Comédie du livre a Montpellier

Monica Luisa si trova a Montpellier e mi manda questo pezzo (e relative immagini) sul festival letterario di Montpellier che quest’anno aveva come ospite d’onore l’Algeria… sottolineo “oltre cento eventi”, che invidia, ma quando in Italia?

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Là, sotto al grande tendone bianco, Habib Selmi ride di cuore con Mohamed Berrada e con alcuni lettori, Boualem Sansal accetta volentieri di farsi fotografare, mentre Mahi Binebine, artista di fama internazionale e scrittore, firma le copie dei suoi libri; più avanti, Wassyla Tamzali si aggira incuriosita fra gli stand degli espositori delle case editrici arabe;

 

Amara Lakhous, reduce da un incontro dal titolo Le Malentendu costructif: vers un dialogue des civilisations? ha detto che sarebbe ritornato fra poco, giusto il tempo di pranzare. Samira Negrouche, poeta algerina nonché traduttrice dall’arabo al francese (sue le traduzioni in francese delle poesie del palestinese Mazen Maarouf), si intrattiene volentieri, lungo gli ombrosi sentieri dell’Esplanade Charles de Gaulle, con giovani e ancora inesperte traduttrici a discutere, per l’appunto, di problemi traduttivi. Il giorno prima, Leïla Sebbar ha riempito l’auditorium del centre Rabelais; Abdellah Taïa, fra un sorso di té e l’altro, ha incantato– e divertito, con la sua dirompente simpatia – il pubblico presente, leggendo uno dei suoi racconti, pubblicato all’interno della collana Magellan & Cie, Nouvelles du Maroc;  infine, poche le sedie rimaste libere al grande incontro letterario –  e comico! –  con Yasmina Khadra. In quest’atmosfera rilassata, gioviale e spontanea, si è svolta a Montpellier, dal 7 al 9 giugno scorsi, la ventottesima edizione della Comédie du Livre, manifestazione organizzata dalla Direction de la Culture et du Patrimoine de la Ville de Montpellier, in partenariato con l’associazione Coeur de Livres e con il sostegno della regione Languedoc-Roussillon e del Centre National du Livre.

Ospite d’onore di quest’anno, come si sarà capito, erano l’Algeria e la letteratura contemporanea del Maghreb.

In programma più di cento eventi, fra incontri, té letterari, dibattiti, cacce al tesoro, esposizioni, atelier – come quello dedicato al disegno manga tenuto dai due mangaka algerini, Salim Brahimi e Sid Oudjane –  e più di quaranta scrittori invitati, rappresentanti della letteratura algerina, tunisina e marocchina, scrittori noti, ma anche esordienti, come Kaouther Adimi (L’envers des autres). Scegliere a quali incontri partecipare e a quali, per cause di forza maggiore – come il mancato dono dell’ubiquità – rinunciare, non è stato certo facile. Purtroppo, nonostante i diversi e accattivanti titoli, quasi ogni incontro si è dimostrato essere l’occasione per ripetere sempre l’incessante domanda: “Qual è il tuo rapporto con l’Algeria?” seguita da “Perché scrivi in francese piuttosto che in arabo o viceversa?”, sviando totalmente dall’argomento in programma.

