De curatela

Recentemente è uscito il numero della rivista Komunikacija i kultura online, una rivista dell’Università di Belgrado, da me curato insieme ad Alessandra Consolaro.

Per realizzarlo in modo soddisfacente ci abbiamo impiegato quasi due anni.  Call for papers, raccolta dei contributi. Una prima lettura. Ore passate insieme a discutere. Invio a due peer reviewer per ogni articolo. Invio ove necessario alle autrici e agli autori per le modifiche richieste. Ulteriore rilettura dei testi. Nuovo invio agli autori. Nuova rilettura. Invio alla redazione della rivista. Ulteriore lettura da parte della responsabile della rivista. Invio di nuovo agli autori per precisazioni. Impaginazione della rivista. Lettura doppia da parte nostra e della redazione. Pubblicazione.

Certo, la perfezione è impossibile, qualcosa sarà sfuggito, non lo escludo. Ma gli articoli sono uniformati esteticamente, le note e le bibliografie sono tutte allo stesso modo e, insomma, il lavoro è stato fatto come meglio si poteva, con tutte e tutti che hanno contribuito seriamente, perché sono persone serie, le curatrici per prime, e l’editore compreso.

Io mi aspetto lo stesso dai curator* e dagli editori a cui invio articoli. Articoli che mi costano impegno finanziario per accedere eventualmente a riferimenti bibliografici particolari, mentale perché quando scrivo penso, di tempo perché ci metto del tempo. E generalmente cerco di consegnare il testo al meglio – seguendo cioè le indicazioni fornite – per evitare ai curator* più lavoro possibile.

Ho visto – grazie a una collega che gentilmente me l’ha mandato in pdf perché a tutt’oggi ancora nessuno mi ha mandato le copie che mi spettano – gli atti del convegno di SeSaMo Memorie con-divise. Popoli, Stati e Nazioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente a cura di Paolo Branca e Marco Demichelis pubblicato, si fa per dire, da Leggere Leggere.

Una vergogna. I curatori non sanno cosa significhi fare una curatela e l’editore farebbe meglio a darsi all’ippica, o forse no, se penso ai poveri equini che passerebbero sotto le sue mani.  Anche se un articolo avesse un contenuto eccellente sarebbe comunque impresentabile. A un certo punto, eravamo in scadenza per la consegna delle domande per l’abilitazione, questo sedicente editore ha fatto sapere che chi avesse avuto bisogno dell’articolo pubblicato per la domanda, poteva averlo prima dell’edizione definitiva pagando. Ah ecco. Io ovviamente mi sono rifiutata per principio. Non ho visto i singoli articoli a pagamento ma voglio sperare che siano stati almeno impaginati. Gli altri evidentemente sono stati buttati dentro così, a caso. Caratteri diversi, inizio del libro sulla pagina pari (!), quadratini al posto delle lettere, lettere staccate, foto non centrate, nello stesso articolo numeri di nota in carattere e corpo diversi, bibliografie squinternate.

Un pessimo lavoro, insomma, che penalizza chi ha lavorato e chi ha bisogno di pubblicare.

 

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Una risposta a De curatela

  1. Anonimo scrive:

    Le abilitazioni hanno scatenato il mercato (in senso spregiativo) delle pubblicazioni, ma molti editori erano già colpevoli prima di allora di comportamento scorretto e di farsi pagare per pubblicare. Alcuni di quelli che si fanno regolarmente pagare (o direttamente o in cambio di un numero di copie comperate direttamente dall’autore, o dai suoi studenti ecc) sono considerati “accademici” e “scientifici”: ovvero un lavoro è “scientifico” se pubblicato dai suddetti editori, mentre invece l’autore ha dovuto pagare per avere il lavoro pubblicato, senza peer review o altre garanzie “scientifiche”. Tempo fa Loredana Lipperini aveva lanciato una campagna contro questo mercato ma ovviamente è stato tutto insabbiato