Del fumetto arabo

Un po’ di tempo fa ho pubblicato alcuni post relativi a pubblicazioni sul fumetto arabo e sui fumetti. Dato che non ero soddisfatta di quello che leggevo, mi son detta che sarebbe valsa la pena scrivere qualcosa su un autore algerino e così ho fatto. L’articolo che segue è uscito qualche tempo fa su Mondi Migranti 2/2012  Mi va di condividerlo. Buona lettura.

Kérak yal kharray? Slim e la migrazione della lingua nel fumetto algerino

Tra i numerosi intellettuali che lasciarono l’Algeria per sfuggire ai terroristi nel periodo del ‘decennio nero’ (1990-2000), molti furono gli artisti e, tra questi, i disegnatori di fumetto e satira. Nell’opera di questi migranti il fumetto diventa lo strumento per fare satira politica in terra straniera e, al contempo, mantenere la memoria della patria, attraverso l’uso di una lingua anch’essa migrante nonché di riferimenti grafici e concettuali al paese d’origine che solo gli appartenenti al gruppo possono pienamente comprendere. Tra i più noti e importanti autori algerini espatriati Menouar Merabtène, in arte Slim,[1] autore di Bouzid, un fumetto noto ormai in tutto il mondo. Il disegnatore si distingue sia per la qualità delle sue opere, sia per aver inteso la migrazione come temporanea, essendo infatti rientrato ad Algeri dove attualmente risiede e lavora.[2] Dopo aver presentato le tematiche principali del fumetto algerino e l’opera dell’autore, analizzerò in particolare Walou à l’horizon (Niente all’orizzonte), l’album pubblicato da Slim nel 2003 dopo il suo ritorno in Algeria che coincide, simbolicamente, anche con quello del suo personaggio. Così facendo, sarà possibile delineare non solo una modalità di interpretazione della realtà socio-politica algerina, ma anche dell’esperienza del migrante prima in terra straniera e poi al rientro in patria. L’analisi presterà particolare attenzione all’elaborazione di un nuovo linguaggio espresso in una lingua mista, dal momento che l’opera di Slim, seppur in francese, è rivolta a un pubblico arabofono.

