La marca della vergogna

4

Yamina

 

Guardai l’orologio e chiesi:
– Tutto bene?
Sorrise e si discolpò:
– Sono in ritardo lo so, ma ho saputo da fonti riservate che un gruppo di ragazze da qualche ora è stato liberato dalle mani dei terroristi, alcune sono nell’ospedale dell’Università, in un reparto speciale, voglio che tu parli con loro subito, e voglio il pezzo pronto per il pomeriggio.
Mi mise in mano una “lettera d’incarico”, si diresse a passo lento verso la sua auto e se ne andò.
In quel momento non sapevo che avrei dato una nuova piega alla mia vita, che in qualche modo avrei litigato con te e che avrei scritto i miei racconti brevi in un modo che non concorda con le tue regole.
In verità non ero consapevole davvero di quel che provavo nei tuoi confronti; sui miei sentimenti si stava scatenando un temporale proprio mentre sostavo davanti alla stanza di “Yamīna”, e il suo corpo che si lamentava mi turbava; non pensavo di trovare nessun’altra di loro in quel luogo , invece accanto a lei c’era un’altra ragazza, che si mise a osservarmi con due occhi algidi; posai le mie carte accanto a lei, e tesi la mano per salutarla, ma non si mosse. Mi chiese freddamente:
– Chi sei tu?
Mi guardava di sottecchi in modo strano, sofferente e timoroso, con lei dovevo comportarmi in modo da non acuirne oltre la sofferenza, le risposi in fretta iniziando la conversazione senza aspettare risposta:
– Khalida… come va? (indicai Yamīna)
Mi rispose gelida:
– Morirà.
– Perché dici così?
– Perché lo so.
– Il medico mi ha detto che guarirà.
– Seeh! Che ne sa il medico?
– Conosce bene il suo stato.
– E sa anche che non vuole più vivere?
– E questa è una ragione sufficiente per morire?
– Se almeno l’esercito fosse giunto prima che partorisse, forse si sarebbe salvata.
– Ha partorito?
– Sì!
– E dov’è il bambino?
Sorrise, in un modo che mi fece dubitare delle sue capacità mentali, poi disse:
– È stato ucciso.
– Chi lo ha ucciso?
Il suo sorriso scomparve e i suoi lineamenti vennero deformati dalla paura, guardò a destra e a sinistra poi disse:
– Quelli.
– Quelli chi?
– Le bestie della foresta.
Poi mi fece segno di tacere e continuò a raccontare:
– Sai cosa ci fanno? Tutte le sere vengono e ci costrigono alla pratica della “vergogna”, e quando partoriamo uccidono il neonato, noi urliamo, piangiamo e soffriamo ed essi praticano con noi la “vergogna”, chiediamo aiuto, li supplichiamo, baciamo loro i piedi perché non lo facciano, ma se ne infischiano.
Sollevò le maniche della sua veste e mii mostrò i polsi deformi:
– Guarda… mi hanno legata con un cavo e mi hanno fatto quel che mi hanno fatto, nessuno di loro ha misericordia nel cuore, persino Dio ha rinunciato a me sebbene lo abbia invocato. Dov’eri Signore, dov’eri?
La sua voce si fece a poco a poco più acuta, poi divenne un urlo; cominciò a scarmigliare ii capelli e a lacerarsi le vesti, mentre le urla crescevano d’intensità.
Yamīna si svegliò impaurita, gli infermieri si affrettarono verso di lei, aiutandosi a vicenda per tenerla, uno di loro la trattenne per le braccia e dopo alcuni istanti, quando si fu calmata, la riportarono nella sua stanza.
Rimasi sbigottita, incapace di muovermi, entrarono due infermiere che mi chiesero di uscire, non uscii, restai lì ferma vicino alla porta, spostarono le lenzuola: un’estesa macchia di sangue le copre le gambe, sollevarono le bende di cotone intrise di sangue e cerata. La vista era spaventosa, mi si riempirono gli occhi di lacrime e mi allontanai; dopo un po’ le infermiere uscirono, ne fermai una e le chiesi:
– Cos’ha?
Rispose allontanandosi:
– Si sta dissanguando.
Entrai un’altra volta nella stanza, guardò verso di me con occhi spenti e disse con voce stanca:
– Sei una medico?
Guardai verso la sacca di sangue appesa vicino al letto, collegata al braccio e provai a rispondere, ma la mia lingua era secca, incollata al palato dalla forza dell’emozione, e le feci cenno col capo di no.
Mi guardai intorno nell’ampia stanza con tre letti e vidi una bottiglia con un po’ d’acqua, la svuotai d’un fiato, poi tornai vicino a Yamīna, mi stava squadrando; il colore del suo viso giallastro mi faceva male, le chiesi:
– Cosa senti?
Rispose con voce stanca.
– Non sento nulla.
Sorrisi, non so come, e le dissi:
– Grazie a Dio non soffri.
Disse:
– Ho sofferto a sufficienza, ora è tempo che mi riposi, sei un medico?
– Ti ho detto di no, sono una giornalista.
– Scrivi articoli?
– Sì!
– Spesso ho sognato di fare la giornalista.
– E cosa è successo?
– Ho interrotto gli studi quando ho compiuto quattordici anni, mio padre non voleva che entrassi alle superiori di Arìs con il convitto interno.
– Sei di Arìs?
– Sono di Tābandūt.
Le sorrisi, e mi avvicinai di più, parlandole in šawīyya.
– Anch’io sono di Arìs.
Quando glielo dissi scoppiò a piangere, allora le chiesi:
– Cos’hai, perché piangi?
– Volevo vedere qualcuno della mia gente prima di morire, e Dio ha accolto la mia richiesta, sei arrivata tu.
Piansi tutte le mie lacrime mentre vedevo quell’ultima gioia nei suoi occhi, mi avvicinai di più e le sussurrai:
– Non ti lascerò mai, resterò accanto a te, qualunque cosa di cui tu abbia bisogno, chiedimela.
Si mise a piangere di più, e io sentii che il suo respiro intermittente cantava l’inno della morte, volevo far prendere ai suoi pensieri un’altra direzione, così le chiesi:
– Come si chiama la ragazza che era qui con te?
– Rāwiyya (rispose).
– Cosa le è successo?
– Lo stesso che a tutte noi.
– Eravate molte?
– Otto, una l’hanno uccisa, l’hanno sgozzata davanti a noi non appena siamo arrivate, perché si era rifiutata di sottomettersi all’emiro. L’uccisa, era una sua parente.
– Com’era la vostra vita in montagna?

