione. No. Non indosserà la divisa. Indosserà la tipica ğallabiyya di lana grezza, quella che gli piace indossare quando monta sul calesse scoperto e si mette alla guida, attraversando le vie della città e accertandosi che gli sguardi assopiti da dietro le finestre, talvolta dai balconi, lo seguano e sospirino per la sua virilità. La sua ğallabiya, il suo calesse, la sua storia impressionante e gloriosa, la sua ricchezza e la sua fama. Il più maschio degli uomini della provincia, anzi dell’Egitto, del mondo intero, ragazzo. Uomo e Urmann. Non un ragazzo qualunque. Contenta e invidiata è la donna stretta nelle sue braccia, moglie o amante che sia. La indossò, la sua ğallabiyya. Senza smettere di guardare nello specchio del bagno, allungò il braccio per prendere il flacone di colonia. Perfetto. Sorrise, quasi fiducioso. In effetti l’angolo del labbro superiore tremò, come se quel sorriso lo tradisse.
– Ragazzo…
Strillò.
Quell’urlo prolungato scosse la casa e gli animi, persino quelli dei suoi ragazzi più grandi. Non era rivolto a nessuno in particolare, bensì al ragazzo, qualsiasi ragazzo, all’uomo, qualsiasi uomo. Alla totalità degli uomini, eccetto lui. Lì per lì non apparve nessuno. Né un ragazzo né un uomo. Strillò con una voce altissima, che si interruppe bruscamente, come se si fosse fermato lo strumento che l’aveva emanata, come se si fosse rotto. In realtà era stato ridotto al silenzio. Era stato lui a farlo tacere, quindi la voce era uscita spezzata, squartata per l’esattezza, acuta. Non era la sua voce. Forse proveniva dalla sua gola, che nello specchio sembrava un gozzo raggrinzito. Ma non era così, perché quella voce non era sua. L’aveva sentita per la prima volta, era strana, estranea al suo corpo. Il battito del suo cuore accelerò. Gli capitava di avere quel fremito solo quando uccideva, nell’istante in cui sparava. Il ragazzo comparve. Lo insultò senza sapere chi fosse, con tutto il fiato che possedeva gridò:
– Chiama il Toro, asino.

 2

 Si sedette in veranda, sulla panca. Quella sempre riservata a lui, anche se di solito non c’era. Si sedette in attesa del “Toro”, schioccando le labbra stizzito. Perché? Non lo sapeva. E perché aveva scelto di incontrare proprio il “Toro” in quel momento? Non sapeva nemmeno questo. Il Toro. Il Toro. Perché proprio lui? Forse per quelle sciocchezze che si stavano diffondendo sul suo conto e sulle sue avventure? Perché sapeva che le donne crollavano automaticamente quando le possedeva? Forse perché era più giovane, più stupido e di gran lunga più vigoroso? Ma come lo chiamava… Toro… allo stesso modo, qualificava “il Lupo”, “la Ballerina”, “l’Uccellaccio”, “il Puledro”, “il Bradipo”… ognuno di loro… il più grande regalo che faceva era proprio dare un soprannome, la massima punizione che infliggeva era chiamare qualcuno con il suo vero nome. Questa persona avrebbe continuato a pregarlo, a insistere quasi fino a piangere, alle volte versando lacrime amare, chiedendogli un soprannome in regalo. E quando egli si scocciava di lui e della sua insistenza, rispondeva: “Va bene… vai, Agnello”… oppure “Vattene, Asino”… e “l’Agnello” o “l’Asino” scioglieva la stretta e gli baciava la mano, con gli occhi lucidi di gratitudine. Poi lasciava la riunione contento e sorridente, letteralmente in brodo di giuggiole. “Il Toro” era arrivato, l’aveva sentito chiedere di lui con voce sommessa, quindi si girò verso la porta della veranda, per monitorare il suo ingresso. Comparve nel varco della porta, come sempre vestito in modo trascurato. Lo invidiava parecchio per la sua capacità di non curarsi dei vestiti e dei capelli senza perdere il suo fascino estremo e la sua grazia. Si premurò di fargli un sorriso ma questi si mostrò distaccato, indurendo la sua espressione. Indossava una camicia e dei pantaloni, quelli stretti, che erano i suoi preferiti. Sicuramente era accorso in tutta fretta, perché indossavano sempre la divisa completa per incontrarlo. Lo salutò rimanendo in piedi, confuso, mentr’egli lo squadrava da capo a piedi. Il Toro sembrò ingiallire in volto, mentre il suo sguardo lasciava trapelare che era in corso una revisione elettrizzata di tutto quello che aveva fatto da quando l’aveva visto l’ultima volta, per stabilire il suo peccato o il crimine che forse aveva perpetrato. Si lasciò sfuggire un cenno di contraccambio, indicandogli di sedersi. Così fece, sedendosi su una sedia lontana e riprendendo fiato. Ciò nonostante continuava ad aspettare, come in attesa di un’assoluzione o di una condanna a morte. Lo vedeva innervosirsi per l’attesa e questo lo rendeva felice. Le sue occhiate inquisitorie gli si riversavano addosso, penetranti. Si trattenne, soffermandosi più del necessario sui lineamenti del giovincello. Respirava a fatica, come se stesse soffocando o avesse un pugnale piantato nella bocca dello stomaco. Tutte le volte che lo guardava con la coda dell’occhio, sentiva una forza magnetica che lo attirava a sé e qualcosa dentro che crollava, frantumandosi, mentre la nebbia offuscava la sua consapevolezza, e tra i suoi strati si delineavano visioni conturbanti, il suo corpo completamente nudo, liscio, un mucchio di carne senza volontà che aspetta un ordine secco, per eseguirlo.

 3

 All’improvviso percepì un impeto interno, che si raccoglieva velocemente, così come in pochi attimi si creano le avvisaglie di un ciclone spaventoso. Dentro di lui una tenerezza terribile guaiva ogni volta che il suo sguardo si posava sul “Toro” e, anche se lo distoglieva, un’immagine strana gli suggeriva che non lo guardava come fa un uomo con un altro uomo, che dei sogni insonni gli bruciavano dentro, ruotando attorno a un certo punto, un luogo cupo e abbandonato, un contatto possibile, che lo faceva sentire febbricitante, che gli faceva tremare le mani e il corpo intero, mentre afferrava il giovane e stringeva i muscoli gonfi delle sue braccia e quelli possenti delle gambe, mentre il desiderio cresceva e si rafforzava dentro di lui. Questi desideri si rivelavano in modo audace e folle, nel gemito in cui si era convertita la sua mascolinità. Non resisteva più, anzi gli ultimi sprazzi di resistenza si trasformavano in una tempesta di appelli ad agire, di grida folli emesse da ogni sua singola cellula ribelle, una tempesta di disapprovazione che lo rendeva quasi un omicida. Uccideva le tentazioni prodotte dai sensi, uccideva “il Toro”. Con le sue dita tozze gli afferrava il collo, mollandolo solo una volta ridotto a cadavere, o a un brandello di cadavere, esangue, strangolato. Se solo riuscisse a farlo a se stesso, al proprio collo, a uccidere il sogno, il desiderio, l’appello folle a cui era costretto con veemenza. Era come se, a causa di forze cosmiche, non avesse modo di disubbidire, di resistere. Voleva che la sua voce risuonasse, alta solenne e terribile, per chiedere al “Toro” di andarsene, anzi, se solo il fatto di mandarlo via si fosse tradotto in un colpo, in un calcio… Ma non uscì nulla, neanche la voce, come se la forza di repulsione e d’attrazione si bilanciassero, così rimandava la decisione di cacciarlo e, allo stesso tempo, impediva che il mormorio di desideri scellerati si risvegliasse nel suo corpo e nella sua fantasia, facendogli sognare di nuovo il buio, il sibilo, la sorpresa e l’unione febbricitante e piena di desiderio. Le persone sedute attorno a lui si resero conto che era immerso nei propri pensieri, senza avvertire nulla di ciò che gli era intorno, così iniziarono a sgusciar via dalla veranda uno dopo l’altro, attenti a non guastare la santità della sua concentrazione… se ne andarono tutti tranne “il Toro”, poiché, anche se aveva la stessa sensazione degli altri, una voce misteriosa e irrequieta, simile a quella del diavolo, lo spingeva a rimanere lì. Percepiva un flusso proveniente dal suo amico, Ṣulṭān, fatto di vibrazioni e incertezze, che lo pregava di restare. Sì, lo supplicava, lui che non supplicava nessuno per niente, ma ordinava sempre, persino se voleva chiedere.