Sul numero di giugno 2011 della rivista algerina Bendir, dedicata al fumetto, Hic, autore di strip brevi e incisive, presenta una striscia intitolata “Le politiquement correct”, nella quale un vignettista – egli stesso – si rivolge al lettore commentando la linea politica della rivista. È un bene, afferma, che non ci sia spazio per la politica in una rivista come Bendir, dando così ai disegnatori la possibilità di esplorare altri temi. Per quattro vignette il personaggio-autore fuma in silenzio alla ricerca di temi su cui scrivere per poi concludere: “Bene, credo sia il caso di rivedere la linea editoriale” (Bendir 2001: 47). La striscia di Hic ben sottolinea una delle caratteristiche principali del fumetto algerino che quest’espressione artistica condivide in generale con la letteratura del mondo arabo: la quasi impossibilità di occuparsi di temi che non siano legati alla politica, sfruttando al meglio un potenziale comunicativo che, molto più per il fumetto che per la prosa, “provoca una reazione che impiega un tempo relativamente breve per essere elaborata” (Almada 2010: X, traduzione di chi scrive). In effetti, sin dagli esordi, la storia della bande dessinée in Algeria (Labter 2008) è strettamente intrecciata al discorso politico. Sebbene presente già a partire dagli anni ‘50 con Ismail Ait Djaffar (Toutenbd 2004: 1), il fumetto in Algeria si sviluppa soprattutto a partire dagli anni successivi all’indipendenza dalla Francia, contribuendo alla costruzione di uno specifico immaginario nazionale (Howell 2010: 20). Il 19 marzo 1967 esce sul settimanale Algérie Actualité la prima striscia a puntate di “Nàr, une sirène a Sidi Ferrouch” (Labter 2011: 49), nella quale un personaggio abbigliato in modo simile a Superman ma con una nūn sul petto (lettera iniziale del suo nome, Nār), svolge il ruolo di “poliziotto volante”.[3] Il primo album di produzione interamente locale esce in libreria nel 1969 e porta il titolo, M’quidech,[4] legato alla tradizione popolare locale (Ruhe 2009: 328). Ciò che spinge il fondatore della rivista, Mohamed Aram, è il desiderio di fornire un’alternativa alle pubblicazioni occidentali che circolano nel paese, proponendo ai lettori eroi nazionali abbigliati in modo tradizionale – di cui la storia dell’Algeria è ricca – che offrano al lettore l’opportunità di sorridere a partire da situazioni locali, in linea con la politica culturale del periodo. Da questo momento in poi, l’ampio sviluppo del fumetto farà sì che l’Algeria ne venga considerata la patria all’interno del mondo arabo (Ghozali 2009). Slim pubblica in francese, ma rivolgendosi soprattutto a un pubblico arabofono, provvisto dei riferimenti culturali indispensabili per comprendere l’umorismo delle sue strisce. L’aspetto interessante di Bouzid, dunque, non sta solo nelle caratteristiche del personaggio e delle storie che lo vedono protagonista, ma soprattutto nel linguaggio utilizzato, dove il dialetto algerino costituisce un sottotesto su cui Slim costruisce giochi linguistici estremamente sofisticati ricorrendo all’intertestualità e alla cosiddetta metastriscia[5] (Malti-Douglas 1994: 191) con un taglio eminentemente postmoderno. Bouzid, che nasce nel 1968, [6] non parla il francese di Francia, bensì il francarabe (Azouz 2008), una lingua ibrida che richiede al lettore la doppia competenza in arabo algerino e francese. Il suo eloquio, inoltre, è inframmezzato da espressioni in arabo dialettale che fanno riferimento alla cultura arabo-musulmana, e in tamazight, la lingua dei berberi, che rimandano a quel mondo, mettendo in scena in tal modo la variegata realtà sociolinguistica dell’Algeria (Morsly 1988: 197). Non a caso, il migliore amico di Bouzid è Amziane di Tizi Ouzu, berberofono, di professione insegnante di fisica nucleare (Slim 2003: vignetta 20b). Anche in quest’amicizia vi è un ribaltamento del luogo comune che vorrebbe in conflitto gli arabi sostenitori della lingua araba e del nazionalismo e i berberi difensori dell’identità amazigh. Benché minuto, Bouzid è forte, scaltro e culturalmente ben riconoscibile. Veste l’abbigliamento tradizionale maschile, fatto di pantaloni larghi a righe sormontati da una ʽabā’ya,[7] indossa il kunbūš, una sorta di bandana costituita da un pezzo di stoffa arrotolata e legata dietro la fronte, porta i baffi e usa il bastone. Tutti questi elementi hanno un valore simbolico ben preciso (Lakhdar Barka 1999: 94): presi nel complesso, servono a costruire l’immagine del maschio tradizionale, considerati singolarmente, ne sottolineano alcuni tratti specifici. L’abbigliamento, infatti, connota il personaggio rispetto alla tradizione algerina, il kunbūš in quanto abitante della campagna,[8] i baffi come esempio della ruğūla, la virilità araba, e il bastone come un rappresentante di spicco della propria comunità.[9] L’aspetto interessante di Bouzid è proprio il gioco di contrasti fra gli elementi che meglio lo caratterizzano: possiede una forza eccezionale nonostante l’esilità fisica; è molto astuto a dispetto della provenienza rurale, ed è moderno benché indossi l’abbigliamento tradizionale. È in eterna lotta con il suo antagonista ‘borghese’ Sadik (Sādiq, “sincero” in arabo, rimanda non casualmente al francese sadique, “sadico”), uomo estremamente ricco e arrogante. Ha una relazione sentimentale al di fuori del matrimonio (il che è contro la tradizione) con Zina, personaggio femminile che ha dato vita alla tipologia della ‘zinette’, ragazza emancipata ma comunque rispettosa dei valori tradizionali. Di Zina non vedremo mai il volto perché coperto dal tradizionale ʽuğār,[10] né le braccia, che reggono il sempre tradizionale ḥayk.[11] Ma anche in questo caso, a un tratto tradizionale corrisponde una personalità moderna e intelligente: nelle parole di Slim Zina è “un’eterna contestataria”. Attraverso i suoi personaggi Slim critica le incongruenze della società algerina dall’indipendenza a oggi e lo fa in modo da continuare a godere fino a tempi molto recenti di uno spazio sull’organo del partito della Rivoluzione, il quotidiano el Moudjahid. Al terzetto Bouzid-Zina-Amziane si aggiunge elgatt (arabo algerino per “gatto”) m’digouti (degouté, disgustato), che svolge un ruolo simile a quello del cane Rantanplan in Lucky Luke o del verme con il cappello di Jacovitti, sostituendo in qualche modo il figlio che manca alla coppia Bouzid-Zina.[12] La comicità scaturisce dalla combinazione testo/immagine e da numerosi giochi linguistici che richiedono una doppia o tripla lettura per essere colti appieno (si vedano in dettaglio le tavole commentate, infra). I più frequenti sono:

– il fraintendimento, dovuto alla cattiva conoscenza del francese e alle conseguenti storpiature di termini. A esempio: “Amziane, quel bon vent t’amène?” “Le van? Quel van?” (Slim 1973: 6); “Trois portions de Vachekiri”, anziché “Vache qui rit” (Slim 1973: 33); “Missié” anziché “Monsieur” (ibidem: 39);[13]

