Per una teoria (e una prassi) della traduzione dall’arabo (4)

Un aspetto ancora da sottolineare è quello del rapporto tra traduzione e genere nel quale il linguaggio viene analizzato come strumento di oppressione. Il femminismo ha applicato alcune strategie alla traduzione che, ovviamente, non sono strategie femministe di per sé: supplemento di traduzione, note, prefazione. Femminista è il modo in cui vengono utilizzate. In particolare, le strategie centrate sulla traduttrice e il traduttore comprendono i commentari – la traduttrice/traduttore femminista descrive le sue motivazioni e il modo in cui incidono sulla traduzione del testo tradotto per evitare di riprodurre una struttura di potere testuale che genderizza il traduttore come il confessore maschio del testo, l’utilizzo di testi paralleli, la collaborazione.

“Translation in the feminine is a political act and an act of women’s solidarity”.[11]

Il femminismo ha evidenziato come mancare di sottoscrivere consapevolmente un’ideologia particolare nella traduzione implica l’adesione inconscia all’ideologia patriarcale dominante, cioè a dire, quella che hanno tutte le società e che domina sia in senso numerico sia perché sostiene gli interessi delle classi dominanti (Althusser). La situazione è resa ancor peggiore dal fatto che l’ideologia è più efficace quando non si manifesta apertamente come tale.

Il femminismo, inoltre, ha evidenziato come molti dei discorsi teoretici sulla traduzione utilizzino metafore che sono basate su concezioni misogine dei ruoli di genere, legittimizzandoli. A esempio, il ben noto Le belle infedeli, espressione coniata da Gilles Ménage all’inizio del XVII secolo in Francia per descrivere il fatto che le traduzioni, proprio come le donne, saranno infedeli se sono belle.[12]

Il concetto di fedeltà e la preoccupazione sull’origine/originalità del testo sorgente è presente in molte altre metafore sulla traduzione che si riflettono nel linguaggio quotidiano: la paternità del testo, il penetrare a fondo nel testo, la traduzione fedele, il tradimento del linguaggio dell’autore, e così via. Oltre alla nozione di proprietà (le donne appartengono agli uomini proprio come i testi agli autori) le metafore sono anche state create per sostenere l’idea che, nel matrimonio come nella traduzione, la legittimità può essere garantita solamente da una promessa di fedeltà e senza tale voto i traduttori hanno la paternità di bastardi testuali. Altre metafore fanno ricorso alla violenza per spiegare la traduzione: Violare il testo originale, le traduzioni sono femminili perché come le donne sono necessariamente difettose (Florio).[13] Donne e traduzioni sono pertanto concepite come elementi periferici in relazione un elemento centrale: la scrittura e il maschio. Lo scopo di tali metafore sembra essere quello di rendere più semplice il giustificare la relazione di potere tra testo sorgente e testo tradotto; ciò che viene presentato come un problema estetico è in realtà una questione di potere.

Questa identificazione donna-traduzione ha un paio di conseguenze interessanti, a mio parere: la prima, che la gran parte delle traduttrici dall’arabo sono, appunto, traduttrici (tranne quando si deve tradurre qualcosa di importante), la seconda che, di conseguenza, la traduzione e l’occuparsi di essa non viene considerata come lavoro scientifico.

Ancora, come per la corrente postcoloniale, la teoria femminista della traduzione sottolinea l’importanza della riflessione sul testo sorgente sia consapevolmente che in modo critico, sugli elementi che sono presenti nel testo da tradurre prima di ri-scriverlo. Poiché la relazione tra testo sorgente e testo tradotto può essere affettata da un numero di aspetti differenti, rifiutando il paradigma tradizionale basato sull’assoluta replica tra i testi.

 

 

[11] Suzanne de Lotbinière-Harwood, Re-Belle et infidèle. La traduction comme pratique de réécriture au féminin-The Body bilingual. Translation as a rewriting in the feminine, Women’s Press, Toronto 1991, p. 65.

[12] Myriam Salama-Carr, “French Tradition” in Mona Baker, ed., Routledge Encyclopaedia of Translation Studies, Routledge, London 1998, pp. 409-417.

[13] Sherry Simon, Gender in Translation, Routledge, London and New York 1996, p. 1.

 

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