 4

 Che cosa fa, per Dio… È già impazzito? O è sulla strada giusta per la follia? Forse dovrebbe andare da uno di quei dottori che sono diventati di moda di questi tempi, che sostengono di essere in grado di analizzare l’animo umano, scandagliando i desideri e interpretando persino i sogni? Ma come può sapere se ciò che gli sta succedendo è una malattia o una realtà, e che disonore gli causerebbe andare da un medico della grande capitale, che non conosce le sue origini e il suo distacco, che non sa chi sia né conosce la sua vasta parentela? Persino davanti a un dottore, per quanto estraneo e ignaro del suo potere e delle sue ricchezze, sarebbe stato assolutamente impossibile per lui esprimersi o lamentarsi, confessando per propria bocca l’insorgere di desideri strani, che prendevano la forma di attacchi, in un primo momento poco frequenti, ma che si erano fatti sempre più ravvicinati e numerosi, al punto che la sua vita e i suoi pensieri giravano solo attorno a essi. Mai e poi mai, nemmeno se lo avessero impiccato, avrebbe potuto procedere volontariamente in quel modo… avrebbe fatto così, quindi, sarebbe stato il medico di se stesso. Lui solo avrebbe conosciuto la sua situazione, non avrebbe rivelato a nessuna creatura sulla terra i suoi pensieri reconditi. Nessuna persona a lui contemporanea avrebbe visto con i suoi occhi tutto ciò che si era impresso nella sua mente da quando era consapevole di essere Ṣulṭān, figlio di un padre e di una madre, la cui povertà era avvilente, anche se la sua famiglia era molto orgogliosa. Proprio così, suo padre era colui che veniva preso in giro nelle riunioni del villaggio, per la sua povertà e il suo orgoglio. Vedeva suo padre seduto in un angolo dell’anticamera della loro casa ed estrarre dalla tasca decine di mozziconi di sigaretta che aveva raccolto furtivamente con il suo bastone, sulla cui estremità aveva montato un chiodo sottile con cui riusciva, vantandosi con un amico, un nonno o un parente, di riuscire a farlo anche mentre parlava con qualcuno. Quando vedeva un mozzicone di sigaretta per terra, con una reazione calcolata, sollevava il bastone come per batterlo in terra per aggiungere enfasi a quel che stava dicendo, poi lo posava esattamente sopra al mozzicone per acchiapparlo e lo lasciava attaccato finché non c’era più nessuno che lo stesse guardando. Solo allora, con l’agilità di una mano esperta, lo staccava e lo aggiungeva ai suoi simili che aveva in tasca. E con il ricavato della giornata riempiva una vecchia cassetta di metallo che aveva ereditato da suo padre. Quest’ultimo la riempiva di prese di tabacco che, insieme agli aromi che aggiungeva, erano conosciuti nel villaggio come la “pipa” di Bey, il figlio del sindaco che studiava fuori. Quando tornava al villaggio, per una visita di tanto in tanto, si sedeva nel cortile di suo padre, riempiva la sua pipa di tabacco e poi l’accendeva con un accendino speciale, che suscitava l’ammirazione del villaggio perché la fiamma fuoriusciva orizzontalmente da un lato, non verticalmente come in tutti gli altri accendini. Suo padre, alto di statura, magro e con i baffi folti, possedeva un’unica ğallabiyya per uscire. Questo lo sapevano tutti, ma lui era sempre candido e pulito. Sua madre era maestra nel lavarla con acqua di fiori d’arancio giorno dopo giorno, stendendola ad asciugare la sera, così ch’egli potesse indossarla la mattina. Sembrava che ne possedesse decine, nuove e immacolate. Povertà e orgoglio, propri dell’esercito dei miserabili, quelli che non sono imparentati con nessun uomo importante, con nessuna grande famiglia, e affrontano una vita sterile, senza preoccuparsi di un vestito logoro o di difendere l’onore, accettano persino la distribuzione dell’elemosina durante le feste, e prodigano lodi e auguri se ricevono della carne in un’occasione particolare, una festività o una cerimonia… Il padre di Ṣulṭān era uno di loro, questo è vero, anzi forse era anche più povero di alcuni di loro, ma non aveva eguali quanto a orgoglio personale. Camminava come se fosse il sindaco, quando parlava lo faceva come se le sue parole fossero le uniche perle di saggezza. Un solo giorno di ogni settimana, quello del mercato – quando i proprietari degli asini che venivano dai villaggi limitrofi gli lasciavano gli animali in custodia affinché li radunasse nel piccolo spazio vicino al recinto del mercato, uno spazio che aveva preso in affitto dal proprietario del terreno confinante e che era quasi un rifugio per le cavalcature – riusciva a riempire la sua tasca di piastre e a volte di millīm, che sembravano molti, di numero e dimensione, ma che in realtà non bastavano per il suo sostentamento, quello della moglie e dei suoi famigliari nemmeno per una settimana. Ṣulṭān era il primogenito, poi c’erano altri tre figli e quattro figlie, una madre che si avvicinava ai sessant’anni e si stupiva, così come si stupiva la gente, di come con quelle entrate potessero vivere tutte quelle persone, si potessero sfamare tutte quelle bocche. Ṣulṭān aveva un’intelligenza brillante, si era distinto nella scuola dell’obbligo. Era il più povero dei ragazzi, ma aveva una personalità più forte ed era sempre lui il capo e il massimo consulente del gruppo che lo seguiva, obbedendo ciecamente ai suoi ordini, anche se alcuni di loro erano più grandi di lui e, ovviamente, avevano una famiglia più ricca e influente. Per dirla tutta, era proprio il più povero e quello vestito peggio, infatti continuava a indossare la ğallabiyya anche se era completamente stinta e non gli andava benissimo, gli era diventata piccola e in due anni, che corrispondevano all’età del vestito, si era fatta stretta e corta, tanto che gli arrivava a malapena al ginocchio. E più gli veniva rinfacciato che suo padre, “il Maschio”, era povero, più si azzuffava e litigava, feriva e si batteva con quelli più grandi di lui, quando uno di loro insultava la loro situazione o direttamente suo padre, dicendo: “Col didietro nudo/gli piace vantarsi”. Ai tempi dei giochetti tra ragazzi, per essere precisi in quella fase della loro esistenza in cui i ragazzi iniziano inevitabilmente a toccarsi l’un l’altro, e alcuni di loro rispondono con il piacere di essere quelli passivi, altri quelli attivi, o tutti e due insieme, Ṣulṭān era estremamente sensibile e non voleva sottomettersi. Era davvero sensibile, e il suo desiderio di giungere velocemente a una mascolinità precoce era così forte che non lasciava che nessuno lo toccasse e, di conseguenza, si rifiutava categoricamente di toccare qualcuno. Era un piccolo uomo, che aveva ereditato l’orgoglio di suo padre, o meglio procedeva imitando suo padre e cercando di assomigliargli. Quel padre che lui considerava il più uomo di tutti, quello dalla statura più elevata. Non aveva mai sentito né l’aveva mai sfiorato il pensiero che fosse un uomo povero, a quell’età non esistevano poveri e ricchi, c’erano solo uomini veri, mezzi uomini e quaquaraquà. L’unica differenza che esisteva tra la gente era quella tra uomini veri e mezzi uomini. Da dove veniva, quindi, ciò che stava avanzando dentro di lui, così come avanzano le nuvole nere che minacciano di trasformare il giorno in notte, preannunciando l’assenza di sole e l’avvicinarsi del giorno del giudizio? Per tutta la sua vita era stato così, un leader scaltro, coraggioso e audace. Durante la scuola dell’obbligo e quella primaria lavorava per tutti i mesi estivi e nella maggior parte di quelli invernali, non solo per provvedere alle spese della sua istruzione, ma anche per aiutare suo padre a riempire le numerose bocche sempre affamate e mai sazie. Durante gli studi e il lavoro un’unica idea infiammava il suo spirito, senza vacillare mai, riabilitare la povertà di suo padre e della sua famiglia, l’umiltà della sua prole e delle sue origini. La ğallabiyya candida e pulita di suo padre era solo un velo che nascondeva una realtà profondamente amara, poiché dietro questo indumento-velo non c’era nulla di valore e Ṣulṭān doveva riempire questo vuoto spaventoso. Doveva rendere a suo padre la sua dignità, la possibilità di avere il naso rivolto al cielo, perché se lo meritava davvero, doveva coprire il suo deretano scoperto, affinché fosse libero di vantarsi, se voleva farlo, della sua ascendenza e discendenza, di ostentare i feddan di terra e le ricchezze, il valore e la pienezza.