– la creazione di nomi propri a partire da giochi di tipo intra e interlinguistico, cioè fra arabo e arabo e fra arabo e francese. Nel primo caso troviamo Si Zebda (Signor Zebda), ove Zebda significa “burro” in arabo, a indicare un personaggio ricco e grasso (Slim 1983: 22). Nel secondo caso abbiamo Ammi Zogine (zio Zogine), costruito su un’espressione araba composta da ʽāmm (lett. “zio”) posta davanti al nome proprio in segno di rispetto e Zogine. Si tratta di un nome inesistente che però, se letto di seguito, diventa “ammizogine”, ossia il “misogino” (fr. misogène), per l’appunto a indicare un personaggio che odia le donne;

– la traduzione letterale in francese di espressioni e modi di dire tipici della lingua araba; a esempio, “mon Bouzid à moi”, traduzione letterale dell’arabo dialettale Būzidī mtā‘ī; “O Commandeur des croyants”, traduzione dell’arabo yā amīr al-mu’minīn, espressione rivolta ai califfi e ai sultani.

– la traduzione errata di espressioni in arabo dialettale, dove il registro colloquiale dell’originale è sostituito da un registro elevato in lingua francese. Queste traduzioni in particolare vengono segnalate nel testo per mezzo di un asterisco e riportate al margine della singola vignetta in cui compaiono. A esempio: Kérak yal kharray? “Salut, ô toi le vailant” (Slim 2003: vignetta 32c). L’espressione araba significa letteralmente: “Come stai, cagone?”, mentre la traduzione dal francese suona: “Salve, oh valoroso”.

– modifica di espressioni e frasi fatte. A esempio: “ne farò cachir” (tipico insaccato di carne halal), anziché “ne farò polpette”.

Leggendo i numerosi album pubblicati da Slim, si può osservare come il tema principale sia da sempre la critica impietosa del sistema di potere, attuata tramite la presa in giro della società algerina e, più generalmente, soprattutto nei primi anni, di quella araba (a esempio, Slim 1971 e 1974). Il 1991 è l’anno in cui si svolgono in Algeria le elezioni politiche, con il successo del Fronte Islamico di Salvezza, l’annullamento del ballottaggio e la conseguente presa di potere da parte dell’Esercito. Proprio allora, all’avvio del decennio nero, Slim pubblica l’album Bouzid et le vote. Dopo quattro anni nella Repubblica Democratica Tedesca “per uno stage di formazione sulla gestione dei comuni” (Slim 1991: 1), Bouzid rientra in Algeria, di fatto ignaro di quanto stia avvenendo nel suo paese. È con enorme stupore, pertanto, che scopre che un barbu (islamista) è stato regolarmente eletto al suo posto a capo dell’A.P.C. (Assemblea Popolare Comunale). Ed è tanto più spaesato quando nessuno lo riconosce per strada o, fatto ancora più inconcepibile, sembra interessato alla politica. Bouzid decide pertanto di presentarsi alle elezioni che devono svolgersi di lì a poco, ma non viene eletto. La storia termina con il personaggio elgatt (il gatto) che, rivolgendosi direttamente al lettore, spiega che il fumetto non può proseguire, poiché il paese è sull’orlo del baratro. Dopo un paio di vignette completamente nere, il gruppo di amici protagonisti della storia si ritrova nell’ultima immagine con in mano la bandiera dell’Algeria e, sulla destra, un personaggio molto somigliante a Bouzid, tranne che per la diversa foggia dei baffi, vestito in abiti tradizionali ma con un mantello da supereroe e una M gigante sul petto.[14] Le tavole, ciascuna composta da nove vignette, riportano in calce dei Nota Bene, nei quali è scritto: “In caso di deriva pericolosa, questo fumetto rischia di essere tagliato”, oppure “Vi segnaliamo che, in caso di vittoria schiacciante degli islamisti, questo fumetto rischia di subire grosse modifiche” (Slim 1996: 51 e 52). La storia non ha una vera conclusione ma si interrompe con l’espressione “continua…” (ibidem: 53).[15] L’album è particolarmente significativo poiché, se da un lato prende posizione contro gli islamisti, al contempo muove diverse critiche al modello del partito unico. Dopo aver appreso di non essere stato eletto, a esempio, Bouzid si pone molte domande che sottolineano quali siano, secondo Slim, le motivazioni che hanno portato alla deriva islamista: “Se il popolo non mi ha eletto, è perché è stato drogato. Io non ho fatto nulla… ma forse è per questo che non mi ha eletto” (Slim 1996: 52). Il seguito dell’ultima vignetta avrà luogo per Slim altrove, ossia in Francia. Per un decennio circa, infatti, la satira avrà vita difficile in Algeria, come tutte le libere espressioni artistiche. Si può ipotizzare che Slim avesse già preso la decisione di lasciare il paese mentre disegnava questa storia, poiché nelle ultime vignette le bolle che escono dalla bocca dei personaggi sono in bianco, completamente vuote, a segnalare l’avvenuto intervento dell’autocensura. Ciononostante la storia “continua…”, anche se in terra di migrazione. Osservando la bibliografia di Slim si osserva come le pubblicazioni dal 1992 al 2009 siano edite in Francia, tanto che la letteratura critica antecedente al momento in cui scrivo considera l’esilio dell’autore come definitivo, costruendo su questo assunto un’interpretazione perlomeno parziale (Igonetti 2003; McKinney 2007 e Ruhe 2009). In un’intervista rilasciata in un incontro con il pubblico svoltosi nel maggio 1996 a Parigi in occasione di una mostra delle sue tavole, Merabtène ha dichiarato:

 All’inizio degli anni ‘90, un giovedì, durante un dibattito, quando ho visto i barbus nel parco con i loro kmis[16] mi son detto: siamo a Cinecittà. Ma non eravamo al cinema, era tutto vero. Allora ho cominciato a non ridere più e mi son detto: smetto, quelli non si possono combattere con dei disegni, ci vogliono armi (Germain-Robin 1996).

 Di fatto, pur non smettendo di disegnare, Slim inventa un nuovo modo di fare dell’umorismo, quello che non fa ridere, o meglio, fa ridere a scoppio ritardato. “Si riderà quando sarà tutto finito” (ibidem). Sempre di questo periodo è l’album dal titolo Le monde merveilleux des barbus (Slim 1995) che ben incarna il mutato atteggiamento dell’artista. Troviamo fra i protagonisti islamisti con l’aureola sul capo, ma una bomba in mano. Anche se certamente oggi, a distanza di tempo, si tratta di un’opera più godibile, si ride pur sempre di un riso amaro.[17] Nonostante l’esilio forzato e il pubblico francofono, Slim non modifica di molto il suo linguaggio e i suoi album restano a tutti gli effetti rivolti a lettori arabofoni, nello specifico algerini. Alla migrazione fisica dal contesto arabofono a quello francofono corrisponde una migrazione linguistica in senso inverso. Pur essendo scritti in francese, infatti, i testi ideati fuori dell’Algeria utilizzano l’arabo dialettale in modo ancora più marcato, quasi a voler sottolineare l’insopprimibile appartenenza dell’autore alla propria patria, anche se in terra straniera. In tal modo si crea non solo un legame linguistico e culturale con il paese d’origine, ma anche un rapporto esclusivo con gli algerini migrati in Francia, i soli in grado di comprendere pienamente i diversi livelli di comicità di testi e immagini. Certo, in questo periodo, le storie di Slim – Le monde merveilleux des barbus (1995), Aïnterdit. Les années FIS (1996) e Retour d’Ahuristan (1997)[18] – sono meno ‘locali’,[19] con tematiche pertinenti anche per i lettori europei. Nel 1999, contrariamente alle previsioni degli osservatori esterni e di diversi autori intellettuali algerini fuggiti dal paese durante il decennio nero, Slim ritorna in Algeria. Benché la situazione sia cambiata, i mali della società algerina sono ancora ben radicati, come testimoniano i titoli degli album pubblicati dopo il rimpatrio: Walou à l’horizon (2003) (Niente [di nuovo] all’orizzonte), L’Algérie comme si vous y étiez (2010) (L’Algeria come se ci foste [anche voi]) e Avant c’était mieux (2010) (Era meglio prima), tre produzioni in cui la satira di Slim si fa particolarmente pungente. Walou à l’horizon tematizza la disillusione di chi, rientrato in Algeria dopo molti anni di lontananza (l’autore e il personaggio Bouzid), si rende conto che nulla è cambiato. L’album è particolarmente ricco di giochi linguistici e allusioni, che esemplificherò più avanti. La storia si apre con un breve antefatto che rimanda a Bouzid et le vote: candidatosi alle elezioni legislative del 1991, Bouzid è sconfitto dal suo antagonista di sempre, Sadik, e ne è così scosso piombare in un coma profondo… dal quale si risveglia dieci anni dopo. Inizialmente non si rende conto del tempo trascorso, ma poi l’amico Amziane lo mette al corrente della mutata situazione. Bouzid pensa di riprendere la via del socialismo, esce di nuovo per le strade del suo villaggio, Oued ElBesbesi,[20] ma viene accolto dalla totale indifferenza. Apostrofa i ragazzi che incontra sul suo cammino dicendo loro “Sono io, Bouzid elBesbesi! Spero che non mi abbiate dimenticato!?” (Slim 2003: vignetta 12a), ma si sente rispondere:

Dove sei stato per tutto questo tempo? Dov’eri durante il periodo duro del terrorismo? Dov’eri mentre venivamo manipolati? Dov’eri quando c’era bisogno di te? Dov’eri quando si formavano governi tanto assurdi quanto inefficaci? Dov’eri quando gli hittisti hittisavano? Wine kount (Dov’eri)?” (ibidem, vignetta 12b).

