المرأ في 17 قصة

I. Nasr Allah, Al-mar’a fi 17 qissa, Nawfal, Bayrùt 2003

As-sahra, pp.  7-15

I have forgotten how to sigh
Remembered how to sleep
Dorothy Parker
Il deserto

Il mondo è il deserto e il momento è sera. La sera di un giorno di un luglio torrido. Le vampate di calore salgono lentamente dalle dune di sabbia; il sottile pulviscolo dell’aria scotta; rabbrividiscono i rami di palma e gli alberi piegano le loro cime verdi. I suoi occhi si muovono in ogni direzione, scrutano l’orizzonte, balzano oltre gli spazi infiniti e tornano poi colmi di fuoco. Era rimasta dietro al gruppo, ma non sa perché; la carovana attraversava il deserto e lei li aveva accompagnati perché era con loro. Poi però sentì una certa sonnolenza e decise di dormire. Si preparò con un mucchietto di sabbia un cuscino per la testa, mentre una alta palma le faceva da tenda.

Dormì per un po’.

Non ricorda quando sia cominciato il sonno né quando sia finito. Chi dorme non percepisce il tempo; quando ci corichiamo in quell’abbraccio leggero e riposante, il tempo svanisce dalla nostra mente e il luogo in cui siamo si dissolve. Nulla ha più importanza, se non la passione di quella sensazione squisita che penetra nelle vene e arterie come un formicolio, che si diffonde in tutto il corpo per spingerlo prima verso la calma e dopo al volo.

Si librò in aria a lungo e lontano, poi ricadde, proprio mentre volava a grande altezza sospesa tra cielo e terra.

Precipitò come una meteora e urtò contro la sabbia; terminò così il tempo del sogno e del volo; ricominciò a vivere il presente, il suo presente, lo smarrirsi, il suo smarrirsi e il deserto, un deserto che l’aveva confusa.

Appoggiò la testa alla mano e si mise accoccolata; riflette e si domanda: in che direzione è andata la carovana?

Le passò per la testa un’idea. Si ricordò di una lezione che aveva imparato un giorno sui viaggi nel deserto, sulla possibilità di smarrircisi, per un po’ o per sempre.

Poi nella ragnatela della disperazione spuntò un segno; galleggiava sulla superficie dei suoi pensieri e catturò la sua attenzione. In una delle lezioni che ricordava ce n’era una sul come orientarsi nel deserto e sulla lettura dei segni presenti nella sabbia.

Balzò in piedi da dove si trovava; si girò in ogni direzione finché non scorse una linea e le andò vicino; la traccia confermava che la carovana aveva proseguito il suo cammino verso levante e aveva forse lasciato altri segni.

* * *

Non aveva preso quello che la intralciava nel cammino e quindi proseguì con baldanza; poi, però, l’ardire andò via via scemando, quando il blu di quello spazio vuoto iniziò a conquistare il nero che cominciava ad artigliare il deserto come un uccello mitologico.

Ecco la notte senza neppure la luna a guidarla.

Ha due scelte: continuare il cammino o restare dov’è, preda della paura e dell’ansia, e forse anche degli animali.

Si soffermò sull’ultima parola: chissà se ci sono animali in questa regione desertica?

Sorrise per l’assurdità della domanda; non era lei stessa un animale? Anzi, una progenie più evoluta di animali sulla terra? E malgrado ciò si trovava nel deserto.

È vero che è lì solo temporaneamente, però è lì; sente la presenza della sabbia, cammina sulla sua superficie morbida, i suoi polmoni bevono avidamente un’aria secca che le trapassa la gola come la punta di una spada.

Allora, era molto possibile che ci fossero altri animali e che fossero vicini, ma, malgrado ciò, continua il cammino.

Muoversi è la scelta migliore. È in grado di correre, di saltare o di fuggire. Se cammina, può sperare di salvarsi; restare dov’è le offrirà una sola opportunità: fossilizzarsi e diventare facile preda della paura e degli animali feroci.