 5

 Finché Ṣulṭān non diventò un vero leader. È una storia lunga, piena della ferma volontà del contadino, grazie alla quale può scavare canali nel Nilo con un ago, e trasportare le pietre della montagna per costruire una piramide, che sia la meraviglia del mondo. Il contadino che striscia verso il Cairo, camminando a piedi scalzi  sulle sue gambe sottili, che sale con il fiume finché si esaurisce la pazienza di questo per la sua stessa eccessiva lunghezza e si suddivide in due o addirittura moltissimi rami, creando nel punto di ramificazione la capitale del mondo antico, la culla della luce che l’umanità accese per la prima volta per vedere il mondo ed essere vista. Il contadino che striscia fino ad arrivare centro del mondo, o a creare dal punto di ramificazione un centro del mondo. Con una sottile volontà instancabile, estremamente tenace, Ṣulṭān era avanzato trascinando dietro di sé una famiglia che aveva perso il suo sostegno, così come il barcaiolo tira “il cavo di rimorchio” trainando la barca con una lunga fune per trascinarla in direzione contraria al vento del nord. Sì, tirando il suo cavo di rimorchio, quello della sua famiglia e di tutti quei poveri dignitosi o miserevoli, rispondendo agli stimoli interiori che non si placavano mai, che lo spronavano a colmare la ğallabiyya di suo padre, di modo che anche se l’avesse rimossa sarebbe risultato coperto, ricco, grande e nobile. Completò il primo anno universitario; la sua casa, il suo rifugio e il suo riparo, per l’esattezza un nido, si trovava all’estremità del recinto universitario. Aveva ricavato un’abitazione, un posto dove stare, dove dormiva su una stuoia. Questo era tutto ciò che la sua famiglia aveva potuto fornirgli. Lavorava come muratore nel quartiere “Bayn al-Sarayāt” e dintorni, per la maggior parte del giorno, portando sacchi di malta che avrebbero spaccato la schiena di chiunque fino a mezzogiorno. Non portava solo quelli, ma anche il peso della responsabilità di imparare, di essere bravo e di farcela, dato che guadagnava dodici ghinee al mese come ricompensa per i migliori studenti e viveva tenendone sei per sé, mentre le altre sei le inviava alla sua famiglia, che doveva mantenersi con quelle e con i guadagni dei lavoretti svolti dai suoi fratelli minori. Nonostante tutto ciò, riuscì a farcela brillantemente, a essere tra i primi del suo corso. Ma questo non è importante. Sin dal primo momento in cui aveva messo piede nella capitale, aveva realizzato di non essere l’unico a tirare il “cavo di rimorchio”, di non essere il solo con un padre che aveva un’unica ğallabiyya, indossata direttamente sulla carne. Una ğallabiyya che di solito non era affatto come quella di suo padre, candida e pulita, priva di toppe. Quando se ne rese conto, iniziò a leggere e ad ascoltare avidamente. Diventò assolutamente consapevole del fatto che la situazione doveva cambiare, che coloro che facevano appello al cambiamento erano figli delle città, anche se erano figli di contadini od operai, che la loro volontà incandescente, le loro capacità ed energie per compiere quel cambiamento erano molto inferiori a quelle necessarie. Si rese conto che poteva fare di più, progredire e realizzare di più. Diventò un membro dell’Unione, divenne sempre più degno di fiducia e la sua egemonia si estese. Il suo nome, i suoi manifesti, i suoi discorsi e i suoi arresti diventarono all’ordine del giorno in facoltà, poi nell’università e nella città universitaria, la cui amministrazione cercò di corromperlo prima per legarlo a sé, poi per fargli sapere che non avrebbe ceduto, ma con il suo tramite avrebbe trovato una base più vasta e più ampia.