 È la frase “dov’eri quando gli hittisti hittisavano?” che innesca la risata, [21] mentre la serietà si stempera con l’utilizzo di “wine kount?”, arabo dialettale per “dov’eri?”. Nel tentativo di salvare la situazione, il nostro eroe intona allora una canzone popolare, “Ya chab eldjaza’ir…” (“Oh popolo dell’Algeria…”), ma viene zittito da una scritta a caratteri cubitali: Fakou!!, espressione frequente negli album di Slim che letteralmente significa “hanno capito” ma è utilizzata nel senso di “non ce la dai più a bere, abbiamo capito come funziona, non ci freghi più” (ibidem: vignetta 12c). Per cercare di risolvere la situazione, Bouzid decide di recarsi ad Algeri, ma trova una città nella quale non si riconosce più. Tutto è cambiato, in peggio, e il segno di questa decadenza sono gli onnipresenti sacchi della spazzatura che si ritrovano nei contesti più impensati o cadono dall’alto di una vignetta (ibidem: vignetta 71c). L’incessante satira sui mali dell’Algeria è articolata su due livelli. Il primo è di tono bonario, come quando i tre protagonisti entrano in un ristorante e il cameriere chiede loro se desiderano un aperitivo. Bouzid risponde: “Come un aperitivo? Non vedi che siamo in un fumetto musulmano e che quindi è vietato?” (ibidem: vignetta 67b), o quando il cameriere snocciola senza alcuna interruzione la lista di pietanze disponibili, inframmezzando termini che nulla hanno a che vedere con il cibo (Tavola 6). Il secondo livello è più serio, come quando Bouzid si reca a lavarsi le mani ma scopre che non c’è acqua corrente e, dopo aver chiesto perché, si sente rispondere “Eh, ci tagliano l’acqua solo il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì e il sabato!” in riferimento al razionamento dell’acqua in tutto il paese (ibidem: vignetta 68c). Le situazioni che, grazie all’abile uso del linguaggio, suscitano la risata sono innumerevoli, fino al punto in cui, nella stessa Algeria, è necessario presentare il passaporto per passare dalla RDAP, Repubblica Algerina Democratica e Popolare, alla RDA, Repubblica Algerina Democratica tout court (ibidem: vignetta 113 e segg.), dove tutto è perfetto e non v’è traccia di spazzatura. Si tratta purtroppo di un sogno, al cui risveglio l’eroe decide di ripresentarsi alle elezioni. Quando i fondamentalisti risultano di nuovo vincitori alla tornata elettorale, Slim non perde occasione per esercitare la satira in modo pungente contro vari bersagli, la televisione di stato (ibidem: vignetta 55), l’Armée, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ibidem: vignetta 57-58) e i barbus (ibidem: vignetta 61 e segg.). Nulla sfugge ai suoi attacchi: il processo di arabizzazione – considerato come un’imposizione – viene rappresentato da una vignetta nella quale due personaggi si incontrano e si salutano con “Heil” (ibidem: vignetta 194), la censura con l’affermazione seguente: “Internet è diventato intraniet, www significa walou walou walou (niente niente niente)” (ibidem: vignetta 195c). Il nostro eroe tuttavia non demorde: sbaragliato il tentativo di alcuni barbus di impedire una volta di più il suo successo, Bouzid esce vittorioso da un confronto diretto con uno di loro, decidendo così di rientrare, sempre fiducioso, al villaggio. Walou à l’horizon si conclude con i tre personaggi – Bouzid, Zina e Amziane – che si dirigono verso l’orizzonte del socialismo, segnalato da un cartello indicatore, mentre Bouzid intona un canto patriottico. Nell’ultima pagina un elenco menziona i personaggi protagonisti della storia, come nei titoli di coda di un film: Bouzid El Besbesi, Zina Bent Elkelb (Zina figlia di cane, riferimento al fatto che non è sposata), Amziane de Tizi Ouzu, El Gatt M’digouti, Abdeqa El Kharray (il presidente algerino Bouteflika), Sadik Ibn Seddiq, Rachid Qawhaji (riferimento al proprietario di caffè, qawha in arabo, con il suffisso –ji tipico della lingua turca per segnalare rispetto), Redouane Abou Landji (boulanger, panettiere), Kheir Eddine Chemma (chemma, presa di tabacco), Thouria Qabsa (touria, rivoluzionaria), Miloud Arasfendj (ara sfendj, dammi una frittella), Kamel Mcha Melhih (“Kamel è andato di là”), il Prof. Larbi Stouri (un chirurgo, bistouri), Nordine Ateur Dell (autour d’elle), Oussama Ben Faqoo (da fakou,non ci freghi più).[22] Il finale resta aperto: la via verso il socialismo, che rimane un’utopia, è ancora tutta da percorrere, il socialismo resta un’utopia e il lettore rimane in attesa di una nuova avventura. Nel frattempo Bouzid, che come Slim è rientrato in Algeria, sembra aver concluso la sua opera di migrazione (e provocazione) linguistica e culturale. Per questo motivo la storia non presenta una vera conclusione; l’Algeria rimane in una situazione di stallo dove anche l’eroe di Slim è costretto a segnare il passo: dal 2003, anno di pubblicazione di Walou à l’horizon,[23] non è stato pubblicato un altro album dedicato al personaggio e l’attività dell’autore è oggi incentrata sulla pubblicazione di singole strisce a carattere satirico sul quotidiano Le Soir d’Algérie.