Credo che la risposta migliore l’abbia data Amara Lakhous, che ha appena pubblicato in Italia Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario: «L’appartenenza non ha molto senso; ha molto più senso, invece, chiedermi quello che faccio.» Suggerimento che non è stato colto nemmeno dalla mediatrice che lo intervistava la quale, imperterrita, ha continuato a riproporre la sua curiosità sulla scelta linguistica e sull’amore/odio verso il paese natale: «È una fortuna, per me, essere anche italiano. Sarebbe una tragedia essere solo algerino. Ogni mio romanzo, lo scrivo sempre in due versioni, una in italiano e una in arabo e racconto di persone, non di concetti astratti come la cultura, la società e così via, no: parlo di persone e delle relazioni che le uniscono e lo faccio con un tono ironico. L’Italia, nei miei libri, rappresenta la metafora dell’incontro fra diversi popoli e cerco di rispondere alla domanda: “ ma come si può vivere insieme?”  Lei mi chiede perché non ho ancora scritto un libro sull’Algeria. Credo di essere pronto, ora, e infatti è quello a cui sto lavorando: dopo diciotto anni di distanza – e non parlo di una distanza fisica, ma intellettuale – credo di poter parlare dell’Algeria. Era necessario un lavoro su me stesso, una sorta di educazione. È esattamente come diceva Leonardo Sciascia: “Quando scrivo della mafia, è contro di me che scrivo”. Questo vale anche per me con l’Algeria: quando scriverò sull’Algeria, sarà contro di me, contro la mia educazione patriarcale. Ricordo, a esempio, il dolore di mia madre, quando non riusciva a partorire un figlio maschio e nel frattempo la suocera stava già cercando una seconda moglie per mio padre; o ancora, quando mio padre incitava mio fratello a battersi per dimostrare la sua virilità, la sua forza, la sua differenza verso le sorelle, con cui passava, a detta di mio padre, troppo tempo. Ci sono delle cose che non si possono dire, se prima non si esce dal proprio ambiente, se non ci si distacca un po’” ».

Amara Lakhous era presente all’incontro insieme a Wassyla Tamzali, giurista di fama internazionale, specializzata nella difesa dei diritti delle donne. Suo il pensiero seguente, in stretta relazione con l’educazione patriarcale di cui parlava Lakhous: « L’Islam è stato troppo arabizzato e beduinizzato, si è perso il messaggio del Profeta. A esempio, è stato sovra-sessualizzato il rapporto fra uomo e donna: il sesso è diventato un attributo necessario che fa di un uomo, e non di una donna, un buon musulmano. Inoltre, è chiaro che ci siamo allontanati dalla vera spiritualità musulmana: ne è l’esempio il fatto che abbondino, fuori dalla moschee, fascicoli distribuiti gratuitamente e che indicano cosa è lecito fare e cosa è proibito fare.»

Ritornando alla questione linguistica, Leïla Sebbar è stata categorica: «Ho bisogno di non parlare arabo. L’arabo è qualcosa di troppo intimo per me; è la lingua di mio padre e nessuno deve toccarla.[…] L’Algeria è un paese che mi è stato proibito, innanzitutto da mio padre, che non mi ha insegnato la sua lingua. Non mi ha dato le parole affinché quella terra mi appartenesse. La Francia, invece, la conosco da quando sono piccola e lei sì che mi appartiene. Arrivando in Francia all’età di dodici anni, non mi sono mai sentita straniera.» Proseguendo, altri tre scrittori si sono dovuti sottoporre alla tortura della lingua di scrittura: Samira Negrouche, Habib Selmi e Mohamed Berrada. Se per Samira è stata una scelta ovvia, dettata dal fatto di essersi avvicinata alla letteratura attraverso la lingua francese, per Berrada «ci sono state delle condizioni oggettive (la colonizzazione) che ci hanno obbligato a scrivere in francese», mentre, invece, per Habib Selmi non si dovrebbe parlare di scelta fra il francese e l’arabo, perché il termine “scelta” implica la presenza di due o più elementi, quando, invece, lo scrivere in arabo, come nel suo caso, risulta da un fatto naturale, evidente, essendo la sua lingua madre.