* * *

La coltre della notte l’avvolge; non è più arrotolata negli strati alti, anzi si stende sul suo capo. Si stende lentamente, le sfiora le ciglia, le rilassa le membra e l’avvolge come in un letargo.

Ma camminare nel deserto di notte è meglio che camminarci di giorno. Non importa se non c’è una luna a guidarci. Bastano le stelle, che a centinaia lampeggiano scintillanti sulla coltre della notte, come diamanti sulla corona di un re.

Splendida notte del deserto, anche senza la luna. Splendida e tranquilla: la sua frescura lenisce le bruciature che il sole del giorno ha acceso nel cuore , negli occhi e tra le pieghe dell’anima. Le strade del deserto sono tutte uguali, anzi, è come se il deserto fosse un’unica strada e da questo nasce la paura di perdersi.

No. Lei non si perderà: Resterà attaccata a questo filo tracciato nell’animo. I suoi passi la guideranno su ciò che rimane di tracce immaginarie. Las guiderà un odore strano. È mischiato alla brezza; poi svanisce.

Il naso può essere una guida del deserto. Pensava così e intanto registra ogni rumore e ogni eco presente; poi affronta la loro presenza.

* * *

La calma assoluta la stimolava a pensare. Una calma che non aveva né cercato, né sognato, né provato nei giorni precedenti. Una calma che la sfida, la stimola. Si leva come uno strano uccello; la fa sentire come un pulviscolo leggero, libera da tutti i vincoli terreni, in grado di superare il tempo e lo spazio, e tutti gli ostacoli abituali.

Solo i suoi piedi si muovono come su di una pagina sabbiosa. Questo è certo. Il suo corpo si abbandona tra le braccia della notte del deserto che lo colmano di delicatezza. Tutti i suoi sensi bevono avidamente da questa atmosfera elementi nuovi per i quali non è riuscita a trovare i nomi e che non si adattano a nulla di ciò cui era abituata nei giorni precedenti.

La quiete della notte del deserto stimola, eccita; penetra il suo respiro e la trachea che le unisce le narici ai polmoni; sente un’armonia sottile che si accorda, sale verso la laringe e da lì balza oltre la bocca aperta.

Canta.

Intona una melodia antica simile al canto del cammelliere. La canta. Ecco, risuona l’eco di molte canzoni simili, continuano a stare fisse fra le particelle d’aria, nascoste dall’oscurità.

Le cavalcature hanno viaggiato decine di volte da tempo immemorabile. Si sono messe in cammino e non sono tornate. Il vento del sud soffiava e percorreva il mondo in lungo e in largo. Andavano in ogni direzione fino a perdersi su alcune strade e non era servito a nulla, nella loro ricerca, l’inseguimento dei cani da caccia.

Si era perduta e li aveva perduti.

Si era smarrita lei e credeva si fossero smarriti loro.

E la sua carovana? L’aveva vista perdersi per sempre?

E allora perché camminava? In base a quale speranza?

I pensieri la portano in alto e poi la riportano giù. La abbassano e la sollevano. Capisce che cantare è la cosa giusta, la salvezza: ricomincia quindi a ricordare.

Dov’è la sua gente? Dove sono i figli del suo popolo? Cerca le loro tracce, ma l’oscurità è assoluta; la notte la colma di ansia e riflette i suoi segreti sul suo viso, come fossero pipistrelli che le stridono vicino alle orecchie e le addentano le membra.

La notte; la notte del deserto; la notte. La notte di chi si è smarrito.

Scuote la testa e continua il suo canto.

* * *

Ci sarà mai un giorno, dopo questa notte?

Interroga se stessa. Questo interrogarsi cessa solo quando cade,

La sua attenzione non le aveva affatto rafforzato il corpo, al quale anzi pesava andare avanti, Si sedette sul tappeto di sabbia; la sua superficie fredda la pizzicava; poi, però, cominciò a penetrare nel calore residuo del giorno torrido. Lì riesce a dormire, così, senza un tappeto né una coperta. E le viene in mente che il sonno le ha fatto perdere il suo gruppo, l’ha precipitata in questa situazione difficile e tormentosa.