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Tavola 1

 

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(Slim 2003: vignetta 34b)

Il personaggio fuori scena – Abdeqa El Kharray, con chiaro riferimento all’attuale presidente della repubblica algerina – afferma: “Per tutta la durata della vostra missione alloggerete in una villa al “Nadil Khobz” (Club des Pains)! Per qualunque problema chiamatemi sul mio cellulare!… o teklou alla allah*”.  “Nadil Khobz” significa “Club del pane”. La traduzione in francoalgerino è “Club des Pains”. La nota zona residenziale esclusiva nei pressi di Algeri si chiama Club des Pins. Qui il gioco linguistico è duplice: da un lato il francese Pins (“pini”) viene scritto secondo la sua pronuncia, dall’altro, contemporaneamente, Pain rimanda al vocabolo francese per “pane”, da cui l’arabo khobz.

*O teklou alla allah. Letteralmente: o mettetevi nelle mani di Dio. La traduzione in francese, segnalata dall’asterisco, recita invece: altrimenti fate semplicemente il 17. Il 17 è il numero della Gendarmerie francese.

Risposta di Bouzid: “Una villa al “Club des Pains” lasciatela piuttosto ai turisti. Noi possiamo andare a un ḥammam nei paraggi”.

“Ma come! Non avete ancora capito che in questo paese non ci sono né ḥammam né paraggi né turisti!!”

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Tavola 2

 

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(Slim 2003: 17)

 Ironia interna: il personaggio saluta con l’espressione Kirik akhaye? (“Come stai fratello?”). Qui la battuta scatta grazie al commento segnalato dall’asterisco: “Dialetto di Tlemcen. Intraducibile”. La presa in giro è nei confronti degli abitanti di Tlemcen, città dell’ovest algerino, che pronunciano kirik anziché kerak e akhaye anziché akhuya. Tlemcen è nota per essere la città dei melomani, gli amanti della musica arabo-andalusa che si considerano colti e raffinati. Il personaggio ritratto è Maître Kheirdine che possiede una villa al Club des Pins, zona residenziale molto chic di Algeri, cintata e sorvegliata da guardie; in questa residenza dorata si sono rifugiati gli strati molto abbienti della società algerina durante il decennio nero, vivendo in un quasi totale isolamento per sfuggire alla tensione sociale procurata dal terrorismo. Kheirdine si caratterizza per alcuni elementi che lo identificano come ‘arabo’, come gli anelli alle mani, l’orecchino e il copricapo, e altri che ne indicano l’occidentalizzazione come il sigaro e l’abbigliamento.

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Tavola 3

 

Scan0016 (Slim 2003: vignetta 42a)

 Il discorso indecente di mastro Kheirdine sconvolge il nostro eroe…

Yanahraqdinyammekyalkelb*

È un insulto a tutti i martiri e agli ideali di novembre. Ma restiamo calmi… bisogna andare sino in fondo…

Bouzid è arrabbiato e pensa: in francese, dove dice a se stesso di rimanere calmo (bon ton) e in arabo, dove invece afferma: yanahraqdinyammekyalkelb senza spazi fra le parole, tutto d’un fiato. L’espressione ya nahraq din yammek yal kelb significa: “che Dio bruci la religione di tua madre, cane”. La traduzione segnalata dall’asterisco, che anch’essa viene riprodotta senza spazi fra le parole, è completamente diversa: “il puré di tua madre razza sporca”.

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Tavola 4

 

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 (Slim 1973: 4)

 In questo caso la satira si sviluppa a partire dalle parole riportate sulla poltrona – Fauteuil Alaoui XVI – intepretabili a diversi livelli. Il primo è in riferimento all’espressione francese Fauteuil Louis XVI, poltrona Luigi XVI. Nella vignetta si utilizza il termine Alaoui, che fa riferimento a una danza della zona di Sidi Bel Abbès, nell’ovest dell’Algeria. Ma Alaoui è anche il nome di una dinastia araba cui fa riferimento la monarchia del Marocco. La presa in giro dunque è anche rivolta ai marocchini che si “vantano” di questa loro appartenenza. Tale riferimento è ulteriormente suggerito dall’abbigliamento dei personaggi, in particolare dai loro copricapi.