Ad Abdellah Taïa, è stata risparmiata, fortunatamente, ogni sorta di problematica linguistica e il tè preso in sua compagnia si è rivelato essere uno degli incontri più simpatici e divertenti a cui ho assistito, insieme a quello con Yasmina Khadra. A onor del vero, anche Leila Sebbar e Amara Lakhous hanno dato prova della loro esilarante ironia, subitamente stroncata dal morboso desiderio del pubblico francese di sentirsi dire quanto è bella la loro lingua o di sentirsi raccontare in toni drammatici e ricchi di pathos il legame che li unisce alla loro Algeria. Abdellah Taïa, classe 1973, dopo aver rinunciato agli studi cinematografici, si butta sulla letteratura nell’università di Rabat, Ginevra e Parigi. Ed è proprio a Parigi, in circostanze fortunate, che incontra il successo. A Montpellier ce ne racconta i particolari: « Ero da poco arrivato a Parigi, nel 1998 e volevo assolutamente mettermi in contatto con René de Ceccaty, autore di uno dei miei libri preferiti, Aimer; ai quei tempi, René lavorava per il quotidiano Le Monde. Inconsciamente, e con l’ingenuità che si può avere a vent’anni, decisi di telefonare in redazione per poter parlare con lui: volevo assolutamente incontrarlo e niente e nessuno poteva fermarmi. Mi rispose la segretaria, a cui devo, in parte, il mio successo. Fra l’altro, era una stagista ed ebbe la pazienza e la cortesia di ascoltarmi e di consigliarmi di mandare via fax i miei scritti. Uscii subito e inviai il fax. Mezz’ora dopo, richiamai, per avere la conferma dell’avvenuta ricezione. Un’ora dopo, fu René de Ceccaty a chiamarmi: voleva vedermi. Fu così che venne pubblicato il mio primo racconto. Oggi i miei romanzi sono proibiti e suscitano scandalo in Marocco, per via soprattutto di alcuni temi principale di cui parlo, come l’omosessualità – io sono omosessuale-  e la critica alla società conformista; l’unico  a essere tradotto, in Libano, è Le Jour du roi, forse perché ha ricevuto il premio Flore tre anni fa o forse perché è uno dei più neutri. »  Durante l’incontro, Taïa ci ha consigliato più volte e «vivement  vivement  vivement» di leggere Le dernier combat du captain Ni’mat, di Mohamed Leftah (1946-2008), tutt’oggi censurato in Marocco, forse perché svela la società marocchina alla luce del desiderio sessuale del protagonista, il capitano Ni’mat, per il suo domestico.

Piccola nota: all’interno della raccolta di racconti Nouvelles du Maroc, a cui hanno partecipato tre scrittori e tre scrittrici, è presente l’opera di Zineb El-Razhoui – l’attivista fondatrice dell’associazione MALI (Mouvement alternatif pour les libertés Individuelles) in difesa di tutte le libertà in Marocco – che ricorderemo tutti per via del pic-nic simbolico che aveva organizzato in pieno Ramadan nel 2009 in una città a metà strada fra Rabat e Casablanca come segno di protesta.

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Grande emozione nel vedere per la prima volta, dal vivo, il noto scrittore Yasmina Khadra, presente sabato sera per una lunga passeggiata letteraria attraverso le sue opere. Khadra si è lasciato andare a divertenti confessioni, come il racconto della moglie che, indaffarata in cucina, lo scorge avvicinarsi con alcuni fogli in mano, quindi sospira, si prepara al peggio, ascolta per uno o due minuti le poesie in suo onore del marito e poi, non potendone più, chiede: « Ne hai ancora per molto?». Di per sé, la spiegazione della scelta del suo pseudonimo (che è in realtà il nome della moglie) la dice lunga:« Spesso mi chiedono perché ho scelto un nome femminile. È ovvio. Credo sia l’unico modo per diventare veramente uomo». Nelle sale francesi, fra l’altro, è appena uscito il film liberamente tratto dal suo romanzo L’attentat, per la regia di Ziad Doueri.

Destino simile per il libro di Mahi Binebine, Les étoiles de Sidi Moumen (racconto della trasformazione di un gruppo di ragazzini della bidonville di Sidi Moumen in terroristi responsabili degli attentati del 2003 a Casablanca), adattato cinematograficamente da Nabil Ayouch con il titolo Les Chevaux de Dieu. Il film ha riscosso molto successo in Marocco, più che in Francia e molto più che il libro stesso. Binebine, infatti, ci ha svelato di guadagnare molto di più attraverso le sue tele, esposte in diverse gallerie del mondo, da New York a Parigi,  che con i suoi libri: lo stesso pubblico marocchino, è più propenso ad apprezzarlo più come artista che come scrittore, benché sia conosciuto come lo scrittore preferito del re!  E benché, i suoi romanzi, non siano proprio un elogio nei confronti della classe dirigente marocchina…

Che altro aggiungere? Ah, sì, grazie Montpellier.

[Testo e immagini di Monica Luisa]

 

 

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