6

“Il Toro” immaginò che lo “zio” Ṣulṭān fosse di certo piombato in un sonno profondo, poiché il suo respiro era regolare, gli occhi erano chiusi e il suo silenzio si prolungava, si prolungava al punto che non sentiva più le ondate verso di lui attraverso la distanza che si trovava tra il punto dell’ampio sedile di Ṣulṭān e il punto in cui era seduto lui, sul bordo del sedile. Era attento a ogni segnale o necessità del grande uomo. Cominciò a muoversi sul suo posto ai bordi della sedia, con un movimento che non sembrasse provenire da lui, poi scosse i piedi, poi sembrò che la faccenda non fosse più nascosta, e che lo zio Ṣulṭān dormisse il sonno del sultano, e con molta calma si fermò come chi si prepara a ritirarsi, e quando fu certo che quel suo movimento avrebbe potuto darne vita a un altro senza che Ṣulṭān se ne accorgesse, iniziò a strisciare con passo leggero come se i piedi fossero rivestiti della pelliccia di una pantera, un passo, poi un altro, poi si inchiodò sul posto perché dal suo sultano era giunto il grido di un ordine:
– Dove vai?
Una domanda che lo riportò immediatamente a sedersi sul bordo del sedile, stava per fare le fusa come un gatto che desidera dimostrare la propria amicizia, la propria disciplina e obbedienza.
– Non stavo dormendo.
Il “Toro” rispose dicendo:
– Stavo pensando. Sono al tuo servizio se Dio vuole fino al mattino.
Sedere? Sedere perché? Una domanda che girava nella testa di entrambi. E se la domanda frullava nella testa del Toro con poca perplessità, la perplessità maggiore era quella di Ṣulṭān; perché gli aveva ordinato di tornare a sedersi, e gli aveva detto di essere sveglio e di voler ancora la sua presenza anche se era tardi e tutti, persino dentro la casa sul cui balcone sedevano, dormivano? Gli tornò il brivido, perentorio, cupo, che non poteva respingere né accettare. Confuso e a disagio come un principiante, vergognoso di se stesso e ancor di più della sua vergona di questa cosa strana, stava per piangere di collera per la situazione in cui si trovava e per l’inevitabilità di quel che si immaginava sarebbe successo e di fronte al quale non poteva scegliere liberamente. Anche se improvvisamente si fosse ribellato come un matto, come un uomo, come il più maschio fra gli uomini, il leader che manipolava la sua virilità anche se il suo nome era il “Toro”; tornò il silenzio, che sembrava essere l’unica soluzione all’ambiguità…. Ṣulṭān non tornò a ripercorrere la sua vita per cercare l’inizio del disastro o il suo risveglio, piuttosto tornò a rivangare il passato vicino e lontano per cercare la causa di quello che era successo, per accertarsi che effettivamente qualcosa gli era successo, o la realtà di quel che c’era, una presenza, e trovò che l’aveva dimenticata e che la vita che aveva vissuto l’aveva sotterrata, mentre era restata per tutto il tempo come il verme, come il cancro che nascosto compie il suo lavoro fino a che non era giunto il presente, dove non poteva smettere di vedersi con tutta la sua volontà sottomesso o che stava per sottomettersi all’idea del desiderio travolgente e ribelle che – senza vantaggio – lottava disperatamente contro la sua resistenza, l’idea di sottomettersi davanti a quel giovane spaventato che lo temeva e temeva la sua virilità e i suoi quattrini, finché non gli si parò davanti il pensiero che il “Toro” si immaginava il contrario, e tremava per paura che lo zio Ṣulṭān gli chiedesse quel che i più forti chiedono ai più deboli, e le richieste di Ṣulṭān erano ordini assoluti, cui non ci si poteva sottrarre né sfuggire. Se lo chiedeva Ṣulṭān – foss’anche un disastro – bisognava sottomettersi alla violenza di un ordine assoluto anche se avesse significato sottomettere la propria virilità o presunzione e tutto ciò che costruisce una personalità che ha la fama di essere unica, il Toro stallone di cui tutti gli uomini sono gelosi, e di cui tutte le donne, infelici e non, sognano. Probabilità, tutte probabilità una peggiore dell’altra, finché il corpo del “Toro” non cominciò a tremare davvero, di veri brividi, quasi volesse gettarsi ai piedi di Ṣulṭān per pregarlo di avere pietà di lui o almeno di rompere quel silenzio pauroso pieno come una foresta di vipere e bestie selvagge e di dirgli con chiarezza e di farlo o non farlo e che la faccenda fosse finita, e che finisse il silenzio, e finisse quello stare fermi che era diventato una tortura prolungata più di ogni altra cosa, una tortura peggiore di qualunque sentimento di umiliazione persino se l’umiliazione si fosse realizzata.

7

Dal pergolato nei pressi del muro dell’università, fino alla città universitaria, al palazzo, dall’essere scoperto a causa della millanteria di suo padre nonostante il suo posteriore nudo, al tributo pagato alla sua solida origine rurale, il successo fatto da sé, la sua parentela che venne elevata alla rispettabilità e a un essere radicata senza pretese, lodata come paragone di tutte le qualità che ci si aspetta da un leader popolare di umili, povere e miserabili origini. Il sacco di malta che rompe la schiena e che soleva portare durante il giorno e le migliaia di pagine che aveva ricopiato dai libri presi in prestito dagli amici gli procuravano una profonda sofferenza fisica, consumavano la sua vista, gli intorpidivano le dita e gli incurvavano la schiena. Dal ragazzo anonimo giallo in volto per l’anemia e la mancanza di cibo, a colui che aveva ottenuto due lauree, una in economia e l’altra in storia, l’orgoglio dell’Università, poi di tutte le università, un orgoglio per la sua generazione e le generazioni a venire. Davvero era uno degli orgogli dell’Egitto. E il balzo da un paese occupato che viveva in un vecchio e brutto mondo a un paese leader della liberazione, modello per i popoli, sostenitore di rivolte e di rivoluzioni, fino a che Ṣulṭān non divenne un vero sultano… Era stato il primo giovane leader che il presidente aveva incontrato, cui aveva stretto la mano, al quale era stata data una medaglia e che aveva acquisito uno status, leader di una nuova scuola e una nuova direzione, circondato e accompagnato da un piccolo esercito di seguaci geniali e ammiratori, e di seguaci dei seguaci. E tutto ciò era avvenuto senza che Ṣulṭān si fosse accorto che la ğallabiyya di suo padre pulita, ma senza valore, aveva acquisito sostanza, benessere, e influenza. Per questo aveva continuato ad andare avanti come un purosangue senza sentirsi stanco o fiacco. Sempre ansimando, non aveva corso per raggiungere un certo scopo che si era prefissato – non era uno di quelli che inseguivano obiettivi personali – il suo progresso non era soggetto a nessuna spiegazione razionale o cerebrale; progrediva per il solo gusto di progredire; il suo scopo non era diventare un leader, né una persona popolare, né un uomo di influenza o autorità; il denaro non era il suo scopo, né il potere politico era quello che lo muoveva, né la storia o un posto nella storia per se stesso. In fin dei conti non sapeva perché progrediva; compiva cose, riceveva elogi, titoli e successo senza inseguirli o apprezzarli. Queste erano conseguenze secondarie di cui non teneva mai conto, conseguenze inevitabili del suo essere instancabile e perseverante, e degli ideali ai quali si era dedicato per diffondere, ottenere e riverire; voleva la sua società giusta e non piena di persone innocenti traviate perché ognuna di loro possedeva solo una ğallabiyya, mentre gli altri avevano armadi e stanze riempite con file di vestiti appesi come se le loro camere da letto fossero reparti interi di un grande magazzino. Suo padre non aveva mai usato il treno né nessun altro mezzo di trasporto per andare da un posto all’altro; era sempre andato a piedi, non importa quanto lontano dovesse andare… sincerità, fedeltà, pulizia, e sacrificio… curarsi degli altri e non controllare mai il benessere o monopolizzare l’autorità… un leader è il capo del popolo e per essere il capo era al loro servizio… aveva un posto speciale tra loro, perché lavorava e si curava di loro… principi… luminosamente bianchi come la ğallabiyya di suo padre… erano solo un velo, solo un ornamento senza sostanza; il suo continuo combattere era per infondere sostanza a questi abiti luminosi e trasformare questo aspetto esteriore e questi bianchi veli luminosi usati per nascondere la bruttezza in veli che trattengono e proteggono tutte le verità e sostanze veritiere e preziose… Un uomo non è uomo per lo spessore dei baffi o l’intensità della sua violenza ma l’uomo è uomo perché è galante, generoso, coraggioso, senza ambiguità e un sostegno per chi è in difficoltà; difende i deboli e gli oppressi fino a che non guadagnano forza, combatte il forte finché non diventa giusto e la sua forza è al servizio della giustizia e della verità. E la donna è una donna non per il suo lignaggio, la sua civetteria o la sua femminilità, ma per il ruolo superiore che svolge come madre di un’umanità più raffinata, perché la maternità, come la mascolinità, non è un attributo ma un merito, un diploma superiore di comportamento umano a livello emotivo, mentale e anche fisico, che distingue l’essere umano da altre creature e che lo guida all’apice del suo sviluppo rendendolo l’essere più elevato nell’universo…
La madre…
Ṣulṭān cambiò la mano sulla quale era appoggiato non perché fosse stanco, ma perché gli sembrava di aver improvvisamente raggiunto il punto in cui avrebbe trovato il bandolo della matassa, la causa e colei che l’aveva causata, sua madre.