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Tavola 5

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 (Slim 1976: 6)

 In questo caso l’omofonia tra parole arabe e francesi crea un lessico ibrido che fa riferimento alle due culture francese, e algerina. Bouzid e Amziane, alticci, stanno rientrando a casa dopo una serata passata a bere laban, latte acido che nelle vignette viene però presentato servito in boccali di birra schiumanti. Zina pensa: “Ecco quel che succede ad abusare del laban”. Le parole nella vignetta sono: “A l’oued gentille à l’oued, je te plumerais babek, je te plumerais yammek à l’oued”. Il riferimento è al motivo Alouette gentille alouette, l’originale francese a cui si allude; in arabo à l’oued significa sulla riva del fiume, babek, tuo padre e yammek, tua madre. Il nuovo significato è: “Verremo alla resa dei conti sulla riva del fiume”. Sullo sfondo, un edificio con la scritta Sonapalm (palma), allusione derisoria alla Sonatrac, industria di stato.

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Tavola 6

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 (Slim: 2003: 25)

Il cameriere elenca i piatti disponibili:

Batatabelham • Chtéthamökhfelflaharra • kebdamchemla • lhambezitoun • doujajrotibelbsal • tajinebadenjal • kesksoubekham • kesksoublalham • lhamblakesksou •zrodiyarapées •steackbilfritesmzytines • bouzellouhdiallanouvellezelande • berkoukeshamiyorgos • brochettesberoze rechta sipiaalarmoricaine • osbanevachefollebelqarnoun • pizza4saisons • gaaranteta • hommousbelkamoun • eskalopemilanaise • spaghettiblebouletteschghoulbolognaise • fiat124 • saucissesdetoulousehalal •chorbabeida • tajinejalbane • lhamghalmibelapuri • sandwichblesfrites • tripesalamodedecaen • canardlaquéàlorange • sardinesgrillés

Anche in questo caso, l’interpretazione avviene su più livelli. Innanzitutto, troviamo la presa in giro dei ristoranti algerini, dove il cameriere recita in maniera monotona una serie di pietanze dai nomi altisonanti che, in realtà, si riducono sempre allo stesso piatto. Il ristorante, infatti, si chiama King of LoubiaIl Re della Loubia – minestra a base di fagiolini che vengono puntualmente ordinati nella vignetta successiva. All’interno dell’elenco, questo aspetto viene sottolineato, a esempio, dalle tre espressioni consecutive: kesksoubekham • kesksoublalham • lhamblakesksou, couscous con carne, couscous senza carne, carne senza couscous. In secondo luogo, l’utilizzo del francese all’interno del dialetto algerino: zrodiyarapées, cioè zrodiya rapées carote pelate o saucissesdetoulousehalal, saucisses de toulouse halal, salsicce di Tolosa halal (ossia non di carne di maiale). In terzo luogo inserimento di espressioni fuori luogo, come fiat 124 dopo alcuni piatti che richiamano la gastronomia italiana.

 

Bibliografia

 Almada F. L. (ed.) (2010). Multicultural Comics. Austin: University of Texas Press.
A propos de la bande dessinée algérienne (1996). El Watan. 16 giugno.
Azouz A. (2008). Lexique de francarabe. Alger: Thala Editions.
Baudrillard J. (1981). Simulacres et simulation. Paris: Editions Galilée.
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Note

[1].    Menouar Merabtène è nato nel 1954 a Orano, nell’ovest dell’Algeria. Ha frequentato l’Istituto Audiovisuale di Algeri, per poi studiare animazione all’Università di Lodz in Polonia. Rientrato ad Algeri, si è dedicato al fumetto, pubblicando sul quotidiano El Moudjahid le strisce che verranno poi raccolte in Moustache et les frères Belgacem. Durante gli anni del terrorismo, in seguito all’uccisione di due disegnatori, lascia il suo paese per il Marocco, dove crea Milooda, un’emancipata ragazza marocchina, le cui strisce verranno pubblicate sulla rivista Femme du Maroc e sono ora accessibili al pubblico globale sul sito http://www.milooda.com. Quindi si trasferisce in Francia, dove collabora con diverse testate. Ritorna in Algeria nel 1999. Attualmente risiede ad Algeri e pubblica le sue tavole sul quotidiano algerino Le Soir d’Algérie. Possiede un sito: http://zidyabou.free.fr/nouvoportail.html ed è presente anche su Facebook, dove i suoi fan hanno creato una pagina: Zid ya Bouzid. Il nome d’arte Slim nasce dalla consuetudine di Merabtène ragazzino di andare al cinema con gli amici e, all’uscita, giocare con loro ripetendo le trame dei film. Un giorno, dopo aver visto un western, gli capitò di svolgere il ruolo di un bandito, Slim, e il soprannome è rimasto.

[2].    Ringrazio Slim per aver acconsentito alla pubblicazione dei suoi fumetti e aver risposto alle mie domande; L. Labter e D. Nadjam per l’assistenza offerta nel reperimento di alcuni testi, e il dr. H. Benchina, docente di Lingua Araba presso la Johns Hopkins University, per avermi aiutato a risolvere alcuni dubbi legati alla corretta interpretazione del dialetto algerino, così che potessi tradurre al meglio le vignette.

