Bisturi: istruzioni per la lettura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Generalmente preferisco non spiegare troppo quando parlo di un libro, ma solamente fornire qualche spunto a chi desidera leggere il libro che segnalo e per lo stesso motivo non propongo vere e proprie recensioni “classiche”, che cioè raccontano di cosa parla il libro. In questo caso, però, riprendo un romanzo di cui ho già parlato per fornire qualche strumento in più utile alla lettura.

Ho proposto questo libro in due situazioni diverse: la prima il gruppo di lettura che conduco da alcuni anni specifico sulla letteratura araba e la seconda il corso di letteratura araba che ho tenuto quest’anno all’Università di Torino. Situazioni molto diverse fra loro, ovviamente e nelle quali io stessa agisco diversamente. Il gruppo di lettura, per sua natura, è composto da persone di provenienza e interessi diversi, che amano leggere. Diciamo che quelle che frequentano Jalìs – questo il nome del gruppo – vengono o perché hanno già letto moltissimo e si vogliono accostare alla letteratura araba, o perché  vogliono conoscere attraverso la letteratura la cultura araba, considerata sempre un po’ “strana”.

Quello che sempre mi colpisce- e questo vale per entrambi i gruppi – è la resistenza delle lettrici nell’affrontare un testo che si discosti anche minimamente da una costruzione lineare. Se la trama non è tizio-fa-questo-poi-succede-quest’altro il romanzo è “difficile”, “non si capisce niente” e via così. Questo atteggiamento penalizza sicuramente le autrici e gli autori del Maghreb, che hanno un modo di scrivere – a mio parere – piuttosto diverso da egiziani o siriani, a esempio.

Ma veniamo a noi e alla (mia, ovviamente) lettura di Bisturi.

A maggio scorso a un convegno a Parigi sul romanzo poliziesco, un relatore – che sicuramente non aveva letto Bisturi – ha presentato il testo come romanzo poliziesco. La sera Rihai era invitato a un dibattito e ha contestato questa categorizzazione, affermando che il romanzo poliziesco (الرواية البوليسية) non esiste come genere nella letteratura araba e che non c’è nulla di male in questo, così come nella letteratura araba non esistono generi presenti in quella occidentale. Non è un romanzo poliziesco, questo è poco ma sicuro. Il volerlo incasellare in questo genere – oltre che essere uno dei soliti modi in cui ai convegni qualunque sia il titolo ognuno parla di quello che gli passa per la testa – è una modalità che trovo piuttosto coloniale (nel senso di coloniality) di trattare la letteratura araba.

Personalmente leggendo non ho mai pensato fosse un romanzo poliziesco, piuttosto un romanzo politico. Comunque, un elemento che mi pare lo percorra è quello della ragione e della storia rappresentato dalla statua di Ibn Khaldun. Ibn Khaldun rappresenta la ragione, che ormai se n’è andata (i riferimenti sono ovviamente alla Tunisia) e non a caso è Ibn Khaldun, il primo antropologo della storia; analizzando la società in cui si trova (la statua) afferma “i pidocchi delle statue sono tenaci e letali, mi rosicchieranno fino a farmi cadere” (p. 83) e quindi decide di volersene andare. I suoi ripetuti tentativi di fuga non hanno successo, perché viene sempre riportato sul suo piedistallo. Ossia: il potere non molla facilmente i personaggi che usa per inventare la sua tradizione. In particolare, durante una di queste fughe, la statua di Ibn Khaldun perde il suo turbante, che non si riesce a recuperare. Il giorno dopo, su un quotidiano di regime, la faccenda viene riportata con un’evidente manipolazione della storia (p. 84) che ne indica appunto l’uso da parte dei regimi autoritari.

E quindi la morte della ragione genera mostri (cit.). Per questo il romanzo è pieno di esseri fantastici, monopodi, il cerebrofago – che ovviamente non a caso ti mangia il cervello – e via dicendo. Qui Rihai fa riferimento alla letteratura araba medievale, in particolare alla letteratura delle agià’ib e, spostando gli avvenimenti in un luogo fantastico, può commentare più liberamente il presente; nel testo troviamo vere e proprie citazioni di autori arabi medievali – come, a esempio, Al-Qazwini – e alle khurafa.

C’è poi un personaggio, Sciuèrreb, che racconta storie mitologiche. Si tratta di un riferimento ad علي شورّب, famoso bandito del secolo scorso che imperversava a Tunisi. Era un po’ una primula rossa e la sua figura è avvolta nel mito dei banditi صعلوك, come i poeti della giahiliyya, banditi ma d’onore, diciamo così. In realtà era un ladro anche abbastanza violento e addirittura Habib Bourguiba in un discorso lo definì solo “un mito popolare”. Fatto sta che da due anni il canale 9 della televisione tunisina manda in onda durante il mese di ramadan una musalsala sulla sua storia, che ha creato anche un acceso dibattito proprio perché mitizzia (non a caso quindi nel testo racconta storie fantastiche, khurafa) e offre come modello una persona che in realtà era un criminale.

Nel romanzo ci sono molti riferimenti anche a elementi della cultura occidentale. Come per esempio al surrealismo (Arcimboldo e Dalì). Il potere è talmente assurdo, più surreale del surrealismo, che tanto vale rivolgersi alla magia per risolvere il problema posto dal romanzo…

Chiudo con un commento al sottotitolo: Vita e passione di Khadigia.  Come si comprende verso la fine del romanzo, Khadigia è un modo di chiamare “per fare un complimento” (p. 103) il sedere in Tunisia. Ibn Khaldun ha scritto La Muqaddima (prefazione, letteralmente “che sta davanti”) e a quel tempo la civiltà araba era un’avanguardia. Khadigia sta dietro, è mu’akhkhira e oggi la civiltà araba è alla retroguardia.

Non ho detto tutto: ho a esempio tralasciato la parte di commento ai quadri sulla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, lo so. Però solo quella parte meriterebbe un post a sé stante… e poi non mi sembra bello dire proprio tutto e non lasciare spazio a chi legge. In ogni caso spero di avervi invogliato un po’ di più alla lettura. Nei gruppi di cui parlavo all’inizio dare questi spunti ha aiutato a godere meglio del piacere della lettura.

 

 

 

 

 

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