 8

 La contadina scura di pelle che, secondo l’usanza dei beduini dell’Alto Egitto, aveva un tatuaggio sulla guancia sinistra, una sorta di marchio messo su una ragazza per attestarne la verginità e la nobile ascendenza, per certificare che oltre a essere una donna eccitante era anche orgogliosa e un essere umano stabile se doveva fronteggiare una situazione seria; la sua fermezza e la sua tenerezza si sarebbero fuse con la ruvidità dell’uomo per produrre un inalterato temperamento egiziano, che sarebbe divenuto evidente nei loro figli, che già in giovane età, avrebbero avuto ideali e responsabilità da adulti, compresa la prova della vendetta di sangue. Tutti provano un amore ineguagliabile per la propria madre e tutte le madri amano i figli di un amore puro e inalterato che somiglia al pane che cuociono al calore naturale del sole, lontano da qualunque fuoco artificiale o prodotto dall’essere umano, un tipo speciale di amore che ha lo scopo di rendere uomini i loro ragazzi, senza mai pregare per il loro amore o temere la loro ostilità, perché ciascuna madre desidera creare uomini e non giocattoli con cui giocare né bambole da stropicciare.

Così è come la vede ora, con occhio maturo.

Ma, nonostante il suo grande amore per lei, il bambino in lui già odia ciò che crede essere la sua crudeltà e rudezza; lo punisce picchiandolo duramente, o riferisce di lui al padre, il padre non lo picchia né lo punisce mai fisicamente, ma dirà “ragazzo” senza alzare la voce o urlargli contro, dirà la parola con una voce maschile profonda e terrorizzante, come il coltello che silenziosamente si gira nel cuore. Una parola che lo terrorizza e spaventa più di tutte le urla di sua madre, o delle botte che gli dà con la scopa, una fronda secca di un albero di palma. Coccole? Non lo aveva mai coccolato… Non era mai stato esposto a nessuna rudezza anormale. La mascolinità di Ṣulṭān   non era mai stata messa in dubbio, ridicolizzata o abusata, proprio l’opposto di quel che la sua vicina, Umm ‘Īd, era solita urlare nel mezzo della notte in faccia a suo figlio, quando tornava a casa tardi; lo accusava di essere stato portato dagli altri ragazzi nel campo di grano… urlava certe parole che facevano ribollire Ṣulṭān di rabbia e odio per questa donna, e pietà per suo figlio, il suo amico. Questo figlio, la cui mascolinità era sempre stata messa in dubbio da sua madre, e che aveva una pelle chiara e capelli giallastri ereditati dalla mare, non era cresciuto per diventare come Šahīn aṭ-Ṭaḥḥān, così come aveva predetto sua madre. Questo Šahīn aṭ-Ṭaḥḥān era uno dei molti fenomeni in cui alcuni villaggi di campagna sono specializzati, sia nell’Alto che nel Basso Egitto. Era un uomo nell’aspetto e nel portamento, con barba e baffi rasati; a parte questo, era femminile in tutto il resto, nel modo di parlare, nel modo di camminare, nel suo attaccamento al folklore femminile del villaggio, e anche nel suo lavoro. Di solito vendeva burro, smen, e panna. E con quel che poteva pagare seduceva i giovani del villaggio. Era solito avere un mezzano tra i giovani bastardi che li portava da lui in cambio di denaro. Era famoso e ben noto alla gente del villaggio. Era disprezzato tra molti moralisti e uomini di religione, ma per le persone normali, grazie alla sua lunga storia e alla fama delle sue abitudini, era visto come uno di quei fenomeni naturali che non erano condannati. Divenne oggetto di ridicolo fra alcuni e usato come esempio dalle madri per mettere in guardia i figli sulle conseguenze dell’agire in modo morbido, o se si facevano crescere i capelli o se indossavano le loro papaline in modo strano sulla testa. No, sua madre non aveva mai contestato la sua mascolinità, al contrario, era sempre stata orgogliosa di lui; ricorda solamente un giorno infausto quando sua madre era entrata nella stalla in un giorno d’estate mentre tutti stavano riposando o facendo un sonnellino, trovandolo solo con l’asina di suo zio, che era venuto a trovarli dal paese vicino… ricorda ancora il modo in cui sua madre si comportò; e deve confessare ora che il suo comportamento era stato l’epitome della saggezza del mondo, come se fosse stata una psichiatra, perché quando aprì la porta della stalla e lo vide, disse, mentre si voltava per andarsene da dove era venuta : “Come puoi montare l’asina di tuo zio senza una sella, giovane asino?”

Nella sua mente lo aveva ripulito da ogni colpa, di modo che non provasse mai vergogna. E quella volta che lo scoprì dietro la catasta di legna sul tetto con Sa‘diyya, la vedova orba che soleva gettare acqua su di loro! Quella volta, lo pestò per bene con la scopa, ma egli aveva sentito che quelle botte non erano quelle di una persona arrabbiata, piuttosto di qualcuno che doveva compiere un lavoro e voleva finirlo presto. Perché dal modo in cui lo malediva e dal tono della sua voce percepiva che era quasi orgogliosa di quel che aveva visto e scoperto, e che tutta la sua rabbia era causata solo dal fatto che avesse scelto quella vecchia e brutta vedova.