Si strofinò con forza le gambe, come se chiedesse loro protezione affinché  l’aiutassero e allontanassero la fatica. Cominciò anzi a discutere con loro, a convincerle che la fatica era solo un’idea notturna, senza nessun rapporto con il suo corpo.

E il corpo cominciò a muoversi, come se avesse una volontà; cominciò ad oscillare come un pendolo. Il corpo ubbidisce agli ordini; è servo della volontà, del desiderio, della passione. Un servo deve essere sottomesso. Ora gli viene chiesto di ubbidire, di tener dietro a questo incarico, di continuare a proseguire nella notte, di annientare l’oscurità là dove è promessa la luce o sin dove termina la carovana

Cerca di ricordare i volti degli amici, dei compagni di viaggio, ma i lineamenti cominciano a scivolare via dalla memoria così come l’acqua fra le dita di un bambino. Cominciò  a ripetere i , i loro nomi, ma non ci riuscì e ne diede la colpa alla notte , “la notte cui sembrava non seguire il giorno”. Lei sa che, per quanto abbia sofferto e per quanto sia lunga la strada che ha percorso, è inevitabile che spunti un’alba qualsiasi, una luce qualsiasi, che le lavi i timori dal petto, che le restituisca la capacità di vedere la realtà, che faccia scomparire le ombre sbiadite e le ali dei pipistrelli.

* * *

Il suo grido sale dal profondo. Sa che la carovana non è accompagnata da cavalli: Forse fra i cammelli c’erano degli asini o dei muli. Ma i cavalli veri si erano smarriti all’inizio del percorso, erano balzati dal muro dell’impossibile.

Gridava dal profondo le parole “ridatemi i cavalli e il giorno”, gli amatissimi scomparsi dall’inizio del viaggi  fino alla visione della fine.

Tornarono verso di lei gli echi della sua voce e contengono quanto di meraviglioso il deserto dona con prodigalità. Ma erano ricordi di colore e direzione. Ogni vibrazione porta l’animo più lontano dai confini della logica. È dunque in piedi sull’orlo del pericolo. La minaccia è ancora lì. La sua gente minaccia di andarsene senza di loro.

Come è misero l’uomo quando alla fine precipita nel baratro della disperazione e della rassegnazione.

Ma lei continua a combattere. Chi ha detto che si è arresa?. I piedi la portano, affondano nella sabbia fresca, si sollevano per poi affondare in una nuova impronta, dove forse nessuno aveva mai camminato.

* * *

Vero! Perché non aveva pensato a questa possibilità: la ricerca?

Lei è una che ricerca.

Sta esaminando la situazione da un solo angolo limitato: quello della dipendenza.  Non si era fermata un attimo su un pensiero originale per diffidare di quella dipendenza, o per credere che la strada, non importa quanto l’avessero calpestata i piedi di quelli prima, doveva per forza conservare un’impronta, anche se confusa, sulla quale non si fosse posato piede .

Magari fosse stata una notte illuminata dalla luna, la luce avrebbe potuto orientarla verso la scoperta di questa verità.

E le stelle, in uno stato come il suo, giocano un ruolo opposto; attirano lo sguardo su di sé, non sono affatto modeste, anche se poi gettano solo dei deboli raggi nell’oscurità.

Sollevò gli occhi verso la volta intarsiata con uno sguardo beffardo e pensò: “ Se sollevassi le braccia e le tenessi tese verso la volta lassù, resterebbero come i rami di un albero incantato, mi muoverei per mezzo loro, le mani si aprirebbero per domandare una sorsata di quella luce desiderata”.

Le entrò in gola un’altra melodia fra le tante dimenticate; la ricodò e cominciò a intonarla, come se fosse stata preda di un’estasi sufica.

Il poeta veniva dall’ovest, lei dall’est, e avrebbe continuato verso est. I suoli occhi guardano l’oscurità densa, le sue labbra implorano, le sue mani si sollevano come rami di un albero incantato, i suoi passi procedono, e chiama a raccolta tutte le sue energie per bucare lo spessore notturno in direzione delle sorgenti di luce…

Traduzione di Emanuela Pretali

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