– Cucinavamo per loro, lavavamo i loro abiti e di notte…

Le parole le si soffocarono in gola un’altra volta, e riprese a piangere, temetti sarebbe morta per la forza dei singhiozzi, sperai che si calmasse e cercai di trovare qualcosa per distrarla:

– Adesso è tutto finito.

Fece segno di no con la testa, e il suo pianto aumentò stridente e sofferente. Lessi sul suo volto la difficoltà del mio incarico:

– Non dire niente, ti lascerò riposare e tornerò da te domani.

Smise di piangere, si asciugò con le mani poi disse:

– Se non fossi stata della mia gente non ti avrei raccontato niente.

Sentii la sua contentezza per la mia presenza, strinsi più forte la sua mano e le mie dita le dissero ciò che non riuscivo a tradurre in parole.

Sorrise, sentii che si rilassava e le chiesi:

– Vuoi che ti porti qualcosa?

– Vorrei una radio.

– Bene, cos’altro?

– Niente, solo una radio.

Stavo per uscire quando mi chiese:

– Se i miei sapessero che sono qui qualcuno verrebbe a trovarmi?

Le risposi senza esitare:

– Certo.

Uscii. Quella fu la prima bugia che le dissi.

 
 
 

 
(فضيلة الفاروق تاء الخجل رياض الرئيس للكتب والنشر بيروت 2003 ص 43-47)
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