 9

 Gli attacchi di tosse di šayḫ Abū l-Ma‘āṭī venivano trasmessi dall’altoparlante della moschea e sentiti da lontano, mentre si schiariva la voce prima di cominciare gli inni e l’appello alla preghiera dell’alba. Era ancora buio, e il sonno stava scivolando sul “Toro”; la testa gli penzolava sul petto, la sollevava all’improvviso per paura di essere accusato di negligenza e di soccombere al sonno mentre Ṣulṭān era sveglio. Dopo la lunga notte nella quale aveva rivisto la sua vita come in un film, l’appello alla preghiera gli giunse come un’indicazione che nella sua mente passato e presente stavano cominciando a fondersi; eventi insignificanti rimasti a galleggiare sulla superficie della sua coscienza come le pulci che saltavano nelle notti d’inverno di fronte a lui senza che fosse in grado di afferrarle; e se avesse potuto afferrarle presto gli sarebbero sfuggite, ampi e interi segmenti erano spariti dalla sua memoria o li aveva persi intenzionalmente; perché la sua vita non sempre aveva aderito ai principi e agli ideali, c’era stato spesso un abisso tra azioni e principi, tra ciò che aveva sperato di fare e ciò che aveva potuto fare, tra l’avidità ispirata e persistente da un lato e l’abbandono subitaneo dall’altro, come se non servisse a nulla, e come se ciò che voleva compiere non fossero altro che sogni ingenui e speranze infantili.
Come quel giorno… Sì, sì, quel giorno…
Era mezzogiorno? Mezzanotte? Non ricorda proprio quando fosse, c’era un uomo e certamente era accaduto, e c’era stata una richiesta di aiuto; una richiesta insistente: piena di speranza e implorazione d’aiuto; un appello che colui che lo pronunciava sapeva non diretto all’uomo sbagliato ma a qualcuno il cui valore era divenuto proverbiale. Ti prego dal profondo… e tu mi salverai… Una decisione… Sì, sì ricorda bene che avrebbe dovuto prendere una decisione. Niente di più facile per lui in quei giorni che prendere una decisione. In un istante, in un attimo avrebbe calcolato i pro e i contro e sistemato la faccenda… Tutti aspettavano, certi che dalla sua bocca sarebbe uscita la parola, come era solita uscire… parola di coraggio e di saggezza; saggezza per lui non significava solamente comportarsi con dignità ed equilibrio, ma anche, a volte, prendere le decisioni più inusuali e più strane, se la situazione e l’obiettivo lo richiedevano. Vennero… a decine, a centinaia, in molti, come se fossero stati migliaia, come se la loro capacità di prendere decisioni fosse stata sospesa; l’avevano sospesa o si era sospesa da sola, perché sapevano che quello non era il loro compito né il loro ruolo, ma il suo ruolo, che nessun altro poteva svolgere con la stessa fermezza, determinazione e assoluta indefettibilità. L’aggressione aveva già avuto luogo, in pubblico, come se chi l’avesse commessa fosse pazzo, perché tutti sapevano che la sua reazione sarebbe stata duramente punitiva, e che ogni offesa e ogni insulto sarebbe stato restituito aumentato di dieci volte.
Come avvenne? Cosa avvenne?
In che modo il maschio dentro di lui cominciò a ritirarsi e la paura ad aumentare? Il suo silenzio, o la sua esitazione, si prolungava, persisteva fino a che i sussurri si moltiplicarono, e una pesante nuvola di dubbio nascose il volto del sole, i volti della gente e il suo stesso volto. Anziché il suo famoso urlo: “Colpisci ragazzo!… Colpisci ragazza!”, la sua voce uscì sottile come quando era ancora un ragazzo prima di raggiungere la pubertà e prima che la sua voce divenisse roca. Come la voce di un bambino, o di un uomo che avrebbe preferito prendere una decisione infantile; e con una voce che somigliava a quella di un effeminato disse: “Sono dell’opinione che dovremmo lasciar correre questa volta e sottometterci. Sceglieremo in seguito il tempo e il luogo del confronto”. Anche se tutti ed egli più di tutti, sapevano che questa, proprio quest’ora del mezzogiorno era l’ora più appropriata, e che mobilitarsi in quel momento avrebbe costituito la mobilitazione più forte. Rimandare non avrebbe significato solamente perdere un’opportunità o procrastinare la battaglia, ma anche e in tutta franchezza, paura, ritirata e fuga. Passò un’ora intera a parlare con loro dell’importanza del momento giusto e del luogo giusto…
Alcuni se ne andarono mentre ancora stava parlando; sebbene una cosa del genere non fosse mai accaduta, e nessuno si sarebbe immaginato potesse succedere, la questione era perfettamente chiara: non stava facendo altro che razionalizzare, dentro di sé aveva paura e tremava; quella volta non era stato per nulla un sultano, piuttosto il buffone o il giullare di un sultano. Persino i loro avversari rimasero stupiti, sentendo ciò che nessuno di loro si era mai immaginato avrebbe sentito; perché ciò che avevano osato non era altro che l’attacco di persone disperate con le spalle al muro, che non si aspettavano altro che una sconfitta disonorevole; ciononostante avevano osato attaccare, sapendo che la loro certa disfatta contro Ṣulṭān non sarebbe mai stata così disonorevole come un’altra disfatta; la gente ne avrebbe parlato giorno e notte, poiché essere sconfitti da Ṣulṭān era un onore non comune, dato che ognuno sapeva che egli era colui che nessuno avrebbe mai osato sfidare. Un capo noto per le sue opinioni e per le decisioni potenti era stato trasformato in un bastardo quando gli era stato chiesto di affrontare una questione seria che lo aveva messo di fronte alla sua stessa sconfitta; era scappato via mentre cercava di far sembrare la sua decisione una decisione saggia e prudente, e di calmare la sua fretta per apparire come un grande re mentre passa in rivista la sua guardia d’onore. Ma se avesse potuto davvero fare quello che desiderava, sarebbe scappato via come un coniglio spaventato. Come può una montagna alzarsi così tanto per poi dar vita a un topo? O il topo era sempre stato lì? E la montagna non era altro che una bugia. Passò giorni, mesi, e alcuni anni ad analizzare ed esplorare i segreti della sua anima, e a blandire astutamente il suo intimo per capire perché aveva fatto quel che aveva fatto, perché era andato nel panico, aveva tremato, era scappato? Nella maggior parte dei casi aveva tacitato il desiderio di chiedere, perché temeva l’amara verità… non era mai stato così potente come lo avevano creato né quel coraggioso che faceva tremare chi guardava negli occhi… era il suo aspetto esteriore che lo faceva sembrare così, ma il suo intimo era sempre stato vuoto e cavo per tutto il tempo; solo un bambino che ammira l’immagine di suo padre, la mascolinità di suo padre e il coraggio di suo padre e cerca di imitarli, ma, nonostante i suoi sforzi sovrumani non era mai andato oltre l’imitazione e l’emulazione; sapeva di non essere altro che una bugia, la tragedia era che vi credeva, e grazie alla sua strenua convinzione, anche gli altri gli credevano – ma quello che era accaduto in quelle ore in quella calda estate aveva fatto sì che lo scheletro del leone fondesse come se fosse stato fatto di cera o argilla, o come se la ğallabiyya avesse perso sostanza e contenuto, e da dentro ne fosse uscito solo un topo che stava di fronte agli altri per la prima volta, e poiché non era sicuro che lo temessero né che potessero fargli del male, era uscito dal suo ruolo di leone e aveva mostrato loro che non era altro che un topo, un topo spaventato.

