La conchiglia

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Mustafa Khalifa, La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane, trad. di Federica Pistorno, Castelvecchi, Roma 2014.

Ho ordinato questo libro in libreria e, quando sono andata a prenderlo, mi sono seccata parecchio, perché mi è stato consegnato un volume a forma di parallelogrammo con una pendenza di circa 30 gradi ai lati, per cui le frasi stampate vanno dall’alto verso il basso.  Evidentemente è stato tagliato male ma nessuno si è preoccupato di eliminarlo e la libraia non ha voluto sostituirmelo. E, come ho avuto già modo di dire altre volte, visto che spendo dei soldi per acquistare libri, mi aspetto come lettrice di essere rispettata.

Ciò detto ho cominciato il libro ieri pomeriggio e sono stata sveglia tutta la notte per finirlo. A tratti, nonostante ne fossi avvinta, ho pensato di smettere e di lasciarlo lì perché è veramente pesante e mi conferma anche come, o almeno questo è l’effetto che hanno su di me, le descrizioni siano molto più potenti delle immagini.

Questo libro è da leggere. Da leggere per molti motivi. Intanto lo farei leggere a coloro che sostengono il regime siriano, dalla prima all’ultima parola, a voce alta. Lo farei leggere alla prof. di storia di mio figlio, che dall’inizio dell’anno non fa altro che parlare di Siria sostenendo che i “ribelli” sono ‘cattivi’ mentre Asad è ‘buono’ perché difende i cristiani.

A tutti coloro che tacciono e si disinteressano o che mi danno dell’islamista quando sostengo che in Siria non c’era libertà. E mi dicono che sono militante, con quel leggero sguardo ironico, come se fosse un’offesa. Al giornalista che dice che la Siria è il paese del male. A voce alta.

Qualcuno, parlando di questo libro, ha citato Hanna Arendt e la banalità del male. Io cito Engels (citato anche da Arendt peraltro) che dice che la violenza si nutre di strumenti. E per combatterla penso che ci si debba dotare di altri strumenti, come per esempio la conoscenza, senza accontentarci di quello che passano i canali mainstream (e anche malestream).

Mi spiace che Khalifa sia venuto in Italia e abbia presentato il libro a Roma senza poi essere invitato dappertutto, soprattutto qui al nord, dove non arriva mai niente e nessuno (anche su questa gestione centralizzata della cultura bisognerebbe aprire un dibattito). Mi spiace anche perché questo libro potrebbe essere messo in parallelo con un altro, che ho letto parecchi anni fa e che parlava del Marocco, Tazmamart.

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