[3]. La storia narra di una sirena approdata a Sidi Frej, località in cui i francesi sbarcarono nel 1830 per invadere l’Algeria, con un evidente riferimento al recente passato coloniale del paese.

[4]. M’quidech è il nome di un personaggio dei racconti popolari algerini, legato alla tradizione berbera. recentemente, alcune avventure di M’quidech sono state ripubblicate nell’album: A. Haroun, Les nouvelles aventures de M’quidech Boulahmoum, Editions Dalimen, Alger 2011.

[5]. Il neologismo, creato da Malti-Douglas sull’esempio di metafiction, indica una sorta di effetto di straniamento all’interno delle strisce, ottenuto, a esempio, attraverso l’ingresso dell’autore nelle vignette per interloquire con il suo stesso personaggio.

[6]. Il primo album di Slim è, infatti, Moustache et les Belgacem pubblicato nel 1968 e stampato in diecimila esemplari. L’ambientazione è la qasba di Algeri nel 1957, quindi in piena guerra d’Algeria.

[7]. Lunga tunica, in genere di colore chiaro, indossata dagli uomini con o senza pantaloni al di sotto.

[8]. Il kunbūš è in origine il termine che indica la stoffa che viene posta tra la sella e il dorso di un cavallo. Il termine passa poi a indicare la ‘bandana’ che gli stallieri portavano legata sulla fronte.

[9]. Il riferimento qui è al sayyd, il capo della comunità araba, che si distingueva per le sue qualità fisiche e, soprattutto, morali.

[10]. Il ʽuğār è un quadrato di stoffa ricamata, in genere sempre bianca, che viene legato dietro le orecchie e copre la bocca.

[11]. Zina compare una sola volta a volto scoperto nella prima storia dedicata a Bouzid (1968) quando afferma di volerlo sposare e si sente rispondere dal padre che con un contadino non avrà mai un avvenire. Il ḥayk è un tradizionale telo di stoffa bianco che le donne algerine portano reggendolo con una mano (da qui il fatto che di Zina non si vedranno mai le mani).

[12]. Generare al di fuori del matrimonio costituirebbe un’azione troppo spinta per il contesto algerino pur nell’ambito del fumetto.

[13]. Purtroppo nella traduzione in lingua italiana si perde la sfumatura comica e la spiegazione risulta pedante. In questo caso il pastiche linguistico si verifica fra la parola vent (vento) e van, la sua trascrizione in base alla pronuncia, che però in lingua francese significa “furgone per il trasporto dei cavalli”. Vache qui rit è il nome di una nota azienda francese produttrice di formaggi. La trascrizione Vachekiri non altera la pronuncia del sintagma, ma inventa un nuovo vocabolo con una desinenza che ricorda, per assonanza, quelle di parole arabe, in qualche modo “arabizzandolo”.

[14]. La M sta per Maachou, nome di un Superman algerino della prima generazione, molto naïf e con diversi problemi, fra cui quello di riuscire a volare solo nei supermercati. Dalla chiara assonanza con il vocabolo macho, Maachou è il soprannome di un amico e collega di Slim nell’ambito giornalistico che l’autore mi ha confermato di aver utilizzato spesso pur contro l’esplicita volontà del collega, poiché lo trova particolarmente espressivo (conversazione del 4 marzo 2012).

[15]. I riferimenti sono al volume Aïnterdi les années FIS, dove Bouzid et le vote è stato ripubblicato.

[16]. Kmis, variante dialettale dell’arabo qamīs indica un lungo abito maschile, in genere bianco, con l’allacciatura come quella di una camicia ma senza colletto.

[17]. La mostra era dedicata a Brahim Guerroui, disegnatore algerino assassinato il 4 settembre 1995. Nel 1996 verrà ucciso un altro caricaturista, Mohamed Dorbane. Gli omicidi sono stati rivendicati da frange del GIA (Gruppi Islamici Armati).

[18]. Quest’ultimo titolo fa riferimento all’Afghanistan dove si sostiene che si siano recati i fondamentalisti armati algerini a combattere durante l’occupazione sovietica.

[19]. Pur facendo riferimento alla situazione algerina, a esempio, le allusioni a fatti e personaggi sono più generici e coinvolgono personalità note anche all’estero, come il presidente della Repubblica Boutflika.

[20]. Oued Elbesbes è il nome di un villaggio realmente esistente che si trova nella circoscrizione di Médéa, a sud di Algeri. Di qui il nome Elbesbesi di Bouzid.

[21]. Hittisti, dall’arabo ḥa’iṭ, muro, è un termine con cui vengono designati i giovani disoccupati che passano le loro giornate per strada con un piede appoggiato al muro.

[22]. Sono qui spiegati solo i termini che non ho già analizzato altrove nell’articolo.

[23] Pur non essendo stato pubblicato come singolo album in Algeria, Walou à l’horizon è noto al pubblico algerino; dal 2008, infatti, la storia è stata pubblicata in strisce quotidiane su Algérie-News (Zelig 2009: 116).

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