 10

 Il problema non era una semplice equazione: la sua esitazione nel prendere la decisione, anche una decisione sbagliata mentre era – portiamo la cosa alle sue estreme conseguenze e diciamo – terrorizzato, lo aveva lasciato scosso e devastato. Anche se quella notte era passata su di lui some un compressore a vapore, la mattina ritornò a essere il solito sé, a essere precisi tornò a essere il leone; il mulinello di debole sconcerto se n’era andato; ritrovò la sua fermezza e si diede una scossa. Io. Io. Resterò come ero, è stato solo un errore di calcolo che Dio ha sistemato… Questo è quel che diceva e continuava a dire a se stesso.
Ma la gente cominciò a dire cose totalmente diverse.
Non lo dicevano a parole, dette o scritte, nemmeno come sussurri di pettegolezzo, ma lo dicevano con gli occhi; con occhi che non tremavano né ammiccavano, né distoglievano lo sguardo quando li guardava; come gli occhi di eguali e rivali; o forse come gli occhi di un giudice rivolti a qualcuno dietro il banco degli imputati prima che pronunci la sentenza. Quando se ne rendeva conto, si sentiva come denudato, sentiva che il topo in lui stava alzando la testa, e che esitava senza giungere a una decisione, o che avrebbe usato qualunque scusa per procrastinare la questione a tempo utile, un tempo utile che non giungeva mai; così quando si rese conto che nella sua posizione era imperativo prendere decisioni tutto il tempo, decise di sfidare la sua posizione e la legge stessa, e di andare alle sue radici e al suo villaggio per formare una banda di uomini e diventare un modello di maschio; da dietro lo scudo della sua banda avrebbe spaventato la gente, cosicché le sue non-decisioni sarebbero sembrate vere decisioni. L’incidente che il destino gli riservava ebbe luogo mentre stava passeggiando da solo, dopo aver ricevuto diversi visitatori che erano venuti a vederlo in occasione della festa di fine ramaḍān, poiché era sua abitudine passare i tre giorni della festa al suo villaggio, ricordando e osservando le marche del tempo sui volti delle persone, e compiacersi di osservare coloro che storcevano il naso se vedevano lui o suo padre, ora che gli dovevano completa lealtà e che si comportavano davanti a lui con umiltà e servilismo, inchinandosi come un ramo flessuoso che pende da un albero, chiedendo la sua grazia o un segno di apprezzamento e riconoscimento; nel pomeriggio, mentre passeggiava nei campi che circondavano il villaggio, luogo dei giochi della sua infanzia e dove si nascondevano i suoi ricordi, lo notò mentre era sulla trebbiatrice, seduto sulla stessa asse di legno che non era cambiata dai tempi dei Faraoni, mentre leggeva un libretto in carta giallognola con una copertina sbiadita. La strada conduceva inevitabilmente al fienile dove si trovavano il ragazzo, la trebbiatrice e il covone di fieno; continuò a esaminarlo mentre gli si avvicinava lentamente; sedeva lì, quel giovane contadino in pantaloni e un gilet consunto, trebbiando il grano in un giorno di festa mentre nessun altro lavorava e leggendo un libretto, sebbene la maggior parte dei contadini fosse analfabeta. Avanzò lentamente fino a essere a un tiro di schioppo dal ragazzo senza che questi se ne avvedesse; se il ragazzo lo aveva visto, sicuramente non aveva dato importanza alla cosa perché non era saltato giù dalla trebbiatrice né era corso a inchinarsi e a baciare la mano dello zio Ṣulṭān come facevano tutti, giovani e vecchi. La trebbiatrice continuava a lavorare e le sue ruote affilate continuavano a stridere e a gemere, e il giovane uomo rimaneva al suo posto come indifferente a quanto d’intorno. Ṣulṭān era stupito perché non aveva mai sperimentato niente del genere.
– Ragazzo!
Il suo grido, noto a tutti, esplose e il giovane posò il libro e lo guardò, lo guardò soltanto, senza fare nient’altro… poi, finalmente, con grande difficoltà, disse:
– Posso fare qualcosa per te?
– Qualcosa per me! Maleducato… come ti chiami ragazzo? Di chi sei figlio, figlio di puttana!
– Non mi insultate, signore, o io insulterò voi! Non sono il vostro servo!
Le urla e le grida fecero accorrere diversi passanti, più d’uno si avventò sul ragazzo tirandolo giù dalla trebbiatrice, spingendolo e strattonandolo, dicendogli:
– Non riconosci lo zio Ṣulṭān, asino figlio di un asino?
Era chiaro che non lo conoscesse e che non lo avesse mai visto prima, ma quando sentì il suo nome il volto del ragazzo divenne giallo e si rese conto di aver violato una legge divina e che solo Dio avrebbe potuto salvarlo. Gli uomini tornarono da Ṣulṭān scusandosi come se avessero sbagliato loro stessi, lanciando insulti contro il ragazzo e dicendogli di andare a baciare la mano di zio Ṣulṭān chiedendo perdono; ma Ṣulṭān fece segno che non ce n’era bisogno, poi ripeté la domanda:
– Di chi sei figlio ragazzo?
– Sono Aḥmad ibn Muḥammad aṭ-Ṭaḥḥān, vostra signoria.
– Aṭ-Ṭaḥḥān? Hai detto aṭ-Ṭaḥḥān?
Fu come se fossero stati rivelati tutti i segreti del mondo quando il baša Ṣulṭān cominciò a sghignazzare e tutti sghignazzavano mentre il ragazzo li osservava senza capire nulla, poiché era chiaro che non sapeva nulla della storia di suo zio Šahīn l’effeminato.
– Fammi vedere cosa stai leggendo, figlio di aṭ-Ṭaḥḥān.
Subito, gli uomini strapparono il libretto dalle mani del ragazzo e lo diedero a Ṣulṭān scusandosi candidamente per il fatto che fosse vecchio e consunto; disgustato, sfogliò alcune pagine fino alla copertina disintegrata fatta con carta di macellaio e lesse: “Il mawwāl di Adham aš-Šarqāwī”. Ṣulṭān ricominciò a sghignazzare, fin quasi a cadere per terra, e tra una risata e l’altra disse: “Dunque tuo zio è Šahīn aṭ-Ṭaḥḥān e tu leggi Adham aš-Šarqāwī!” La folla si disperse ma in Ṣulṭān rimase una sorta di rabbia insoddisfatta, così fece chiamare il ragazzo per la riunione che avrebbe avuto luogo al circolo dopo il tramonto; quando arrivò, vestito con una ğallabiyya scura dello stesso colore della sua pelle, Ṣulṭān cominciò a prendere in giro lui e suo zio; arrivò sino al punto di chiedergli: “Tuo zio faceva con te quello che faceva con gli altri ragazzi?… ti ha portato nei campi di grano?” A quel punto il ragazzo pesto violentemente i piedi e lasciò in fretta la riunione, come un cane che ha strappato il guinzaglio, seguito dalle risa. Forse per questa ragione la collera che stava per andarsene, tornò da Ṣulṭān.
Il giorno dopo era un venerdì, mentre Ṣulṭān e il suo gruppo stavano uscendo dalla moschea, intravidero Aḥmad aṭ-Ṭaḥḥān venire dai campi con le gambe coperte di fango e un fascio di alfa alfa sotto il braccio.
– E così sei anche un ragazzo che non prega, di certo tuo zio deve averti preso per farti fare un giro!
Gli occhi del ragazzo si riempirono di lacrime mentre diceva:
– Non dovreste dire queste cose, signore!
– Non dovrei cosa? Non hai ancora visto niente! Per Dio, non la smetteremo finché tu non affronti tuo zio!
E accadde qualcosa che nessuno si aspettava…
Improvvisamente il ragazzo gettò la fascina di alfa alfa e lo assalì, mettendo una gamba dietro quelle di Ṣulṭān e spingendolo a terra come il tronco di un albero, poi si gettò su di lui tenendo il falcetto nella mano destra e i suoi occhi brillavano della determinazione di chi vuole sgozzare qualcuno. Più d’uno fece per avventarsi sui due corpi stesi a terra ma il ragazzo ruggì:
– Per Dio, se qualcuno mi si avvicina, taglio la gola di questo…
Tutti si immobilizzarono al proprio posto… poi il ragazzo guardò Ṣulṭān con i suoi occhi brucianti spingendo la punta del falcetto alla destra del suo collo facendo segno che sarebbe bastata una singola spinta per sgozzarlo come una pecora; disse:
– Non ti lascio andare finché non dici che sei una donna. “Sono una donna”, dillo!
Parole di protesta si sollevarono da dietro e davanti al ragazzo, poiché egli e Ṣulṭān erano ora circondati completamente, ma il ragazzo urlava come una bestia ferita:
– Se avete qualcosa da dire tenetevelo per voi, perché per Dio, per Dio se non lo dice lo sgozzo… Parla! Dì: Sono una donna!
Ṣulṭān non aveva mai visto una tale determinazione a commettere un crimine come sul volto di questo ragazzo, e non aveva mai provato un tale insopportabile terrore come quello che sentiva quando la punta del falcetto iniziò a tagliare e il sangue cominciò a uscire. Era molto difficile per lui dirlo, ma stava guardando la morte in faccia e, dopotutto, la vita è la cosa più cara a chi vive; cercò di mostrare la sua mascolinità e di urlare o gridare, o anche di rimanere calmo, nel caso il falcetto gli avesse tagliato la gola, ma la sua volontà, distrutta dalla prima e dalle successive esitazioni, si rifiutò di resistere o persino di considerare di resistere. La cosa che più lo stupì fu che lo disse non per salvarsi la vita o sottomettersi alla situazione ma come se avesse tirato un sospiro di sollievo: “Sono una donna”.
Coloro che stavano attorno mormorarono come se fosse caduto il cielo o il leone si fosse trasformato in una leonessa davanti ai loro occhi; mormorii e sussurri che vennero interrotti quando Aḥmad aṭ-Ṭaḥḥān disse col potere del vincitore:
– Sputo su di te…
E gli sputò in faccia, poi con un balzo uscì dal cerchio tenendo alto il falcetto e scomparve, lasciando tutti spaventati… quando si ripresero, non vi era più traccia di lui, né a casa, né a casa dello zio, né nei campi; non era più né in cielo né in terra.

 11

 È vero che il falcetto non decapitò Ṣulṭān ma separò completamente il suo orgoglio dal suo corpo; lasciò il villaggio e non vi tornò più… anche il corteo formatosi per augurargli buon viaggio era molto piccolo, i suoi componenti dicevano cose senza pronunciare parola o sussurro; parlavano con le mani, con gli occhi che non brillavano né tremavano quando incontravano i suoi, perché lo guardavano come se guardassero un eguale; e le loro parole di commiato erano deboli e pronunciate solamente come forma di consolazione. La morte sarebbe preferibile per coloro che, come lui, hanno il potere e il comando. Quando devono scegliere tra la morte e perdere l’onore, devono scegliere la morte, e null’altro dovrebbero scegliere. Non importa da che punto di vista guardasse la cosa, sembrava un leone che avesse tagliato la sua criniera e fosse diventato una leonessa, così da non aver bisogno né di orgoglio né di dignità… il mastro degli uomini l’aveva detto, e dichiarato: era una donna; anche se questa dichiarazione era stata fatta per salvarsi la vita, rimaneva il fatto che era stata fatta. Altri muoiono in situazioni simili, altri non pretendono di essere capi, o persone di potere; le persone normali ucciderebbero o sarebbero uccise per motivi molto meno importanti di questo: uccidere o essere uccisi ancor prima di pronunciarlo. Una parola rianima un uomo, una parola lo uccide; così anche con la sua volontà, una parola lo indurisce, un’altra lo ammorbidisce; e la volontà di un uomo non può ammorbidirsi una volta e poi tornare com’era. Una volta ammorbidita continua a diventare sempre più morbida fino a che diventa impaziente e dice:
– Certo non sono l’uomo di una volta… certamente c’era un Ṭaḥḥān dentro di me e questo ragazzo lo ha messo in evidenza con quello che ha fatto; ma, poi, cosa c’è di sbagliato per un essere umano nell’essere un Ṭaḥḥān?
Sentiva che anche il suo corpo aveva cominciato a cambiare; si premurò di non svestirsi davanti ai suoi figli, perché aveva notato che il peli delle gambe e del petto erano diventati più sottili, erano scomparsi del tutto in alcune parti e quando un giovane uomo lo fissava, sentiva che c’era qualcosa di vergognoso in lui. Provava perciò vergogna, non la vergogna che provava quando era il sultano, ma la vergogna di qualcuno che ha davvero vergogna di sé, che ha realmente paura dello sguardo degli altri, e che è desideroso di nascondere ogni parte della sua carne e dei suoi muscoli, perché è come se questi esponessero la sua vergogna o dichiarassero che non è più lo stesso uomo che era.

 12

 Šayḫ Abū l-Ma‘āṭī aveva appena terminato l’aḏān, e il mondo sembrava più scuro di quanto non lo fosse stato prima dell’aḏān dell’alba, di un’oscurità che favoriva i pensieri nascosti e sopprimeva gli impulsi; non era la prima volta che sedeva con il “Toro” o che lo tratteneva fino a poco prima dell’alba o anche dopo, tanto che il ragazzo cominciò a chiedersi cosa volesse da lui lo zio Ṣulṭān e a pensare che gli avrebbe chiesto quello che gli uomini chiedono alle donne, e si chiedeva cosa avrebbe fatto. Non era consapevole della disintegrazione interiore esperita da Ṣulṭān che non gli avrebbe mai fatto considerare una tale azione; comunque ora gli era chiaro che Ṣulṭān era alla fine e questi frequenti incontri notturni avevano svolto la loro parte e ora erano associati a qualcosa di specifico nella mente di Ṣulṭān… la parola di un uomo… la parola di un uomo… un uomo a un uomo… un uomo a un uomo… la parola di un uomo è il suo legame… questo lo sanno tutti, ma solo lui comincia a sapere che un uomo può essere separato dalla sua mascolinità da una parola, e che il legame, con il quale aveva unito se stesso e la sua mascolinità mentre cresceva, sarebbe stato sciolto… Ma perché non si avvicina al ragazzo, il “Toro”? È buio, nessuno può vedere l’altro, egli stesso non riesce a vedersi mentre avanza e avanza; il ragazzo si è rassegnato a compiacerlo, del resto che altro può fare? Resta tuttavia stordito da quel che accadde e come sta accadendo, perché gli è stato chiesto di fare l’opposto di quello che si era rassegnato ad accettare… felice di essere salvo, anche se è stato intrappolato in un altro modo; non è importante, importante è che abbia raggiunto uno stadio nel quale questo è lo stesso dell’altro. Tutto finì. La sua camicia appiccicosa di sudore era intrisa dell’odore dell’onore perduto, della dignità rivoltata e di una degradazione di cui si compiaceva e assaporava – odori che possono solo provocare la nausea insieme, ma che non lo resero mai nauseabondo.

 ***

 L’oscurità della notte nasconde tutti i segreti, ma quando le notti aumentano, la loro oscurità diminuisce e aumenta la loro trasparenza, e ciò che era nascosto nell’oscurità viene rivelato; cominciarono i pettegolezzi; all’inizio sussurrati, e quando ripetuti con insistenza, coloro che li rifiutavano furiosamente, come se fossero bestemmie contro un santo, si abituarono a sentirli; poi la sua fama divenne come quella di Šahīn aṭ-Ṭaḥḥān, che era morto. Si diceva che suo nipote Aḥmad lo avesse buttato nel canale e affogato. Solo la sua voce, alta, chiara e spaventosa, che era diventata più dolce, della stessa dolcezza che aveva colpito la sua pelle e i suoi muscoli, continuò a urlare come prima: “Ragazzo!”. E i suoi rispondevano al grido del capo, ma alle sue spalle gli facevano le linguacce e reprimevano una risata che premeva per uscire, per porre fine a quella farsa. Ma… sempre… questa cortesia ipocrita che la gente usa come ornamento era sempre tra loro e il loro desiderio di gridare, ridere o dire la verità. Questa stessa cortesia ipocrita gli faceva assaporare la loro obbedienza, non curandosi più di cosa avrebbero potuto dire, o nascondere, o sopprimere, o rivelare, perché dopo che il velo della mascolinità era stato rimosso, egli stesso aveva rimosso il velo della vergogna.
Nel dormiveglia, quasi narcotizzato o ubriaco, osservava pensoso la sua pelle, quasi con orgoglio; quando è tardi la notte e siede sulla veranda o nell’albergo, davanti a lui ci sono Fatḥī il “Toro”, Ibrāhīm l’“Asino”, Sa‘īd il “Mulo” o Ṣabrī il “Cane”. Ma lui continua a essere il sultano, continua a essere lui il leone.

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